Traduttore: M. Tosti Croce
Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 1985
In commercio dal: 01/01/1997
Pagine: 240 p.
  • EAN: 9788806579500
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recensione di Forte, L., L'Indice 1985, n. 6

Confesso di avere un debole per gli eroi disillusi. Me l'immagino come veri professionisti della vita senza grilli per il capo, sobri, ironicamente distaccati. Ciò che hanno perso in entusiasmo, lo hanno guadagnato in chiarezza. Tra lo scacco di Frédéric Moreau, uomo di tutte le debolezze, e l'ambizione risoluta e trionfante del balzachiano Rastignac non ho dubbi: scelgo la verità dolorosa di Flaubert, che non disfa la speranza, ma la commisura all'incespicare dell'esistenza.
Cercando la verità, i miei eroi si accorgono che essa è irreperibile. Ma per giungere a questa semplice convinzione, occorre sommare esperienze (questo è il materiale dei loro romanzi), registrare sconfitte, ricordare che ogni integrazione può essere fatale. Nell'Ottocento, Flaubert come pochi altri disegna tale parabola: l'avventura della speranza, che i tempi si incaricano di neutralizzare.
Gli eroi disillusi accusano il Potere; per poterlo fare devono imparare la rinuncia. Rileggo le ultime pagine del romanzo di Siegfried Kracauer, "Georg", e mi accorgo che questo è il suo tema di fondo: la rinuncia, l'impotenza, ma in ciò che essa ha di liberatorio, di profondamente morale. "Fosse effetto della sera con i suoi presagi o della melodia, - si dice qui del giovane Georg - fatto sta che si trovava in uno stato di generale distacco che lo rendeva felice: come se avesse gettato tutto il peso superfluo e solo ora cominciasse a vivere nel modo giusto". Forse queste righe, il grande elzevirista, sociologo e teorico del cinema Kracauer, le scrisse già in esilio, fra Parigi e Combloux nell'Alta Savoia, dove portò a termine il suo secondo romanzo nel 1934. A quel tempo, il connubio fra individuo e società, che era riuscito a Goethe e al suo Wilhelm Meister a fatica un secolo prima, poteva ormai apparire come una vera follia, per non dire un delitto. Ma Georg non sa nulla di Hitler, di cui frettolosamente nel romanzo viene citato il colpo di stato in quel di Monaco, anche se la livida immagine di una Berlino che pare uscita da una pellicola espressionista lascia intravedere, nelle ultime righe, minacciosi fantasmi e paurosi, gelidi destini.
Georg ci invita piuttosto a guardare dietro le sue spalle: scorgiamo frammenti di ogni genere, quelli della sua vita e quelli della scombinata società weimariana. Come nel "Fabian* di Erich Kastner, col quale ha infinite analogie, anche in "Georg" le vicende sono ridotte al minimo: l'amicizia con il giovane Fred, venata di sottile, inquieto erotismo, l'attività presso un giornale radicale, legato però a doppio filo al potere economico e politico, i suoi fallimenti sentimentali, il licenziamento a causa della sua eccessiva sincerità ed in sofferenza, il distacco da Fred, a suo parere ormai "sgrossato dal mondo ad uso del mondo". Una vicenda così scarna riuscì ad entusiasmare perfino Thomas Mann, che del resto aveva avuto già parole di lode per "Ginster" (il primo romanzo uscito ora in italiano presso Marietti in un'ottima edizione a cura di Saverio Vertone). Scrivendo all'autore nel dicembre del 1934 Mann, che aveva letto il dattiloscritto di "Georg", ne sottolineava la duttilità stilistica, lo spirito, la dolorosa precisione d'osservazione, e si augurava che esso venisse presto pubblicato. Così non fu, e "Georg" ha dovuto attendere ben quarant'anni per vedere la luce presso un editore. Eppure questo libro era e resta la più radicale, ironica, impietosa cronaca di Weimar, l'affresco di un'altra società ormai butterata su uno sfondo in cui la storia, come dice il correttore di bozze Kummer, non è altro che un testo storpiato.
