La favola dell'auditel - Roberta Gisotti - copertina
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Descrizione

Il libro ripercorre le azioni, le richieste di chiarimento, i limiti e le riserve sollevate nel corso di questi sedici anni dal Consiglio consultivo degli utenti, dal Garante per l'editoria, dal Codacons, dall'Istat, dal Governo; testimonia i reiterati rifiuti da parte dell'Auditel a garantire maggior trasparenza; sottolinea i dubbi, le denunce e i silenzi di molti operatori; propone le sconcertanti testimonianze delle poche famiglie Auditel uscite allo scoperto. Il risultato della ricerca è quello di uno strumento imperfetto, macchinoso da utilizzare, rifiutato da nove famiglie su dieci, mirato a monitorare più i consumatori che i telespettatori.
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Dettagli

2002
1 maggio 2002
158 p.
9788835951988

Voce della critica

Per gli operatori della tv - amministratori, dirigenti, programmisti, protagonisti, conduttori - l'Auditel è l'occhio di Dio o del diavolo. Le loro fortune o disgrazie dipendono da lui. Un occhio a cui sacrificare immagini che lo attraggano, anche se cattive. L'Auditel, com'è noto, è una società privata creata dalla Rai, da Mediaset e dalle associazioni che rappresentano i pubblicitari perché accerti quanti sono i telespettatori che vedono i vari programmi, cioè l'audience. Il monitoraggio però non è fatto per soddisfare la curiosità di chi fa i programmi, ma per consentire agli investitori pubblicitari di farsi un po' di calcoli e di pianificare le loro campagne in rapporto al loro costo. Se gli ascoltatori di un programma sono molti, la pubblicità costerà di più perché il suo effetto è maggiore, ma il costo-contatto meno. E viceversa. Insomma, si vive o si muore di audience.

Ma come si fa ad accertare l'audience? Roberta Gisotti in questo libro svela tutti gli arcani: cinquemila famiglie sono il "campione" che rappresenta o dovrebbe rappresentare tutti noi, e hanno sul loro televisore un aggeggio elettronico che registra minuto per minuto i loro comportamenti. I loro? I nostri, perché moltiplicando i loro per quanti sono presuntivamente i telespettatori del nostro paese è come se quello che hanno visto loro lo avessimo visto tutti noi. Il fine è ovviamente quello di prevedere i nostri comportamenti di utenti-consumatori, più consumatori che utenti o utenti in quanto consumatori. Da qui derivano tutte quelle quasi fatali distorsioni del monitoraggio che il libro rivela una ad una.

Su tutti i sondaggi grava sempre il dubbio che il loro fine, o per lo meno quello dei committenti, non sia quello di rispecchiare la realtà, ma quello di prefigurare come vorremmo che fosse. In questo caso, poi, la preoccupazione è quella che il campione sia formato in modo da privilegiare quei soggetti che si possono ritenere più disposti al consumo anche perché sostano di più davanti al televisore. È vero che il direttore generale dell'Auditel Walter Pancini è un serio professionista che ha una profonda competenza nel campo, ma il fatto che il campionamento sia sempre stato "blindato" ha prestato il fianco a molti sospetti.

Il problema non è di poco conto, perché l'esito di un tale penetrante monitoraggio condiziona in modo rilevante i palinsesti delle emittenti. Con il proposito di massimizzare l'audience si può giungere a produrre programmi di scarsa qualità soltanto perché il loro pubblico è quello più disposto a massimizzare certi consumi. I ripetuti interventi critici del Consiglio nazionale degli utenti, del Censis, del Codacons (consumatori), di cui l'autrice dà conto, hanno approfondito tutti gli aspetti della questione, ma l'Auditel ha sempre insistito nel riaffermare la scientificità del proprio accertamento e l'utilità che esso ha per le emittenti e per gli investitori pubblicitari. Anche il recensore di questo libro ha avuto occasione di occuparsi del problema inviando una "lettera aperta" alle cinquemila famiglie "campione" perché si responsabilizzino di più sapendo che quelli che sono i loro comportamenti televisivi sono attribuiti anche a chi magari non li condivide, e che da loro dipende anche la qualità, o il degrado della programmazione televisiva. Ma ci vuole altro per riformare un sistema ormai consolidato.

Lo sa bene l'autrice, che ha fatto una vera lunga battaglia contro l'Auditel. Senza risultati, ma non inutile perché l'allarme critico che essa ha lanciato anche con questo libro ha messo in guardia politici, operatori e telespettatori a non farsi condizionare da un monitoraggio che, se può essere utile al mercato dei consumi, non deve divenire arbitro della programmazione televisiva, perché dal modo d'essere della tv dipende anche il modo d'essere del nostro paese.

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