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Editore: Garzanti Libri
Collana: Saggi blu
Anno edizione: 1989
Pagine: 536 p.
  • EAN: 9788811598046

recensione di Touraine, A., L'Indice 1990, n. 6

Sono sempre esistite due facce della sociologia, dal momento che, se la società fa l'uomo, l'uomo fa la società. Sostenere che il sistema e l'attore sono, come diceva Gurvitch, prospettici, è un'espressione troppo vaga. È meglio separare i due movimenti, più opposti che complementari. Da una parte i nostri comportamenti denotano la posizione che occupiamo in un determinato sistema: crediamo di fare delle scelte personali, e anche quando scegliamo il nome di nostro figlio siamo mossi da forze deterministiche ben più rigorose di quanto non ci appaiano. Siamo persuasi di amare una bibita o un abito, e la nostra scelta non riflette altro che la nostra ascesa o la nostra caduta sociale o, ancora più semplicemente, la notra posizione sulla scala dei redditi o dell'educazione. D'altra parte quella che chiamiamo società non cade dal cielo, e i valori, le norme e persino le forme materiali di organizzazione, come la pianta delle città, sono assai più fragili e mutevoli di quanto noi pensiamo quando, nella nostra vita quotidiana, ci scontriamo con le sanzioni che ne assicurano la sopravvivenza.
Questa elementare constatazione muove verso due direzioni. La prima ha a che fare con la storia delle idee: perché in certe epoche e, forse, in certi paesi, uno dei due versanti della sociologia è più in luce dell'altro? La seconda ci conduce più avanti nell'analisi: quando diciamo che la società fa l'uomo e che, a sua volta, l'uomo fa la società, questa parola impiegata due volte, designa in entrambi i casi la stessa realtà? La società prodotta dagli uomini e la società che controlla e mantiene l'ordine sociale sono la stessa cosa? Ma affinché questo secondo ordine di interrogativi venga posto, occorre che la sociologia riconosca il proprio duplice orientamento.
Abbiamo appena vissuto un lungo periodo in cui questa circostanza non si è verificata, cioè in cui le concezioni deterministiche hanno avuto il sopravvento, in modo casi assoluto che è stata cancellata da ogni spirito l'idea, divenuta arcaicizzante e quasi ridicola, che gli uomini siano gli artefici della propria società e della propria storia. Funzionalismo ottimista e funzionalismo critico hanno unito le loro forze, al di là del loro reciproco conflitto, per eliminare dal campo dell'analisi i comportamenti di mutamento sociale e, soprattutto, quella che ho chiamato l'idea di produzione della società. Prima di tornare a soffermarmi sulle ragioni e sulle conseguenze del lungo successo di queste scuole, collochiamo l'opera di Alberoni nel contesto che la rende importante: si tratta di un'opera che cammina apertamente, con le bandiere al vento, contro questa visione puramente deterministica, contro ogni forma di funzionalismo. Come potrebbe uno come me, che vive dall'altra parte delle Alpi - in questa città di Parigi che è stata occupata e intellettualmente governata per vent'anni dalle truppe del cosiddetto post-strutturalismo - e che si è sforzato, con pochi altri, di far uscire dall'ombra il mondo della creazione e della produzione di cui in tanti negavano l'importanza, non ascoltare con il massimo interesse questa voce, rafforzata dal fatto di venire dall'Italia, da una società quindi che si controlla assai poco e che, per questa e per altre ragioni, si inventa e si trasforma più liberamente di quelle dei paesi vicini?
