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A 7 anni i bambini si trovano in una fase cruciale di consolidamento dell’identità personale, che include il riconoscimento del proprio sesso biologico, la distinzione tra maschile e femminile, e l’interiorizzazione di modelli di comportamento differenziati. Il libro utilizza una narrazione “decostruttiva”: la fata Rosa è stanca di “essere fata” e desidera fare qualcosa di diverso – spaventare – agendo come se fosse un “mostro”. Sebbene la storia sembri giocosa, essa insinua implicitamente che i ruoli legati alla propria natura siano fastidiosi, imposti, da abbandonare per trovare sé stessi. La narrazione può generare confusione identitaria se non accompagnata da un adulto che aiuti il bambino a distinguere il ruolo sociale dai tratti innati e valoriali della propria identità. Senza contesto educativo strutturato, il libro rischia di proporre una visione relativista della crescita personale, in cui l’autorealizzazione passa solo attraverso la rottura degli schemi, anche a scapito della coerenza con ciò che si è. Il testo non presenta contenuti LGBT espliciti, né si fa riferimento a orientamenti sessuali o identità di genere non binarie. Tuttavia, si inserisce in un filone letterario fortemente influenzato da logiche anti-stereotipo “totali”, cioè mirate a superare non solo gli eccessi culturali dei ruoli, ma anche le basi simboliche e antropologiche della differenza sessuale. La frase “desidero fare il mostro” simboleggia la fuga da un’identità femminile positiva, senza un confronto costruttivo con essa, rischiando di far passare il messaggio che l'identità si trovi al di fuori delle regole e solo nella trasgressione. Il libro potrebbe facilmente diventare, in contesti educativi ideologizzati, un veicolo per introdurre concetti Gender in modo implicito (es. "essere sé stessi = rifiutare i modelli sessuati"). Non è un testo neutro. Sebbene sembri innocuo ma potrebbe generare interpretazioni fuorvianti.
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