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Israil M. Metter

Curatore: A. Raffetto
Traduttore: L. Montagnani, A. Raffetto
Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 1994
Pagine: 149 p. , ill.
  • EAN: 9788806130824

recensione di Malcovati, F., L'Indice 1994, n. 4

"I ricordi sono come uova d'uccello nel nido: l'anima li scalda per lunghi anni e d'un tratto essi rompono il guscio disordinatamente, inesorabilmente". Eccoli, disordinati, inesorabili, i ricordi di "Genealogia". Con quella stessa voce sommessa, ironica, attenta che abbiamo conosciuto nel "Quinto angolo", Izrail' Metter racconta la propria infanzia. Tutti abbiamo avuto un'infanzia, un cortile, un compagno di giochi, una nonna o una vecchia tata morbida, amorosa. E per questo, credo, che i racconti delle infanzie altrui suscitano tanta commossa partecipazione: perché ognuno, nelle parole altrui, rivive il proprio cortile, il proprio compagno, la propria tata. È patrimonio comune, seppellito ma vivissimo, velato ma incancellabile. Ho letto e riletto le prime pagine di "Genealogia" sia perché sono bellissime, sia perché mi rimandavano ("disordinatamente, inesorabilmente") a quei miei anni lontani, e ne sentivo il calore, la grazia, l'avventurosa innocenza. Cinquanta pagine degne della grande memorialistica del Novecento russo. Forse non è il caso di scomodare Cvetaeva ("Il diavolo"), Pasternak ("Il salvacondotto"), Mandel'stam ("Il francobollo egiziano"): ma mi va di farlo. La qualità è identica. E poi, naturalmente, Babel', con i suoi racconti di Odessa, "Storia della mia colombaia", "Primo amore": l'infanzia di un bambino ebreo nella Odessa assolata, violenta, inquieta dell'inizio secolo.
"Un ebreo russo, ormai a questo non rinuncio mai più": l'infanzia di Metter, in una sonnacchiosa Char'kov che non sembra conoscere i sanguinosi pogrom odessiti, ha ritmi distesi, sereni, è permeata di riti arcaici, di curiosi cerimoniali. Tutto nasce da una fotografia del nonno, trovata per caso: un vecchio triste, pensoso, dalla barba copiosamente bianca, con un berretto e un lungo 'laperdak', una mano poggiata su un ginocchio, l'altra su un grosso libro aperto. Da quel volto, il torrente dei ricordi: il cortile che è un universo pieno di voci e colori, popolato da personaggi strampalati, il mendicante sordomuto che emette un lugubre lamento sotto ogni finestra, il mercante cinese vestito di turchino che vende ventagli e lampioncini variopinti. E poi la cucina dei nonni, con la stufa smisurata, la pentola di ghisa dal nero coperchio dove cuoce per ore la fragrante pietanza rituale del sabato, il 'colnt' dall'inconfondibile sapore, "in cui si riflette la trepida anima della nonna", e che il nonno sorseggia accompagnandolo con vodka (vietatissima il sabato, ma contrabbandata come acqua in cui viene sminuzzato pane raffermo). E poi il primo amore con le attese sotto le finestre e l'inglorioso scivolone nello sterco di vacca, il primo funerale, con quell'accesso di riso infantile che scatena l'indignazione degli adulti, l'ingenuo tentativo di suicidio, il rito pasquale, il 'seider', con la scoperta dell'inganno paterno (eh sì, non è il profeta Elia che beve il calice lasciato sul tavolo da pranzo), la storia del miracoloso unguento del nonno, celebre cerusico a Minsk, la breve cronaca dell'unico ginnasio antico-ebraico di tutta la Russia, il Tarbut di Char'kov, con il buon maestro Prachovnik, dal tragico destino. Il Tarbut segna in un certo senso la fine dell'infanzia, del mondo trepido e tenero dove tutto sembra regolato da leggi eterne e indistruttibili: comincia l'era sovietica. Il dodicenne Metter non registra, dell'avvento dei bolscevichi, che la brusca interruzione delle lezioni del Tarbut, la scomparsa inspiegabile di Prachovnik, l'interrogatorio brutale dei giovani allievi da parte di un volgare giovanotto in giubbotto di pelle che comunica seccamente: "Abbiamo chiuso il vostro ginnasio, faceva di voi i futuri nemici del comunismo mondiale". Un episodio che sembra chiudersi con la drastica rozzezza di quelle parole e invece ha un seguito cinquant'anni più tardi, con la casuale scoperta dell'identità tra il giovanotto di allora e un rispettabile collega di oggi, certo Dobin, appena caduto in disgrazia dopo un'onorevolissima carriera di letterato di regime. Metter non si indigna, ma impreca: "Davvero la tua colpa consisteva nel fatto..." e ricomincia a giocare a scacchi. Così, con calma agghiacciante e tremenda, più forte di qualsiasi anatema, Metter registra l'avvento di un mondo dominato dalla logica della violenza e del sopruso.
