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    Eugenio Cavacciuti

    20/09/2017 07.51.30

    Fogli D’Ipnos fu pubblicato in Francia nel 1944. Lo leggo nella storica traduzione di Vittorio Sereni, edita per Einaudi. Libro che mescola la poesia con gli aforismi e con brevi brani narrativi, andando aldilà di ogni definizione di comodo, esplorando la scrittura come pozzo senza fondo dell’intuizione pura. Nulla di astratto in tutto ciò ma la lucida concretezza di un uomo d’azione che partecipa alla Resistenza francese, assumendo su di sé la consapevolezza di agire per il giusto e “deciso a pagare per questo”. La guerra non è solo contro Hitler e le sue tenebre, ma anche contro il linguaggio automatico, sclerotizzato e sepolcrale che la modernità comunicante ha fatto suo. Scrittura che a fatica, letteralmente in mezzo alle pallottole, trova il suo spazio e la sua voce umana. In questo libro profondamente scritto e direi dolorosamente tradotto da un altro grande poeta, Vittorio Sereni, le folgorazioni sono diverse. Di tipo aforistico, poetico o narrativo. Ne scelgo una per tutte, la mia preferita, la numero 129: “ Siamo come quei rospi che nell’austera notte delle paludi si chiamano e non si vedono, piegando al loro grido d’amore tutta la fatalità dell’universo. “ Fogli d’Ipnos è un libro profondo di un poeta che attraversa virilmente la Storia, per attingere poi misteriosamente alla miniera della poesia, di un uomo che vive l’azione come spazio di una rivelazione, per essere una “voce d’inchiostro”, nel marasma cieco e allucinato della barbarie nazista, sempre tentato di espanderla questa voce ma limitato dai tempi stretti, dalla disciplina militare della sua attività di partigiano. È la scrittura di un uomo che rischia in ogni momento di essere ucciso e non ha tempo da perdere; è una scrittura perciò necessaria, visionaria e realistica al tempo stesso.

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    Cristiano Cant

    08/11/2014 13.54.38

    Piccole immense schegge di poesia adamantina, sapienza e altrove in echi di altezza elegantissima, e un possesso della parola, un tatto semantico di virtuosa rarità. La traccia emotiva è indiscutibile, un tesoro che deve giustamente svenarsi nella coscienza d'essere perfezione. Questo e molto altro in una raccolta che è un commosso salto nel divino, un uomo e le parole che lo prendono per mano, lo guidano, lo abitano. Capolavoro, di più.

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    gianluca bidin

    24/09/2003 15.47.25

    Char continua a soffrire (in buona compagnia, purtroppo) di scarse traduzioni. Le poche esistenti - pur di eccellenti studiosi e poeti - denotano però lo scarso interesse a cimentarsi con questo scrittore oscuro e luminoso come quasi ogni grande uomo, a partire da Eraclito, non ignoto al nostro poeta, guardacaso. Questa breve e meravigliosa opera, prima edita nell'introvabile antologia feltrinelliana curata da Caproni e Sereni, grandi poeti e benemeriti traduttori dal francese, appare autonomamente riveduta dallo stesso Sereni, arricchita di una sua intensa introduzione. E' la seconda guerra mondiale che gira attorno e sopra l'umanità di un uomo e dei suoi compagni di resistenza militare. Mentre brucia ogni resistenza interiore verso la vita. Un libro 'totale', dove a poco a poco l'apparente casualità delle parole trova un ordine profondo, e diventa inscindibile dall'esperienza esistenziale di un uomo, e si salda a quella del lettore. Le parole, fantasticamente, significano ad un livello inimmaginabile, e fioriscono e generano instancabilmente. Un libro così sembra impossibile che possa finire, e infatti Char, laconico, suggerisce 'Immaginazione, ragazzo mio, immaginazione'. Brevità e infinito non sono mai stati così genialmente vicini.

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