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Di fatto niente quadra e si muore e basta. I partigiani di Andrea e del Monco dopo aver rinviato lo scontro con il nemico per mancanza di munizioni e per incertezze strategiche si fanno intrappolare nel loro stesso rifugio e tentano in ritardo una fuga che si perde in quel dopo di oscurità e di morte non enunciati fin in fondo ma ben percepibili nel dettato del narratore in cui emerge la voce di Andrea il suo ultimo racconto. Perché i partigiani si legge più volte "cominciavano sempre così un discorso: come un racconto". Ed è motivo strutturante del romanzo di Bartolini e di altra letteratura resistenziale che sopperisce anche in questo modo alle poche azioni belliche. Non è un caso allora che alcuni capitoli del Ghebo pur funzionali alla struttura d'insieme si offrano al lettore quasi come racconti autonomi gustosissimi e facilmente estrapolabili. Si provi a leggere in tal senso Un giornaletto un traditore e l'uccisione del maiale.
Il raccontare poi è un modo per chiarirsi e forse soprattutto per accettare la vita la storia e per accettarsi. Accettare il fatto per esempio che un capo partigiano sia spavaldo: "È giovane e tenta la fortuna. D'altronde tutti quegli anni sotto i preti e i fascisti. Lasciamolo che si sfoghi". Dietro l'ironia il disincanto nel raccontare dei partigiani tutto sembra quadrare fascismo e guerra civile. Una guerra che ne richiama subito un'altra quella spagnola: "Al Comando avevano deciso di fare di quelle montagne e di quel gomito di Tagliamento una nuova Madrid". Una guerra che contempla come già la spagnola atroci massacri in seno alla stessa parte come quello di Porzûs dove partigiani cattolici sono assassinati da partigiani comunisti filosloveni.
Luciano Curreri
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