Homo poeticus. Saggi e interviste

Danilo Kis

Traduttore: D. Badnjevic
Editore: Adelphi
Anno edizione: 2009
In commercio dal: 3 giugno 2009
Pagine: 361 p., Brossura
  • EAN: 9788845923951
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Descrizione
"Di tutti gli scrittori della sua generazione, francesi e stranieri, che negli anni Ottanta vivevano a Parigi, era forse il più grande. Di certo il più invisibile" scrive Milan Kundera di Danilo Kis, precisando poi: "La dea chiamata attualità non aveva motivo di puntare i riflettori su di lui. Non ha mai sacrificato i suoi romanzi alla politica. Ha potuto così cogliere quel che vi era di più straziante: i destini dimenticati sin dalla nascita". Parole che sottolineano, e ammirano, la refrattarietà di Kis a qualsivoglia appartenenza, anche in momenti e in luoghi in cui certe lusinghiere etichette avrebbero garantito vaste simpatie. Giacché l'unica patria di Kis è la letteratura, e l'unica sua militanza è quella di "scrittore bastardo venuto dal mondo scomparso dell'Europa centrale". Di questa irriducibile libertà offre una eloquente testimonianza questa raccolta di saggi e interviste in cui Kis, applicando il suo genio a un ampio ventaglio di temi, spazia ora nella grande letteratura europea e americana - consegnandoci pagine magistrali su Borges, Flaubert, Nabokov, Sade -, ora nella storia del Novecento. E in ogni pagina rivendica la ricchezza polimorfica e la sostanziale unità della tradizione europea di cui l'anima balcanica è parte insopprimibile, la necessità della riflessione metafisica e, contro la riduzione dell'uomo a "zoon politikon", le ragioni dell'homo poeticus e in ogni pagina rivendica la ricchezza polimorfica e la sostanziale unità della tradizione europea e il delirio di un secolo.

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    Cristiano Cant

    19/07/2015 11:33:36

    La storia di un'esperienza umana e letteraria scavata con mani di sincerità ineccepibile. Risposte e riflessioni che fanno rientrare altre domande dalla finestra del dubbio aprendo strati di inquietudine civile che la pagina deve poter conoscere nella nuda resa di un animo che almeno ci ha provato. Il lettore non deve pretendere risposte, ma chiavi umane che lo avvicinino a un segreto sfiorato, a una lettera meno falsa, a un sogno sanguinante sconfitta che però ha toccato nel suo percorso la folle ebbrezza di realizzarsi nel pieno del suo volo. Si discute su tutto, sulla cattiveria sociale e l'indirizzo poetico a cui si dona il proprio respiro, di dittature e disubbidienze, di castighi politici e sfrontatezze artistiche, in una sequenza di pagine nelle quali lo sfondo biografico e familiare si snoda accanto alla vita narrata nei suoi libri. E ancora ebraismo e metafisica, la storia di popoli soffocati e l'oltre che accompagna una missione, scrivere per non morire sotto il dispotico tacco del silenzio trascorso. Ne esce fuori il ritratto di un'anima bellissima, un piccolo grande faro etico nella nebulosa opprimente ovvietà del secolo passato. Esitazioni interiori e impotenze sociali comunque affrontate al lume del proprio io che resiste. Perché per quanto si possa essere consci che la propria prosa faccia parte di una "inutile spiritualità", è altrettanto vero che la luce di un frammento autentico già è sollievo contro le tragedie e le cecità della storia. L'homo poeticus non abdica che a se stesso.

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"Noi siamo l'esotismo, siamo lo scandalo politico, (…) i piacevoli ricordi vacanzieri di tramonti sereni sull'Adriatico (…) i ricordi innaffiati di slivovitz. E questo è tutto. A stento facciamo parte della cultura europea (…) La politica, quella sì. Il turismo, anche! (…) Ma chi diavolo andrà mai a cercare la letteratura in questo Paese? E come raccapezzarsi in mezzo alle loro stronzate nazionalistiche, a tutte quelle lingue e quei dialetti così vicini e così diversi (dicono), a tutte quelle religioni e regioni?".
L'attacco di Homo poeticus, malgrado tutto (un testo che Danilo Kis scrive nel 1980, dopo aver deciso di lasciare Belgrado e di stabilirsi in Francia), un modo ormai classico per introdurre il tema jugoslavo, è anche il manifesto di chi crede che "la letteratura debba correggere la storia". Alla storia indeterminata, indifferente davanti ai massacri e ai milioni di morti, la letteratura può offrire la concretezza di un solo, unico individuo, "documenti autentici, lettere e oggetti che recano traccia di esseri reali". Kis risale la scala di Giobbe, i suoi romanzi e i racconti aspirano a diventare l'"enciclopedia libro", dove, come in un archivio divino di analogie e concordanze, ciascuno possa ricostruire la propria genealogia e ritrovare il suo passato dimenticato.
Nato nel 1935 a Subotica, in quella Vojvodina che ancora fino all'altro ieri contava ancora più di venti nazionalità, Kis si definisce una "rarità etnografica". Il padre ebreo di origine ungherese, la madre montenegrina di religione ortodossa, scappano da Novi Sad dopo i giorni freddi del 1942, quando duemila persone svaniscono nel Danubio gelato. Il padre di Kis si salva, la famiglia si rifugia in Ungheria, ma la storia non gli lascerà scampo, e insieme a molti altri membri della sua famiglia scomparirà ad Auschwitz. Il "fremito dei dolori precoci" nutrirà le opere del "ciclo familiare" dello scrittore, la nevrosi da spavento di suo padre, malattia tipica dell'ebreo mitteleuropeo, si trasforma in "paura metafisica", una vibrazione artistica costante che Kis trasmetteva ai suoi interlocutori ogni volta che si accendeva l'ennesima sigaretta.
"Dissidente senza patria", cosmopolita là dove il nazionalismo, come scrive, è una paranoia collettiva e individuale, nel dibattito letterario europeo Kis ha preso la parola da pari, ben consapevole delle storiche trappole balcaniche di chi alterna megalomania a sentimenti di inferiorità: non siamo orfani, anche noi, con Krleza, Andric, Crnjanski abbiamo il nostro pedigree. Dopo la sua morte, nello storicamente indimenticabile '89, è diventato il punto di riferimento letterario per la generazione di scrittori che si è trovata a dover affrontare la guerra e, di nuovo, il tema dell'engagement. Una tomba per Miroslav Milenkovic, testo dedicato a chi ha disertato ogni fronte, echeggia Una tomba per Boris Davidovic, (1976; Adelphi, 2005) i cui sette capitoli di una stessa storia sono la metafora letteraria della "fenomenologia concentrazionaria", che per Kis è eticamente possibile solo come doppio: lager fascista e lager stalinista.
Vita, letteratura, esperienza, poetica: i temi ossessivi di Danilo Kis sono già tutti qui, nei titoli delle raccolte di saggi, interviste e testi brevi che per numero di pagine occupano uno spazio quasi corrispondente alla sua opera letteraria. Ora (finalmente) con Homo poeticus, scelta rappresentativa di interviste e testi apparsi dal 1972 al 1989, anche il lettore italiano può conoscere il suo "magazzino", con i saggi su Nabokov e Flaubert, l'enorme importanza di Borges, i dati della biografia di chi è diventato scrittore per "mutazione dei geni e dei cromosomi: si diventa scrittori come si diventa strangolatori".
Nicole Janigro