Alberoni ci aveva già mandato un primo messaggio: aveva contrapposto, in un saggio importante, il movimento della società all'istituzione; alcuni avrebbero detto: l'istituente all'istituito. In seguito aveva dirottato i propri interessi verso le forme più elementari di relazioni sociali, le meno istituzionalizzate e le più cariche di effervescenza, l'innamoramento e l'amicizia, e questo gli aveva conquistato folle di lettori. Oggi ritorna a una riflessione più generale, nutrita e trasformata da vent'anni di saggi, di riflessione, di esperienza e anche, lo sottolineo ancora, da un mutamento del contesto storico. Ascoltiamo, innanzitutto, il rumore provocato dalle teorie di Alberoni al momento del loro ingresso nell'universo strutturalista e iperfunzionalista. E come il vento che si alza e che fa stormire i rami, come il gas che trasforma il vino in champagne, come il giovane primo attore che attraversa il salone e al cui passaggio si voltano le donne rivestite dei loro codici sociali. Ancora più concretamente, è il rumore, l'odore, il colore della vita privata che entrano nella vita pubblica, il desiderio e il movimento che penetrano nella regola e nella gerarchia. Di qui è nata la risposta da parte del cosiddetto pubblico, che pativa di essere tenuto ai margini della vita pubblica e chiuso nel suo universo privato, quando la salute, l'educazione, l'amore o l'amicizia sono esperienze centrali della vita che le scienze sociali dell''establishment' funzionalista e strutturalista rifiutavano con il massimo disprezzo, in nome di una concezione esclusivamente politica e anche puramente repressiva della vita sociale. Alberoni, infatti, infrangendo brutalmente le barriere innalzate tra il sistema e gli attori, tra la sociologia e la psicologia, ricostruisce la vita sociale partendo da quel che è meno organizzato e istituzionalizzato, partendo dallo stato nascente, dall'effervescenza, che chiama anche esperienza fondamentale, e, appoggiandosi su Freud più che su Marx, parte dagli orientamenti dell'attore, individuale o collettivo, nei confronti di un oggetto ugualmente individuale o collettivo, e trova nell'insieme di amore o di aggressività, di Eros e di Thanatos un principio di squilibrio e di dinamismo, in quanto - e anche qui è presente l'insegnamento di Freud - l'attore sociale tende a ridurre questa dissonanza affettiva. Si passa quindi costantemente dal sistema all'attore, dalla regola al desiderio, prima di ricostruire o di sognare di ricostruire un nuovo sistema. Questo non rimane mai immobile, poiché, nella misura stessa in cui funziona, per rafforzare la propria potenza, la sua capacità di socializzazione diminuisce e, di conseguenza, libera l'amore e l'aggressività di individui che agiscono allora per la soddisfazione dei propri appetiti e che, dunque, sovvertono l'ordine costituito, secondo il principio degli studenti del maggio '68: "Siate realisti, chiedete l'impossibile". Ma, a sua volta, questo mondo è trascinato verso la ricostituzione di un sistema istituzionale per indebolire le tensioni tra il piacere e la realtà che lo stato effervescente massimizza. Ne consegue un'immagine ciclica: ordine stabilito, rottura, stato nascente, nuova istituzionalizzazione che diventa ordine stabilità e provoca nuove rotture.
Come non leggere innanzi tutto questo discorso teorico come un'intelligente interpretazione dell'attuale momento storico? Mentre coloro che, a partire dalla fine degli anni '70, hanno sviluppato il tema del narcisismo - Larsch, Sennet o Lipovetski - si rammaricavano, nel caso dei primi due, per questa caduta dell'uomo pubblico o, nel caso del terzo, se ne rallegravano, Alberoni protesta con ragione contro quest'illusione di una sfera privata chiusa su se stessa e vi scopre il desiderio di ricostituire la vita sociale. E non esita a paragonare il periodo attuale con tutti i grandi movimenti di invenzione sociale, culturale e politica della storia, che si tratti della nascita delle grandi religioni, o dei più importanti movimenti sociali e politici.
Negli ultimi dieci anni il pensiero sociale sembrava essersi esaurito, in quanto lo strutturalismo si autodivorava. Questa scuola di pensiero, a forza di spiegarci che la società è un sistema di controllo e di riproduzione e che, quindi, non può esserci nulla di nuovo sotto il sole, si è rivelata semplicemente incapace di capire le trasformazioni in corso. È un caso se il libro di Alberoni, che riassume il lavoro di tutta una vita, viene pubblicato nel momento in cui si sgretola il controllo comunista e sovietico sulla metà dell'Europa, in cui gli attori politici e sociali che tanti autori consideravano distrutti per sempre ad opera del totalitarismo, invadono di nuovo lo scenario della storia? Il libro di Alberoni è la colomba che porta nel suo becco un ramoscello verde, annunciando ai navigatori che si stanno avvicinando ad un nuovo mondo, che essi costruiranno sulla base dei loro sogni e dei loro desideri, del loro vagabondaggio e della loro aggressività.
