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Hippolyte Taine

Curatore: P. Lombardo
Editore: Adelphi
Anno edizione: 1988
Pagine: 178 p. , Brossura
  • EAN: 9788845903007

recensione di Pozzi, R., L'Indice 1989, n. 5

Nell'ottobre 1862 Hippolyte Taine, sofferente ed impossibilitato a scrivere come già altre volte negli anni precedenti, cerca in certi "appunti personali" le ragioni della sua crisi e si esamina con stupefacente capacità di autoanalisi. "Credo di aver messo il dito sul mio male. In effetti, la mia idea fondamentale è stata che bisogna riprodurre l'emozione, la passione particolare all'uomo che si descrive, e in più porre ad uno ad uno tutti i gradi della generazione logica, in breve dipingerlo alla maniera degli artisti e nello stesso tempo ricostruirlo alla maniera dei ragionatori. L'idea è vera; per di più, quando si può metterla in esecuzione, produce effetti potenti e io le devo il mio successo; ma smonta il cervello, e non si deve distruggersi." In poche righe Taine indica non solo le due doti antinomiche da cui è nata, ed è nata grande, la sua opera critica, ma anche le due tendenze contraddittorie che fanno ai nostri occhi il fascino della sua personalità.
Pressapoco allo stesso periodo, al 1861 per la precisione, risale il suo tentativo di scrivere un romanzo, "Etienne Mayran*, che egli abbandona dopo i primi otto capitoli, e che verrà pubblicato quasi vent'anni dopo la sua morte da Paol Bourget, sulla "Revue des Deux Mondes" nel 1909, e in volume l'anno successivo. Nella forma incompiuta in cui ci è rimasto, "Etienne Mayran* è un romanzo di formazione, ed è anche in larga parte un romanzo autobiografico. Nella storia di Etienne, ragazzo di campagna, rimasto orfano e senza mezzi, che riesce a farsi accogliere gratuitamente nella pensione di studio Carpentier a Parigi, dovendo come contropartita diventare allievo che miete allori al Concorso generale, e nella descrizione della sua progressiva autonoma scoperta, in contrasto con lo studio meccanico imposto dall'istituzione scolastica, dei modi e del senso autentico della conoscenza, sono raccontate l'adolescenza e la prima giovinezza di Hippolyte Taine. Anch'egli orfano, seppur non totalmente privo di mezzi, dalle natie Ardenne era approdato tredicenne a Parigi (era nato a Vouziers nel 1828), pensionato dell'istituzione Mathé, i cui allievi frequentavano il liceo Bourbon (oggi Condorcet). L'evidente carattere autobiografico del romanzo lo rende anzi un documento prezioso per il biografo e per lo storico.
Perché Hippolyte Taine, all'inizio degli anni Sessanta, ha pensato di scrivere un romanzo? E perché non ha poi portato a termine questo progetto? Nell'autoanalisi sopra citata si ha la risposta alla prima domanda. L'allora poco più che trentenne autore ci appare in un momento in cui gli elementi conflittuali della sua personalità affiorano e si contrappongono in forma particolarmente drammatica: tanto che l'inglese Colin Evans, che ha scritto qualche anno fa su di lui in francese un "Essai de biographie intérieure" (Nizet, Paris 1975) ha indicato proprio qui il punto di esplosione del dissidio tra Taine scienziato e Taine artista, e nella rinuncia a terminare l'"Etienne Mayran* ha visto una sua più generale rinuncia esistenziale a gestire comunque, rendendola creativa, la contraddizione, per un ripiegamento verso la classificazione e la descrizione, forme minori e più facili del suo genio. Esiterei ad accettare questa conclusione, da una parte perché il conflitto che, a livello espressivo, Paul Bourget individua nella sua prefazione come quello tra geni creatori e geni critici, percorre tutta la produzione di Taine e trova una delle sue manifestazioni più vistose proprio nelle "Origines de la France contemporaine", opera degli anni più tardi; dall'altra perché è in un senso molto più generale e totale che la personalità di Taine appare lacerata e divisa, impossibile da situare tra gusto classico e sensibilità romantica, tra un deciso ed acceso modernismo e un sentimento della modernità vissuta come perdita di valori e decadenza. È tuttavia vero che, intorno al 1860, Taine sembra aver attraversato una crisi di particolare acuità anche rispetto alla sua identità di autore.
