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Anno edizione: 2013
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E dalla predizione fatta alla madre, in una dimensione insieme storica e visionaria sostenuta da una narrazione tortuosa, Rushdie racconta l'epopea di Saleem Sinai - bambino dotato di poteri soprannaturali nonché figura simbolica dell'India post-coloniale. «Un popolo che usa la stessa parola per dire "ieri" e "domani", non si può dire che abbia un solido controllo sul tempo.» Intricato e stratificato, è un romanzo impegnativo, ma dal soggetto interessante che riesce ad intrattenere grazie all'ironia, alla peculiare umanità rappresentata e ai riferimenti storici importanti, anche se le frequenti divagazioni appesantiscono la lettura. La sua complessità mi ha ricordato un po' quel capolavoro di "Cent'anni di solitudine" (ma solo un po') con tanto di realismo magico in chiave indo-anglofona. Necessita quindi di un certo impegno e pazienza nell'affrontarlo, e comunque alla fine, con qualche soddisfazione, ci si arriva. «In effetti in tutta la nuova India, il sogno che avevamo tutti in comune, nascevano bambini che erano solo in parte figli dei loro genitori - i bambini della mezzanotte erano anche figli "del tempo"; generati, capisci, dalla storia. Può succedere. Specialmente in un paese che è in sé una sorta di sogno.»
E molto interessante lo consiglio vivamente
15 agosto 1947, la data di nascita di un individuo, di una genealogia, di una nazione. Rushdie intreccia e intavola storie, vicissitudini storiche a eventi del tutto immaginari creando un gorgo risucchiante l'attenzione e la curiosità di un lettore pur sempre disposto ad abdicare ai lumi della ragione; ragione da intendersi con il filtro della cultura vigente al di qua dell'Ellesponto, dacché lo scrittore di Bombay affonda a piene mani nell'Epos indiano. Seppur sontuosa la messinscena posta in essere, tirando le somme, risulta iper-labirintica, ciononostante affrontare la lettura de' "I figli della mezzanotte" è cosa da fare per rinfoltire conoscenze, punti di vista, cronache di vite vissute apparentemente a noi lontane.
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