Occorre ora, dopo aver collocato il libro di Alberoni in un contesto storico, interrogarlo sul suo contenuto. Cos'è questo stato nascente? Alberoni, prendendo in esame il concetto di comunità, osserva a ragione che si tratta di un concetto ambiguo: designa sia un'appartenenza che una creazione, sia un esercito che un gruppo religioso volontario, sia l'ordine che la lotta contro l'ordine stesso. Ma non si può esercitare la stessa critica sui concetti che Alberoni stesso propone, e in particolare su quello di stato nascente? Se l'attore si opponesse al sistema in nome dei suoi desideri individuali, diventerebbe marginale e spesso anzi sarebbe sanzionato in quanto tale. Occorre quindi che lo stato nascente sia definito in termini sociali, e lo può essere in almeno tre modi opposti. Innanzi tutto in termini critici, cioè di libertà dell'individuo davanti alla società; poi in termini di fondazione di un nuovo principio di organizzazione della vita sociale, e infine in termini di rinnovamento continuo di una società definita dalla sua capacità di cambiamento.
L'idea di diritto naturale ha scosso e distrutto i regimi del XVIII secolo e posto le basi dell'individualismo moderno. La sua debolezza consiste nel fatto che l'appello alla libertà non è mai stato del tutto separato dalla liberazione degli interessi e quindi dall'aggressività e persino dalla pulsione di morte propria della concorrenza, che è una forma di guerra. D'altra parte, lo spirito religioso, esaltato dal carisma del creatore di una fede, che è anche una tradizione ed una comunità, riposa sull'amore ma anche sull'autorità della rivelazione e di coloro che hanno il compito di trasmetterla, gli uomini di chiesa. Infine, se si adotta un terzo punto di vista, alla concezione contestataria e a quella comunitaria si aggiunge una concezione liberale, quella di una società il cui razionalismo non costituisce un codice ma un metodo, una società dominata dalla scienza e dalla democrazia, pilastro di quella che Alberoni e Veca hanno chiamato la tradizione del modernismo. Queste tre soluzioni sono tutte possibili, e la ricchezza del libro deriva dal fatto che una concezione morale, una concezione religiosa e una concezione liberale vi trovano argomenti ed esempi per suffragare le loro riflessioni. Tuttavia Alberoni trae delle conclusioni di tipo liberale poiché ha paura, non senza ragione dei movimenti irrazionali e del ritorno dei grandi inquisitori. La sua consapevolezza dell'esaurimento della cultura politica marxista e del suo orgoglio dottrinario lo induce a preferire una sociologia della vita, proseguendo il filone delle filosofie della vita di inizio secolo, come quella di Bergson e quella di Simmel.
Ma la principale debolezza della riflessione di Alberoni sta nel fatto che lo stato nascente viene definito esclusivamente come l'inverso dell'istituzione. Cosicché non si esce da una visione funzionalista neanche quando siano in pieno antifunzionalismo. I meccanismi psicologici a lungo descritti non danno nessuna risposta in questo caso, poiché l'ambivalenza e la volontà di ridurla rientrano perfettamente nel funzionamento di ogni sistema, come ha giustamente osservato Merton nella sua teoria dell'anomia e nelle sue critiche delle concezioni superficiali del funzionalismo.