Georg vorrebbe leggerlo questo testo e interpretarlo: "Se solo avessi un punto fermo...È ripete ogni tanto. Ma i declamati Anni Venti, in cui convivono ebbrezza vitalistica, inflazione, scandali e speculazioni precarietà assoluta e carpe diem, sono travolti da masse di contraddizioni e ipocrisie, decimati da un'instabilità in cui si confrontano ed annullano opinioni e posizioni, luce e speranze. In questa voragine Georg avverte la trasmigrazione incessante dei punti di vista, il trasformismo degli intellettuali, la vacuità delle buone intenzioni. Kracauer non ha solo ricordato, a suo tempo, l'aporia di ogni romanzo di formazione, ma altresì scorto la violenza della totalità, inducendo il soggetto ad emigrare verso ogni possibile periferia.
Menzionando la professione di architetto, Adorno ha sottolineato nel suo ritratto di Kracauer il primato dell'ottico. Tuttavia Georg non è ancora un voyeur; forse lo diventa da ultimo come eroe disilluso. Egli propone invece una diversa figura: il soggetto in ascolto e l'individuo in conversazione. In "Georg", come anche in "Fabian*, la gente finisce sempre per incontrarsi: ci sono inviti, banchetti, feste, riunioni a quattrocchi. Come nel salotto borghese del dramma ottocentesco, che è un luogo di confluenza di chiacchiere e racconti - e dove non succede mai nulla - , anche qui, non disdegnando il roman philosophique, si fa un gran parlare. Qualcuno ha detto, a ragione, che Weimar è stata per più aspetti un'epoca "nudistica", dominata da un bisogno sfrenato di spogliazione: è implicito in ciò il desiderio all'autoconfessione. Kracauer non la concepisce come una misura terapeutica, ma sembra piuttosto dipingerla come una fantasmagoria in cui le opinioni più contrastanti s'incrociano fino ad ispessirsi in menzogna.
Di questo mondo in attesa del proprio suicidio, Kracauer ha individuato delle microrealtà: da buon collaboratore della "Frankfurter Zeitung" ha scelto un giornale, da buon conoscitore della media e alta borghesia ha chiamato questa a raccolta, da intellettuale radicale non ha risparmiato i tic e le debolezze della propria classe. Tuttavia "Georg" non è un romanzo a chiave, n‚ un pamphlet contro la stampa borghese o un complesso e stratificato romanzo sociale. Resta un romanzo della disillusione, con precisi riferimenti all' "Educazione sentimentale" di Flaubert, perché della storia dell'individuo non solo ci comunica lo scacco, quella sorta di scollamento fra immaginazione e azione, la sua timidezza e inconcludenza, ma anche la determinazione a scrollarsi di dosso l'inutile zavorra del tempo. Forse anche Georg non può sottrarsi agli attacchi benjaminiani rivolti verso la malinconia di sinistra. Certo è che il suo eroe, pur rinunziando ad ogni possibile azione, colpisce al cuore ideologie e totalitarismi.
Cercava l'umanità nel particolare, ha scritto Adorno di Kracauer, e sembra una testimonianza sul suo romanzo, dove l'individuo si divincola da ogni falsa felicità collettiva, da ogni settarismo delirante e con angoscia ausculta il fragore inesorabile dei tempi bui. Nella sua disillusione ed impotenza Georg ci rammenta così di essere un eroe della tolleranza, non ripiegato sul passato come Frédèric Moreau e Deslauriers nell'ultima scena dell' "Educazione" flaubertiana , ma inquietamente rivolto verso il minaccioso avvenire.


