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Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 2005
Pagine: 242 p. , Rilegato
  • EAN: 9788806168636

È il veleno il lievito dei romanzi di Covacich, la radice remota dei suoi récits d'ascension, ovvero i racconti in salita verso uno stato di tossicità irreversibile che costituiscono la sua misura performativa e costante, resa pregnante e riconoscibile da un uso inesorabile della prima persona, cui il senso della testimonianza, se non della confessione, restituisce il gravame di un destino di derelizione. E se in A perdifiato (Mondadori, 2003, ora Einaudi "Tascabili") all'avvelenamento del fiume Maros faceva da contrappunto il dopaggio delle atlete in un processo di reciproca contaminazione, ambientale e umano, in Fiona l'elemento tossico è nella speciale droga che la vita moderna spaccia in più paste, l'effetto allucinatorio della quale è lo smarrimento della propria identità e lo sdoppiamento della personalità: Sandro si chiama "Top Banana" ma è anche "Minemaker", Maura è "la dea dei platani", i curatori della trasmissione "Habitat" figure che assumono epiteti da figuri, mostri legittimati da una televisione che con i suoi reality show converte il falso in vero creando cloni di Truman Burbank.

Anche Fiona è un "mostro", una piccola haitiana autistica che non parla mai e morde sempre, con una testa grossa e un aspetto di ragno. Ma neppure Lena, la moglie di Sandro, è una persona normale, se di normalità si può ancora parlare in un mondo in craquelure, avvelenata com'è da una forma di anoressia che la rende "un burattino giallo", incapace – come tutti, del resto – di condurre una vita di coppia e di relazione che non sia sottoposta a sempre più pesanti prove da sforzo.

Ecco dunque il veleno che Covacich sparge in un mondo la cui vera natura è quella nascosta e mistificata. Maura (che abbiamo visto in A perdifiato) vuole il bambino che aveva rinunciato ad adottare e che adesso vede con Sandro e Lena. Segue perciò Sandro tantalizzando, riempiendogli la vita di nuovi spettri, a dispetto della mostra che fa di genitore esemplare che presta ogni cura alla difficile figlia adottiva, di marito premuroso attento a lenire il disagio della moglie, di geniale autore di "Habitat", un "Grande fratello" di successo che gli vale meriti e onori e che scandisce le sue giornate fino ad assimilare la vita della "casa" con la sua in un combinato che segna anche la successione dei capitoli, cadenzati sull'incalzare delle puntate del format. Dietro l'apparenza di uomo irreprensibile e di successo, Sandro maschera una diversa identità, perché è anche l'irrintracciabile attentatore che mina le confezioni alimentari nei market, l'esperto di esplosivi che sfida la società perbene e perente. È soltanto quando fallisce come Minemaker – e viene identificato e braccato – che si ripudia come padre mancato e marito dimezzato per sentirsi, sull'altare dello spettacolo, ultima divinità, in una scena madre dove i fili della sua proteiforme esistenza riconducono a un unico grumo, un nodo che intreccia e brucia ogni sentimento, ogni speranza: sicché entra con Fiona in diretta nella casa di "Habitat", la sua casa, con un carico di esplosivi pronto a fare di lui un Sansone, della figlia adottiva un Isacco e dei collaboratori televisivi dei Filistei, artefice di un atto postremo, palingenetico e catartico, di rifiuto e ripudio di tutto e tutti, una Nemesi a lungo ricercata, l'affermazione financo di una "poetica" – e La poetica dell'Unabomber (Theoria, 1999) è uno dei titoli del catalogo Covacich.

È Sandro che alla fine pensa: "Nessuno è felice per merito di qualcuno", trovando così risposta a un'ossessione, il fumetto di un maiale vivisezionato che dice: "Dio ci ha sognati tutti troppe volte". Abiura dunque le virtù teologali della speranza e della carità per aderire (accogliendo il portato della materia insegnata dalla moglie e proprio ascoltando una sua lezione sulla religione bizantina) a un'idea esicastica di fede che fa di esercizi corporali quali il respiro e la cantilena, il silenzio e il pensiero, il mezzo di contemplazione di Dio attraverso la "preghiera del cuore". È in questo credo che Sandro trova la sua religio, il senso di avvento del "germe del bene", entro un quadro di "anomalie" (tema centrale nella ricerca di Covacich, titolo anche di una sua raccolta di racconti: Anomalie, Mondadori, 1998) che sono il nuovo patrimonio genetico di un'umanità educata alla deriva e alla perdita.