Di fronte alle società dei consumi, la cui integrazione è realizzata dalla ricerca utilitaristica ed edonista dell'interesse, come di fronte alle società totalitarie e autoritarie del secondo e del terzo mondo, esistono due grandi risposte: quella morale e quella religiosa, allo stesso tempo inseparabili e opposte l'una all'altra, ma che hanno in comune la capacità di contrapporre all'ordine sociale dei principi di azione e dei valori, anziché un'effervescenza o uno stato nascente. Da una parte, in nome della morale, del soggetto personale, si difendono i diritti dell'Uomo; dall'altra, in nome della religione, si respinge il dominio del potere politico o economico e si tende alla creazione di un potere religioso teocratico. Quello che è definito un movimento sociale è costituito dall'unione contradditoria di queste due componenti, unione che ne costituisce la forza e il pericolo. È sempre questa stessa unione che allontana un movimento sociale dallo stato nascente, in quanto questo tende a costituire una società, mentre un movimento la trasforma o le si oppone. Se ci si attiene alle nozioni proposte da Alberoni, si ritorna presto all'idea che, poiché i sistemi riposano sulla ricerca del potere e sulla loro ricerca interna di razionalità e di efficacia, gli attori sociali tendono a staccarsi da questi sistemi e dalle loro costrizioni, a estraniarsene, mentre si identificano nei sistemi stabili, nei valori considerati eterni propri delle società tradizionali. Di modo che lo stato nascente non è forse altro che questo estraniamento ed è sempre limitato dalla forza e dall'integrazione di sistemi la cui capacità di creare e di manipolare immagini non smette di aumentare.
In altre parole, Alberoni non va oltre la metà del cammino che lui stesso predica. Il suo merito maggiore è quello di rompere in modo spettacolare con una concezione interamente deterministica della società e di prendere in considerazione i comportamenti innovatori, creativi, mossi dal desiderio piuttosto che dal rispetto della legge. Ma l'effervescenza che mette a nudo può essere una condizione di esistenza dei sistemi e delle istituzioni che mutano rapidamente, mentre si potrebbe interpretarle diversamente, come il segno dell'esistenza di movimenti sociali che mantengono nel cuore dei sistemi principi di conflitto e di innovazione permanenti. Si potrebbe anche dire che essendo i sistemi moderni sempre più "deboli" e complessi, essi lasciano uno spazio sempre maggiore all'effervescenza e, anche, alla marginalità, condizione della comparsa di nuove domande commerciali e di un più continuo adattamento alle trasformazioni costanti dell'ambiente. Alberoni, quindi, si situa al crocevia di molti diversi percorsi. Attento all'insorgere di nuovi movimenti sociali e di nuove forme di vita religiosa, è altresì attratto da un'immagine di estrema modernità in cui l'ordine si dissolve nel movimento e la regola nell'innovazione. Difensore dei contestatari, il suo discorso piace anche alle élites più capaci di dirigere una società dinamica.
Definire l'opera di Alberoni come lo stato nascente di una sociologia dell'attore che esce lentamente e con difficoltà dalla prigione in cui l'aveva rinchiusa il pensiero strutturalista non è un gioco di parole. Compito importante, che ha fornito risposta ad aspettative diffuse ma urgenti, eppure opera provvisoria, di mediazione, in quanto i diversi significati che si ritrovano confusi nelle stesse parole tendono necessariamente a separarsi e anche a contrapporsi. Mi chiedo se il pensiero di Alberoni non abbia già percorso il lungo cammino che, partendo dal desiderio nostalgico di ritrovare quei movimenti sociali che sono stati schiacciati dai partiti e dai regimi politici, porta alla fiducia ipermoderna in una società di puro mutamento, completamente aperta. Ma non è proprio in questo ravvicinamento inatteso e pur tuttavia cosi reale tra l'eredità dell'extraparlamentarismo e un nuovo liberalismo, che si collocano, spesso senza saperlo, molti dei nostri contemporanei? Credo che i diversi percorsi, ancora confusi nelle nozioni proposte da Alberoni, non tarderanno a separarsi, ma coloro che seguiranno questi diversi percorsi riconosceranno nel suo pensiero un passaggio obbligato, che rimarrà comune a tutti loro. Il pensiero di Alberoni lascia supporre ulteriori analisi, ma il suo merito principale consiste nell'aver rotto con le teorie che hanno dominato la scena tanto a lungo. Ed è proprio merito del suo discorso, se noi oggi finalmente capiamo che le scuole di pensiero che hanno dominato le scienze sociali per vent'anni e che pretendevano di renderci schiavi della realtà, non ci avevano rinchiusi che nel loro stesso discorso. Le parole di Alberoni ci liberano da un linguaggio che è stato troppo a lungo terrorizzante.