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Anthony Kenny

Traduttore: M. Mazzone
Editore: Einaudi
Anno edizione: 2003
Pagine: 240 p.
  • EAN: 9788806152826

Cristoforo Colombo fallì il suo progetto di scoprire un passaggio a ovest per l'India, ma scoprì un nuovo continente, l'America. Frege fallì nel suo progetto di fondare la matematica sulla logica, ma scoprì un nuovo continente o, come dice Kenny, "fece scoperte in logica e progressi nell'ambito della filosofia che cambiarono in modo permanente la mappa di entrambe le discipline". Prosegue Kenny: "Come Colombo, Frege mancò di apprezzare pienamente il valore delle proprie autentiche scoperte, e questo generò in lui un profondo sconforto". Il commento di Kenny qui è falso, o almeno dubbio: certamente Frege ebbe sconforto dal fatto che pochi apprezzassero le sue scoperte, ma era pienamente consapevole del loro valore, come risulta anche dalla lettera scritta al figlio rima di morire: "Credo che vi siano cose qui [nei miei scritti] che un giorno saranno tenute in una considerazione molto più alta di quanto lo siano adesso".

L'introduzione di Kenny a Frege è benvenuta tra la non abbondante letteratura italiana su Frege, che comprende anche un'edizione del primo volume di Michael Dummett su Frege (edito a Londra nel 1973; tradotto da Marietti nel 1981) cui Kenny esplicitamente si rifà. L'influenza di quest'opera traspare spesso nel testo, come potrà facilmente riconoscere chi ha consuetudine con gli scritti di Dummett. Ma il libro di Kenny ha una sua originalità: la semplicità di esposizione e la strategia espositiva in cui si seguono passo passo le opere di Frege, dalla Ideografia del 1789 alle Ricerche logiche degli anni venti.

Kenny è conosciuto in Italia per la sua introduzione a Wittgenstein (Eianudi, 1973), e il suo libro su Frege è una continuazione del precedente lavoro, come se Kenny analizzasse la fonte più importante del pensiero di Wittgenstein. L'influenza di Frege, nota Kenny, non si limita al Tractatus, ma si estende allo stile del secondo Wittgenstein, nutrito di esempi e molto più "leggibile" del lavoro giovanile. Frege ha uno stile classico che non può non lasciare il segno; come Cartesio e Platone e più di tutti gli altri filosofi "egli ha posseduto il dono di scrivere una prosa accessibile e invitante alla prima lettura, e tuttavia capace di ricompensare coloro che la rileggono nel corso di tutta la vita".

Frege appare come il nuovo Aristotele dei nostri tempi e il suo lavoro come logico "ha oggi un effetto sulla vita quotidiana degli essere umani in tutto il pianeta". Ci si chiede: e perché? Come può un autore ancora piuttosto sconosciuto al grosso pubblico avere tale influenza? La risposta di Kenny è articolata e riguarda da una parte l'impatto della logica nell'insegnamento universitario di base (ove si studia una logica non molto diversa da quanto Frege scrisse nel 1879) e dall'altra l'impatto della logica sulle nuove tecnologie informatiche.

Dopo un periodo di letargo, anche in Italia la sua figura inizia a emergere come figura di filosofo di primo piano, e il libro di Kenny aiuta anche in questo. Tutti dovrebbero leggerlo per impadronirsi del pensiero che ha prodotto quella svolta linguistica che è ancora profondamente radicata - più di quanto appaia - nel nostro attuale paradigma scientifico e filosofico.

Il tentativo di sintesi di Kenny si riassume nel richiamo a cinque acquisizioni fondamentali (i quantificatori - la più rilevante scoperta logica di Frege - rientrano all'interno dello sviluppo del concetto di funzione): la dissociazione tra forza assertoria e predicazione; il trattamento di concetti come funzioni; la teoria delle relazioni come funzioni a due (o più) argomenti; la distinzione tra senso e denotazione; la separazione della logica da psicologia ed epistemologia.

Le prime tre acquisizioni rappresentano la distanza della visione fregeana dalla visione aristotelica della logica e del linguaggio; la quarta non è, come spesso si pensa, una riproposizione della contrapposizione tradizionale tra intensione ed estensione, ma una distinzione del tutto originale, su cui ancora oggi vi è viva discussione. Kenny insiste soprattutto sulla quinta, tema a lui caro a partire da un suo articolo sul "privato cartesiano" (tradotto in Capire Wittgenstein, Marietti, 1988). Kenny contrappone nei suoi scritti la tradizione cartesiana per cui il pensiero (tutto ciò che accade "nella mente") è privato e inaccessibile, alla tradizione wittgenteiniana incentrata sulla pubblicità del linguaggio e delle relazioni tra umani nella comunità linguistica.

Kenny ricorda come l'inizio della svolta linguistica parte da Frege, quando critica la concezione cartesiana dei pensieri come privati e inaccessibili, e mostra che la spiegazione filosofica del pensiero è conseguibile attraverso una spiegazione filosofica del linguaggio. Il limite di Frege è però una epistemologia che accetta il mondo cartesiano delle "idee", che viene riproposta con particolare candore nello scritto Il pensiero (1918). Le riflessioni epistemologiche qui contenute costituiscono probabilmente il bersaglio polemico di molte argomentazioni del secondo Wittgenstein. Ma "i passi avanti compiuti da quest'ultimo sono stati resi possibili, almeno in parte, dall'opera di Frege".

Alla fine Kenny, studioso di Aristotele e Tommaso, non riesce a non richiamare somiglianze tra Frege e i due grandi classici, e conclude: "Ovviamente, nell'assegnare alla logica, piuttosto che all'epistemologia un ruolo fondamentale per la filosofia, egli le restituiva il posto che era stato suo già nel Medio Evo".

Il libro di Kenny è in generale di piacevole e semplice lettura, anche perché spesso volutamente alcuni aspetti ostici sono semplificati; è adatto anche a una persona inesperta di logica, e conduce passo passo attraverso l'avventura intellettuale degli scritti di Frege, fino alla crisi provocata dal paradosso di Russell e agli scritti successivi a questa crisi. Come si è già detto, l'interpretazione di Kenny è piuttosto condizionata da Dummett, e vi sono letture alternative di Frege (che danno ad esempio maggior rilievo all'epistemologia fregeana). La traduzione di Marco Mazzone mi è parsa buona; ricordo che per anni si è discusso se dire in italiano "freghiano" o "fregeano", il secondo un orribile inglesismo che io stesso uso, sapendo che a leggere si pronuncia facilmente con la "g" dolce (ma anche Frege viene pronunciato con la "g" dolce per chi non sa che è un autore tedesco). Compare ora una terza opzione per la gioia dei lessicografi: "fregeiano". Non credo risolva la disputa.