La bella prefazione di Bourget (non inferiore per interesse critico al romanzo stesso) spiega in maniera assai persuasiva perché poi Taine abbia rinunciato a continuare il romanzo. Le ragioni sono state due, "una tutta personale e sentimentale, l'altra tutta critica e intellettuale". Il carattere autobiografico del romanzo deve aver creato un forte disagio emotivo all'autore, che è stato sempre di un pudore estremo per tutti i fatti della vita privata (e che ha, per esempio, fatto eliminare, nella pubblicazione della corrispondenza, tutti i passi che vi si riferivano). Questo stesso carattere, inoltre, rendeva il romanzo incompatibile col principio stesso della sua estetica, che si basava sull'oggettività assoluta del racconto e non tollerava intrusioni da parte dell'autore. Si aggiunga a ciò la persuasione di Taine, di cui reca testimonianza diretta lo stesso Bourget, di non essere stato capace di trovare una forma espressiva originale ("Copiavo Stendhal senza accorgermene").
Così come ci resta, il romanzo è mirabile. Si può senz'altro concordare con Patrizia Lombardo, autrice, oltre che della traduzione, di una pregevole postfazione, che "Etienne Mayran* abbia comunque una sua compiutezza e che rispecchi nel suo microcosmo "tutto il progetto culturale di Taine"; e tuttavia lo storico della cultura in particolare, ancor più che il lettore in genere, non può non rimpiangere che esso non sia stato portato avanti fino a trattare quello che ne sarebbe stato il tema complessivo, ossia, per dirla con Paul Bourget, "la storia della sensibilità di un grande intellettuale nella Parigi della seconda metà dell'Ottocento". E non è vero che non sarebbe stato un romanzo originale. Negli otto capitoli rimasti, se certi tratti della trama rimandano alla situazione di Julien Sorel ma anche alla disciplina di collegio di "Louis Lambert", e Stendhal e Balzac, i due romanzieri contemporanei che Taine ha più letto ed amato, sono presenti anche nella scrittura, l'uno per l'annotazione psicologica secca e precisa, l'altro per l'intensità e la crudezza dello stile, Taine rivela tuttavia una capacità, che cresce da una pagina all'altra, di costruire una storia sua e di narrarla con modi suoi. Il quadro che fa da sfondo a "Etienne Mayran* - è anche il primo e il più evidente degli elementi che costituiscono il suo interesse storico - è l'ambiente squallido e sordido della pensione Carpentier, uno dei tanti luoghi tristi in cui vengon soffocate le giovani menti e pervertite le giovani anime dalla scuola francese dell'Ottocento: una trasfigurazione appena velata di quell'istituzione Mathé che ha ospitato Taine e, pochi anni più tardi, per una curiosa coincidenza, Jules Vallès, il quale ne avrebbe a sua volta dato una descrizione farsesca e beffarda in "Jacques Vingtras". Delle istituzioni scolastiche francesi, citando tra l'altro proprio questo libro di Vallès - uno scrittore che certo non amava, ma col quale s'è trovato una volta tanto d'accordo - Taine avrebbe parlato a lungo nell'ultima parte delle "Origines", condannandone il nozionismo meccanico e astratto, la disciplina militaresca e soprattutto il sistema dell'internato, "un regime a parte antisociale e antinaturale". Ma il giudizio è già tutt'intero qui, nel contrasto tra l'adolescente Etienne che vorrebbe sapere il senso di ciò che studia e il meccanismo ottuso e brutale che s'impadronisce di lui per farne una macchina da concorso. Fino al gesto di rivolta di Etienne, che al Concorso generale strappa senza consegnarlo il compito perfettamente eseguito: episodio in cui c'è la storia scolastica di Taine, 'normalien' brillante bocciato all''agrégation', sempre in lotta con l''establishment' accademico e che pure, per bocca di Etienne, fa qui l'elogio delle istituzioni, utili quando ci si serva di esse anziché farsene asservire.
