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Jean Cocteau

Traduttore: M. C. Marinelli, V. Orazi
Editore: Passigli
Collana: Le lettere
Anno edizione: 1987
Pagine: 112 p.
  • EAN: 9788836800841

recensione di Zecchi, L., L'Indice 1988, n. 4

Di Jean Cocteau (1889-1963), instancabile ed eclettico animatore della scena intellettuale francese tra le due guerre, provocatore magistrale ed onnivoro artista, è uscito in sordina un libriccino edito da Passigli, "Il Gallo e l'Arlecchino", che ogni cultore italiano del fiammeggiante crogiolo europeo costituito dalle avanguardie parigine fra il 1910 e il 1930 non dovrebbe lasciarsi sfuggire. Il libro si vuole il manifesto di una generazione che "non si maschera, non si rinnega, non si nasconde", ed è scritto nel 1917 e dedicato a Georges Auric, uno degli animatori del celeberrimo "groupe des six" (assieme ad Honegger, Milhaud, Poulenc, Durey e Germaine Tailleferre), giovani musicisti idealmente raccolti attorno a Erik Satie per contestare il tardo impressionismo musicale paralizzato in una sorta di "culto a Debussy". Il volumetto è formato da una serie di aforismi (il vero e proprio manifesto indirizzato ai "Sei") e da alcune appendici, scritte nel 1924 e nel 1925, di sapore più diaristico e documentario, dedicate soprattutto a Stravinskij e all'impatto delle sue composizioni negli ambienti della critica e del pubblico più conservatori. Nella dedica a Auric, Cocteau afferma perentoriamente di difendere una generazione a cui "il paradosso e l'eclettismo riescono odiosi"; paradosso supremo, visto che il testo del "Gallo e l'Arlecchino", col suo perenne sgranarsi di programmi polemici alternati a 'boutades', sembrerebbe dar luogo all'esatto contrario. In realtà, accanto a un discorso costruito a tavolino di provocazione sistematica, sono reperibili osservazioni estemporanee, acutissimi schizzi delle avanguardie, digressioni narrative impreviste; nella serie degli aforismi troviamo dei piccoli capolavori, oscillanti tra La Rochefoucauld e Wilde, come "Nel creatore è necessariamente insito un uomo e una donna, e la donna riesce quasi sempre insopportabile", o "Si chiudono gli occhi dei morti con pia dolcezza; con eguale dolcezza bisogna aprire gli occhi ai vivi", o ancora "se ti fai rapar la testa, non lasciarti un ciuffo per la Domenica"... Per non parlare della serie dedicata ai vari tipi di pubblico, dove, in anticipo su Jannacci, Cocteau enumera: "Quelli che difendono l'oggi servendosi dell'ieri, e che presentano il domani (uno per cento).- Quelli che negano l'oggi per difendere l'ieri, il loro oggi (dieci per cento).- Quelli che si immaginano che l'oggi sia un errore, e danno appuntamento per dopodomani (dodici percento). - Quelli d'avant'ieri che adottano l'ieri per provare che l'oggi esce dai limiti consentiti (venti per cento)..." e così via, con irresistibile umorismo. Nelle digressioni diaristiche delle appendici (ad esempio, la rievocazione della convulsa prima del "Sacre du printemps" di Stravinskij), la scrittura si distende per fornire anche ai non addetti ai lavori echi di eventi appuntati nella loro violenza ed effervescenza irriducibile; Cocteau rinuncia per così dire all'impertinenza (che spesso pare diventare un rifiuto dell'assunzione diretta dell'arte come rischio ed atto creativo) e lascia emergere un testimone straordinario, comunicativo e sensibile. Tale valore del "Gallo e l'Arlecchino" come "frammento di un diario" (mai scritto) di Cocteau è reclamato anche nella affettuosa prefazione di Auric, dove il musicista, distaccato da odi e partigianerie, osserva il carattere aleatorio dell'aggettivo "contemporaneo" nelle sue migrazioni attraverso le avanguardie novecentesche, e termina con una domanda che ha le sue premesse nell'idea di "felice Settecento", dove il 1733 (data di composizione della "Messa in si" di Bach, della "Serva padrona" di Pergolesi e di "Hyppolite et Aricie" di Rameau) è proposto al lettore come quesito: "Nel XVIII secolo era dunque possibile e permesso scrivere musiche tanto dissimili senza essere accusati e turbati. Felice anno 1733! Felice XVIII secolo! [...]. Un'ultima domanda prima di concludere: tra Rameau, Pergolesi e Bach, chi credete che avesse il diritto di considerarsi un musicista contemporaneo?".