recensione di Cases, C., L'Indice 1985, n. 6

Speriamo che "Georg" tra qualche anno faccia parte del bagaglio di titoli utilizzati nei cruciverba per intellettuali e nei concorsi di "Tuttolibri". Finora è stato disgraziatissimo, un po' probabilmente per colpa della bizzarria dell'autore, che in esilio non cercò nemmeno di farlo pubblicare da una casa editrice emigrata come quella che poi gli stampò il libro su Offenbach. Pare che avesse paura di essere respinto a priori da quegli intellettuali che aveva bistrattato quanto era il famoso critico della "Frankfurter Zeitung". Tentò invece di pubblicarlo in francese, con l'aiuto di Malraux e di Gabriel Marcel, e allora stranamente non esito a battere per vie traverse alla porta di Thomas Mann, che si meravigliò non poco che si rivolgesse a lui uno che "a dirla blandamente, non mi ha mai tenuto in grande considerazione". Ma poi diede il suo bravo giudizio favorevole, la mancanza di rancunosità faceva parte del suo ruolo pontificale. Non servì a nulla, il libro uscì solo quarant'anni dopo. C'è da chiedersi (ce lo chiederemo) perché Kracauer non abbia fatto tentativi di pubblicarlo nel dopoguerra (morì nel 1966) mentre ripubblico l'altro suo romanzo, "Ginster". Ancor oggi "Georg" è poco noto anche in Germania.
Invece è un bellissimo romanzo. Però non ho voglia di parlarne, sia perché ne parla già egregiamente Luigi Forte qui accanto, sia perché per quanto sia uno dei più importanti romanzi sociali del periodo weimariano la sua forza sta nello stile, e per goderlo bisogna leggerlo, gustare la sua capacità di affrontare le cose di sbieco, mediante paragoni tanto poetici quanto ironici e imprevedibili, che soggettivizzano i fenomeni animando il banale e il ripetitivo e accendendo in essi una modesta promessa, simile alla felicità domenicale che Kracauer considerava con indulgenza nei succubi dell'industria cinematografica. "Il congresso continuava a ricevere auguri come un bambino il giorno del suo compleanno". Il sorriso di una scontrosa segretaria "appariva così inesperto come se per mancanza d'incoraggiamento non avesse mai potuto svilupparsi del tutto, era così solo in quel mondo dove si scivolava gelando verso la vecchiaia". Molti sono gli scrittori più grandi di Kracauer, ma così scrive solo lui.
Insomma, leggete "Georg". Qui vorrei limitarmi a fare qualche pettegolezzo, e anche questo non è facile, perché Francoforte non è stata investita dal soffio che ha fatto svolazzare su Vienna, Praga e Berlino migliaia di libri e congressi. Sembra che a Francoforte ci sia stata solo la scuola omonima, che del resto spiccò il volo solo sull'aereo che la portava in America. In realtà Francoforte era dal punto di vista culturale la seconda città della Germania: meno caotica di Berlino, governata da una vecchia borghesia in buona parte ebraica, fiera delle sue tradizioni culturali e dell'osmosi con l'intellighenzia (si confronti per esempio il Fabian di Kastner, che naviga nella società berlinese senza legarsi a nulla, restando radicato solo nella città natale, con Georg che nonostante le sue esitazioni e patemi prova speranze e delusioni nella sua città e nel suo giornale e che entra e esce dal giornale attraverso i salotti). Eppure non conosco libri che si siano occupati di questo ambiente al di fuori di quello di Wolfgang Schivelbusch, "Intellektuellendammerung (Crepuscolo degli intellettuali)", Frankfurt a.M. 1982) che tratta delle principali istituzioni francofortesi degli anni Venti: l'università, la libera scuola superiore ebraica fondata da Franz Rosenzweig, la "Frankfurter Zeitung", Radio Francoforte (una delle prime a capire le possibilità del nuovo mezzo e a orientare gli intellettuali in questo senso), il premio Goethe e la sua contestata assegnazione a Sigmund Freud nel 1930, l'Istituto di ricerche sociali e le vicende che portarono alla sua chiusura.