C'è, nei ricordi di "Genealogia", un salto di qualche decennio. Dal 1920 al 1941. Assedio di Leningrado. Chiunque lo visse, credo, potrebbe raccontare la propria lotta per la sopravvivenza, il proprio incontro con la disperazione, l'impotenza, la morte. Basta qualche episodio di quegli allucinanti novecento giorni per farci capire il resto, che non è detto e forse non può essere detto. Poi è la morte di Stalin, altro momento collettivo di cui ciascuno ha la propria versione. Una visita al feretro nella moscovita Casa delle Colonne? Meglio una bottiglia di cognac, a casa, a Pietroburgo. Nell'utilizzare il materiale della memoria, qui come altrove, Metter è stringato, sobrio, fa massima economia di effetti: ma proprio il suo ritegno, la sua ironia, la sua discrezione dilatano invece che ridurre l'eco dei fatti, il senso degli avvenimenti.
Nella seconda parte il tono cambia: sono ricordi letterari. Perché preferisco la prima? Perché nella seconda Metter diventa un letterato che parla di altri letterati e mi sembra di aver già letto da qualche parte quello che dice. L'infanzia no, l'infanzia è unica, non la si può confondere con quella di qualcun altro.
Naturalmente esagero. Le pagine sulla Achmatova sono di grande qualità. Anche qui, Metter mi spinge indietro nel tempo: conobbi l'Achmatova a metà degli anni sessanta. Era vecchia, provata, gonfia, stanca. Ma Metter ha ragione: nulla aveva piegato la sua regalità. Nulla aveva piegato il ritmo lento, suntuoso delle sue frasi asciutte, lampeggianti, la sicurezza talora dura, intransigente dei suoi giudizi. Non era, come malignamente insinua la Panova, un museo di se stessa. No, era l'archivio vivente di una grande e tragica stagione della poesia russa, di cui era l'ultima sopravvissuta. E lo sapeva. Intorno a lei le ombre (le ombre inquietanti che popolano "Poema senza eroe") di Blok e Ivanov, di Mandel'stam e Pasternak, di Gumilëv e Kuz'min, di Cvetaeva e Bulgakov. E Metter ci sa trasmettere la forza lucida, indomita di questa grande solitaria, costretta per decenni al silenzio e invece così avida di contatto con i lettori. Non importa dove si pubblica - diceva - , anche su un cartellone pubblicitario". Metter la ascolta e ci parla dei suoi amori letterari, della sua indifferenza per Cechov e della sua dedizione a Puskin ("Si sentiva una donna della sua cerchia, era gelosa di lui come di un vivo"). Ci parla delle sue case, o meglio delle sue stanze, da quella mitica sulla Fontanka a quella in via della Cavalleria rossa a quella in via Lenin. "Tre appartamenti assolutamente diversi - e la camera della Achmatova assolutamente uguale". Ci parla con scabro rigore di qualche episodio della sua vita, come l'incontro nel 1954 con un gruppo di studenti inglesi che volevano sapere se ritenesse giusto l'attacco furioso di Zdanov di nove anni prima. Per rutta risposta, tre impassibili parole: sì, proprio così. "Fu la saggezza del suo martoriato destino a suggerirle questa risposta".
Dei due capitoli su Michail Michajlovic Zoscenko, il "cavaliere antico" dalle severa e triste nobiltà, preferisco senz'altro il secondo, che racconta l'agghiacciante serata nella sala grande del circolo degli scrittori a Leningrado, a metà degli anni cinquanta (una sala "impregnata di annosa menzogna e di annosa paura, impossibile arieggiarla"), dove lo scrittore venne un'ennesima volta messo sotto accusa per un suo discorso troppo onesto, troppo coraggioso, troppo libero. Una messinscena penosa, un consenso greve dei presenti interrotto dai battimani isolati proprio di Metter. In fondo Stalin era morto da un anno, qualche cosa poteva cambiare. Ma niente era cambiato. E non sarebbe cambiato ancora per lungo tempo.
L'ultimo episodio è il processo all'allora giovane poeta Josif Brodskij: fino a che punto di rozzezza, di ipocrisia, di grossolanità può arrivare l'apparato sovietico quando si tratta di attaccare la cultura, umiliare la poesia. Qui ogni tanto Metter perde il tono malinconico e impassibile con cui riferisce in altre pagine episodi forse più biechi: qui l'indignazione affiora, scardina il lessico composto,.autorizza scatti e impazienze. Troppe volte davanti agli occhi di Metter si era ripetuto quel miserabile rituale: e come commento alla sua ingenua risposta data alla truce funzionaria "Non tutti i giorni si processa un poeta", Metter conclude con amara saggezza, ergendosi a coscienza della propria generazione: "Da tempo ormai ho capito: la mia risposta era inutilmente altezzosa e molto inesatta - i poeti, i prosatori, i letterati da noi vengono processati quotidianamente".
In conclusione: la prima parte di "Genealogia", che in russo si intitola "Rodoslovnaja", è un piccolo capolavoro. Ma ottanta pagine non bastano per fare un libro e soprattutto per farlo costare ventiquattromila lire. Così, un po' a casaccio, sono state aggiunte le altre settanta pagine di ricordi letterari. Ne è venuto fuori un libro di centocinquanta pagine, che tradisce la casualità delle scelte. Peccato. Da solo, "Rodoslovnaja" sarebbe bastato e avrebbe reso più giustizia al talento prezioso, schivo, sommesso di Izrail' Metter.