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La sorprendente arguzia e la formale audacia del film Frank partono dal casting. Michael Fassbender è stato un X-Man, un gladiatore (300), un sessuomane (Shame) e un candidato all’Oscar (12 Anni Schiavo). Anche un sex-symbol, sui cui poster sbavano orde di adolescenti. Allora perché ingaggiare Fassbender nel ruolo principale di un’icona musicale cult nel film Frank e poi chiedere all’attraente farabutto di coprirsi il volto con una testa di plastica per il 99% del film?

Non domandatelo, ve lo dico io. Perché il ruolo comporta quel tipo di rischio che il grintoso Fassbender ama correre. Inoltre, perché, be’, è quello che ha fatto Frank. Il film è liberamente ispirato alla storia di Frank Sidebottom, alter ego di Chris Sievey, comico inglese che sul finire degli anni Ottanta e nei primi anni Novanta riscosse un certo successo nel mondo underground, indossando una finta testa di cartapesta sulla quale dipinse un volto – solo il suo ristretto circolo di amici lo vide mai senza maschera – e andando il tour con la Oh Blimey Big Band. Nel 2010, quando Frank morì di cancro alla gola, la sua fama traballante si era ormai estinta da tempo e solo la generosità dei suoi fan l’hanno salvato da un funerale da indigente.

È una storia pazzesca, ma questo film non la racconta. Cosa piuttosto bizzarra, dato che Jon Ronson, che ha scritto la sceneggiatura insieme a Peter Straughan, suo collaboratore in L’Uomo che Fissa le Capre, suonava la tastiera nella band di Frank e rivela le sue manie da grande rockstar. Frank, il film da loro immaginato, racconta la storia dal punto di vista di Frank, aggiornata nell’era di Twitter, aggiungendo elementi presi da altri folli del mondo del rock, come il bipolare Daniel Johnston e il tirannico Captain Beefheart, e affrontando la collisione tra arte e business.

Lo so, vi sembra una stronzata. Ho pensato la stessa cosa, ma poi ho superato i miei pregiudizi e mi sono fatto trasportare dal film. Vi consiglio di fare lo stesso. Vi godrete un film divertente, commovente e vitale. Il regista Lenny Abrahamson sa muoversi bene tra le eccentricità; basta vedere Adam & Paul o Garage o What Richard Did. Abrahamson, inoltre, è una perfetta guida nel bizzarro mondo della musica realizzata ai margini.

L’affabile Domhall Gleeson dai capelli fulvi interpreta Jon, surrogato del pubblico, che si unisce alla band di Frank dal nome scioglilingua di Soronprfbs. Il manager della band, Don (Scoot McNairy), ingaggia il ragazzo solo dopo che il vero tastierista della band cerca di farsi fuori. Jon è accolto malissimo dalla batterista Nana (Carla Azar degli Autolux, che ha anche registrato con Jack White), dallo sprezzante bassista francese Baraque (François Civil) e dalla protettiva amante di Frank, Clara (Maggie Gyllenhaal), che suona il sintetizzatore e il theremin, con un atteggiamento in grado di fendere l’aria. Le cose si complicano per Jon quando la band si ritira in una capanna tra i boschi per diciotto mesi a registrare un album che entrerà nella storia della musica.

Al centro di questo circo creativo c’è Frank, che oscilla tra spirito birichino e autoritario mentre lotta per raggiungere la perfezione. Cercate di non ridere quando Frank accenna una danza gioiosa o descrive le sue espressioni facciali ad alta voce: “Smorfia lusingata seguita da timido sorrisetto.” Fassbender è un portento nell’usare la gestualità, la postura e l’intonazione per rivelare le gioie e i timori che si avvicendano sotto lo sguardo fisso di una maschera. Abrahamson, nello scrivere i testi delle canzoni composte da Stephen Rennicks, ha detto che gli attori recitano e cantano tra di loro fino a formare un legame abbastanza forte da superare le rivalità professionali e sessuali dei loro personaggi.

La cosa funziona, fino a che la smania di popolarità di Jon non persuade Frank ad accettare un’esibizione al SXSW Music Festival di Austin in Texas. Il disastro è servito, con conseguenti esplosioni di humor e sofferenza. La maschera di Frank, prosopopea dell’artista allergico alla celebrità e muro contro la smania irrefrenabile di popolarità da social-network, è la metafora che guida il film. Tuttavia, l’anima del film non risiede nella satira, ma nella musica. E’ qui che ha luogo la vera intimità. Sul finire del film, quando la band si riunisce per esibirsi nella folle e dissonante “I Love You All,” il film emerge come inno al potere ristoratore dell’arte. Nervi esposti allo stato puro. Via tutte le maschere. Se dovessi levarmi la maschera da critico e descrivere la mia espressione facciale dopo aver visto Frank, direi: sorriso d’apprezzamento seguito da malinconica lacrima. Voto 4/5

 Recensione di Peter Travers

 

  • Produzione: Koch Media, 2016
  • Distribuzione: Koch Media
  • Durata: 95 min
  • Lingua audio: Italiano (DTS 5.1);Italiano (Dolby Digital 5.1);Inglese (Dolby Digital 5.1)
  • Lingua sottotitoli: Italiano
  • Formato Schermo: 2,35:1
  • Area2
  • Contenuti: trailers; dietro le quinte (making of); interviste