Ora è noto che "Georg" è un romanzo a chiave e che il "Morgenbote" non è altro che la "Frankfurter Zeitung ", il giornale in cui lavorava Kracauer insieme ad altri redattori allora famosi e oggi dimenticati salvo Joseph Roth. Schivelbusch ci dà solo qualche indicazione, ma si può essere certi che almeno come personaggi se non come comportamenti tutto torna al di fuori e al di dentro del labirintico edificio della Grosse Eschenneimer Strasse dove aveva sede il giornale, compresa la segretaria scontrosa. Fondata nel 1856 da Leopold Sonnemann, la "Frankfurter Zeitung" era gestita da una borghesia illuminata, per lo più ebraica come il fondatore, e ci teneva alla sua indipendenza, che negli anni Venti occhieggiava a sinistra. La guidava allora un nipote di Sonnemann, Heinrich Simon, che Kracauer con il suo gusto talora un po' goliardico trasforma in Petri (come l'apostolo). Personaggio ambiguo, Simon non mancava di qualità che si esternavano meglio al di fuori del giornale (era ad esempio un buon musicofilo). Sicché il sogno espresso a Georg di "vivere sei mesi in completo isolamento e scrivere un libro" si applica bene al Simon reale.
Quando Petri tenta di spiegare a Georg il suo licenziamento come una misura per risparmiare che non ha niente a che vedere con una presunta svolta a destra del giornale, Georg riferisce la voce "che il giornale ha intenzione di chiedere crediti o che li ha già chiesti". Con ciò si allude alla crisi finanziaria che il giornale dovette affrontare nel 1927 e che due anni dopo si concluse con un'operazione di salvataggio ad opera di un gruppo di finanziatori dietro i quali c'era probabilmente il colosso I.G.Farben. Era la fine del vecchio giornale "indipendente " a proprietà familiare: una storia che conosciamo bene. Alla "Frankfurter" si teorizzò una "mobilitazione delle forze borghesi" contro la disgregazione da destra e da sinistra. Vittima principale del rimpasto seguito a questa svolta fu Arthur Feiler, responsabile del settore economico, orientato a sinistra, e secondo Schivelbusch il licenziamento di Georg nel romanzo ricalca quello di Feiler. Invece Kracauer stesso, a differenza del suo alter ego, fu soltanto trasferito a Berlino come corrispondente culturale.
L'alternativa al mondo del giornale è per Georg in pratica solo Fred, il suo amico di quattordici anni più giovane, cui è legato da un rapporto chiaramente omosessuale, che lo rende geloso delle relazioni femminili del sodale e gli rende insipidi di suoi stessi rapporti con le donne. Chi è questo Fred? Non ci sono dubbi, anche qui la traduzione è facile. Fred (o Freddie) non può essere che Ted (o Teddy), e di Ted a Francoforte ce n'era uno solo: Theodor Wiesengrund Adorno, nato appunto a quattordici anni di distanza da Kracauer e suo amico fin dall'infanzia, come racconta egli stesso nel saggio dedicatogli, raccolto nelle "Note per la letteratura" con il titolo "Uno strano realista". Schivelbusch non ha torto di dire che in questo saggio Adorno tratta l'amico un po' "dall'alto in basso ", ma quando gli contrappone il "monumento" che Kracauer avrebbe eretto a questa amicizia in "Georg", i dubbi sono leciti. Dopo tutto Adorno ricorda come attraverso Kracauer abbia imparato a leggere "contropelo", badando alle incrinature e non alla coerenza dei nessi, la "Critica della ragion pura". In "Georg" sembra che i due quasi non leggano libri, in tutt'altre faccende affaccendati. E se è vero che Adorno molti anni dopo tratta l'amico un po' come un eccentrico rimasto a metà strada sulla via della "teoria critica", è anche vero che questi nel 1934, nella chiusa del romanzo, raffigurava un Fred tornato da un viaggio in America con molto conformismo, spirituale e sessuale, in corpo. È forse per questo complesso di ragioni che Kracauer non tentò più di pubblicare il romanzo dopo la guerra? E Adorno, che aveva patrocinato la ristampa di "Ginster", non lo aiuto? Chissà. Un giorno queste cose si chiariranno, finora anche in Schivelbusch funziona una certa omertà francofortese. Fine dei pettegolezzi.
Erano necessari? No, "Georg" sarebbe un capolavoro anche se non si sapesse niente dei retroscena. Ma appunto perché e un capolavoro ci si chiede perché sia stato accantonato per tanto tempo e in fondo continui ad esserlo. E qui i pettegolezzi non sono inutili.