Quando giunge a questa scoperta, Etienne ha ormai compiuto da solo ed autonomamente la sua educazione. Il racconto di quest'avventura è la parte più affascinante del romanzo; per lo storico è anche un dono raro, perché non è dato spesso di poter osservare così da vicino la preistoria di un intellettuale. Poche pagine sull'aprirsi di una mente alla vita dello spirito comunicano un'emozione pari a quella in cui Etienne, solo d'estate in collegio, mentre legge un dialogo di Platone, comprende per la prima volta che dietro le parole scritte stanno le parole pronunciate, che i libri rimandano alla vita vissuta degli uomini. "Ma quello che affascinava Etienne era soprattutto la nobiltà di quei giovani: essi parlavano fra di loro come gli allievi nel cortile del collegio, eppure non usavano parole di 'argot', non erano n‚ sgarbati, n‚ brutali, n‚ volgari, n‚ bugiardi; non avevano l'aria di cani alla catena, capaci solo di mordere o di nascondersi nella cuccia. Esprimevano liberamente il proprio pensiero, si teneva conto del loro parere, le idee venivano sottoposte al loro giudizio; confessavano senza difficoltà il loro imbarazzo e i loro errori, e infine, non accettavano nulla se non dopo averlo esaminato, e s'interrogavano tra di loro sulle stesse cose che da molto tempo tormentavano Etienne, senza che gli fosse riuscito di trovare da solo una risposta o di ottenerne una da altri: cercavano di sapere che cosa sia la giustizia, la bellezza, la scienza, e ragionavano su queste cose servendosi di piccoli esempi tratti dalla vita d'ogni giorno."
È una pagina, anche, tutta pervasa dalla nostalgia per la semplicità e la totalità dell'uomo antico: sentimento cui Taine aveva già dato lunga voce in un bell'articolo del 1855 su "Les jeunes gens de Platon* ("questo mondo moderno, aveva scritto, è assai triste"), e che è all'origine del suo dichiarato gusto classico in arte. In "Etienne Mayran* lo ritroviamo ancora nella scena chiave in cui il giovane, che è caduto in una crisi di atonia da 'surménage' intellettuale, sente rinascere in sé tutto il vigore animale facendo a scherma con un compagno, e da questa recuperata fisicità esce rinnovato e rianimato alla vita della mente.
E d'altra parte ha ragione Patrizia Lombardo di rilevare la vena modernista di questa scena, tutta immersa in un'atmosfera ironica e da travestimento che fa pensare a Baudelaire. Così come è profondamente modernista - incentrata sulla situazione moderna per eccellenza del diciannovesimo secolo, l'uomo della metropoli - la scena dell'arrivo di Etienne a Parigi (una Parigi da pittura impressionista, anche se Taine non sembra aver prestato nessuna attenzione a questa nuova corrente arstistica). "Delle grida, un fragore di ruote sul selciato si levavano al di sopra di un mormorio confuso e immenso; i volti affaccendati, i movimenti precipitosi, le case alte in cui si aprivano innumerevoli finestre, i manifesti e le insegne, i negozi sfavillanti, in cui entrava e brulicava una folla nera, l'ingombro delle carrozze che correvano e s'incrociavano, la fretta e la fatica visibili ovunque, sembravano a Etienne una cosa strana e orribile; gli torn• alla mente un loro vicino, che aveva visto, malato e in preda al delirio, sbraitare con gli occhi riarsi dalla febbre".
Sono pochi esempi: ma bastano a dare conto della felicità di romanziere di Taine e a suscitare qualche rimpianto per la sua rinuncia. Quanto a lui, non risultano da parte sua rimpianti per l'esperimento letterario interrotto, e negli anni successivi egli riprende con lena una carriera critica nella quale deve ancora dare i frutti più significativi. Ricordiamo però che ai suoi occhi le due attività non sono mai sembrate separate da un fossato invalicabile. Scriverà nel 1865 che "dal romanzo alla critica e dalla critica al romanzo, la distanza non è attualmente così grande", in quanto l'una e l'altro non sono ormai che "una grande inchiesta sull'uomo" (articolo su Camille Selden, "Journal des Débats", 26 gennaio 1865). Le circostanze, oltre che le disposizioni native, faranno di lui soprattutto uno storico: ma nella composizione storica egli porterà le tecniche del romanzo, perché, come dirà, "la storia è un romanzo vero, e per rendere visibili le particolarità, le agitazioni, le lotte dell'anima, sono necessari i procedimenti del romanzo, tutti i colori della descrizione, tutta la forza dell'eloquenza, del sarcasmo, della passione, sia che si rappresentino le generazioni del passato sia che si dipingano i costumi del nostro tempo." (articolo su Otto Müller, "Journal des Débars", 6 novembre 1865).