Fiona non è un romanzo sulla forza d'animo ma sulla debolezza e le nuove forme del mal di vivere. In questo nuovo e inesauribile Covacich, che ripropone la più aggiornata versione della figura dell'inetto primonovecentesco, qui in veste di cerimoniere funebre, agisce un senso di cupio dissolvi che intrude una forte vocazione all'amor fati, al di là di legati di noir o di horror, di implicazioni telematiche e modelli postmoderni. Qui Covacich restituisce piuttosto al nostro tempo la sua voce, flebile e spersa, che è ancora quella di un decadentismo assolutamente deciso a esplorare nuovi recessi dell'inconscio per elicere veleni sconosciuti.

 

gianni.bonina@tin.it

 

G. Bonina è responsabile del magazine Stilos

Recensioni dei clienti

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    Fosca Salmaso

    21/01/2010 20.17.47

    Penso che ce ne voglia per non capire la poesia di questo libro! E' uno dei miei preferiti in assoluto. Forse non avete letto A Perdifiato, il libro precedente? BELLISSIMO. covacich sei un grande!!!

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    Stefania

    11/07/2006 13.05.13

    un libro spezzettato ed angosciante, peccato, le idee di partenza erano buone

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    Mac_User91

    28/03/2006 23.58.35

    I temi dell' alienazione, di questa odierna società violenta e consumista, della crisi dei rapporti familiari, vengono affrontati in questa narrazione in prima persona. L' io narrante è un tizio discretamente svalvolato, che, preda di una lucida follia, alterna il suo vivere tra: le mansioni di padre adottivo e di responsabile di programma di una TV commerciale e le nefande imprese da "pirlabomber". Buon tentativo ma, secondo me, riuscito solo parzialmente. La storia è pesante ma largamente prevedibile; giunto ad una trentina di pagine dall' epilogo, sono saltato direttamente alla fine, che avevo già intuito e poi ho abbandonato il libro. Sono anch' io del parere che siano stati usati troppi luoghi comununi.

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    Mezz.

    25/10/2005 23.20.49

    I concetti sono ripetuti in modo ossessivo e anche un po' didascalico. Questa voce interiore alla fine suona falsa (pardon, troppo facile dire che è un effetto voluto) come il libro stesso, ahimè. Da rivedere.

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    Michela

    17/10/2005 16.52.44

    Il nome Grande Fratello viene da 1984 di George Orwell, un libro dove le parole hanno un significato completamente opposto di quello che ci è familiare: abbondanza=carestia, verità=bugia, pace=guerra ecc. E questo libro sembra proprio smontare il mito del reality-show, mostrando che la realtà è finzione perchè i "fratellini" seguono un copione. Ma non è questo il suo interesse: è in tutto l'intreccio di storie (il lavoro del protagonista, la sua famiglia, i suoi sogni dinamitardi, la donna del mistero...) Quanto al GF, non so se è davvero così pilotato, ma ho notato che molti suoi ex concorrenti fuori dalla casa sono diversi da com'erano dentro (p.es. Katia). Che questo libro contenga la spiegazione di queste metamorfosi?

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    giap

    26/06/2005 16.15.30

    uno dei più sopravvalutati scrittori italiani si conferma tale. difficile scrivere peggio.

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    ant

    21/05/2005 11.10.26

    Buono il ritmo del romanzo e notevole l'intreccio di storie molto attuali, irritante invece l'uso di luoghi comuni ormai deprimenti( il generale originario di Salerno quindi furbo, la bambina di origini Haitiane quindi intrinsecamente portata ai riti vuduu', ecc.)

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    gianna

    01/04/2005 16.49.44

    Eh, no! Giannimemoria, non sono d’accordo. Ho letto questo libro con passione. Ho trovato una prosa cupa e penetrante come il battito di un tamburo. Racconta questo mondo, iperrealista e claustrofobico, dei reality show e dei megastore, delle autostrade intasate e delle case spremute sui divani e spiaccicate sui televisori. Dei bambini sbattuti e stremati e degli unabomber troppo umani. Un vero libro di guerra, senza un attimo di tregua. Disperante od ottundente, non ho ancora deciso, ma certamente la qualità della prosa è eccellente. Leggerò anche gli altri, appena posso.

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    giannimemoria

    15/03/2005 17.01.01

    Il Grande Fratello è una truffa mediatica che detesto. Mi dispiace che Covacich non abbia trovato altri argomenti per il suo nuovo libro, peraltro un pelo ingarbugliato, con una narrazione che mette ansia. Per ragioni tecniche, purtroppo, e non per il pathos del racconto. Lontani anni luce dalla prosa del Nostro che di tanto in tanto possiamo gustare sul Corsera.

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