L' idea di nazione nel Settecento

Anno edizione: 2013
Pagine: 400 p.
  • EAN: 9788863725490
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  Come scrive Marina Formica nell' introduzione, è vero che Spinoza, nel suo Trattato politico (1677, pubblicazione postuma), aveva affrontato, con fecondo spirito parzialmente anticipante, il lemma "patria", intendendolo non come terra dei padri, ma come termine che faceva riferimento allo stato o alla legge. Eppure, come si apprende, direttamente e indirettamente, da quasi tutti i saggi di questo volume scaturito dal centocinquantenario dell'unificazione italiana, saggi spesso riguardanti realtà locali o regionali, il concetto di nazione, non uguale a quello di patria, emerge, nel significato moderno e contemporaneo, soprattutto nel XVIII secolo. Ciò accade sia che si abbia a che fare con nazioni al tempo e da tempo territoriali (Francia e Inghilterra, ma anche Spagna), sia con nazioni al tempo e da tempo prevalentemente culturali, o letterarie, o linguistiche e criptolinguistiche, o bireligiose e monoreligiose (Germania e Italia). La patria riguarda, nel lessico comune, i sentimenti di appartenenza e l'emotività a essi connessa. È la nazione (Filangieri l'aveva compreso) che si è associata e consociata, in modo differenziato nei vari paesi d'Europa, con la politica, con le leggi e con lo stato. Vi è del resto, nella lingua e nella semantica italiane, con accenti non di rado commossi, l'amor di patria. Non, a quanto risulta, l'amor di nazione. Il patriottismo, avviluppato in Italia nelle camicie rosse dei garibaldini, è sempre stato nobile e rispettato. Il nazionalismo, nel '900, avviluppato in Italia nelle camicie nere dei mussoliniani, e distaccatosi dall'ottocentesco e liberatorio principio di nazionalità, è diventato, in più occasioni, sinonimo di espansionismo, imperialismo, aggressività militare, egemonismo o dominio politico sulle altre nazioni, talora consorelle e talora avversarie. Esemplare è comunque, nel volume, il saggio di Amedeo Quondam sulle nazioni e gli italiani prima della nazione. Ci conferma che la nazione culturale, per territorializzarsi, ha dovuto diventare, attraverso l'azione e il sacrificio dei patrioti che si muovevano per la patria, un'entità estesamente politica. Soprattutto in seguito al triennio repubblicano (1796-1799), arco storico che conclude gli studi qui compresi. Tale arco storico era stato preceduto nell'epoca folgorante dei lumi, come ben ci ricorda Giuseppe Ricuperati nelle conclusioni, dalla comparsa, grazie a Saverio Bettinelli (1775), del termine Risorgimento, che tuttavia fa ancora risalire la nazione "culturale" italiana agli studi, alle arti e ai costumi succedutisi nei secoli a partire dalla rinascenza dell'anno Mille. Inoltre, il saggio di Beatrice Alfonzetti sulla "doppia Italia" si conclude con il testo di Petrarca Italia mia, benché il parlar sia indarno, insieme addolorata investigazione su un'Italia meramente culturale e profetico sguardo entusiastico sulla possibile Italia a venire. Già Montesquieu e Voltaire, del resto, avevano individuato che era in corso, in forme differenziate, la transizione verso la nazione politica. Nel '900, infine, le nazioni divennero le griglie concettuali del processo storiografico di scansione del corso del mondo. E costituirono, non sempre a fin di bene, l'anagrafe (nomi, cognomi, stato civile, residenza, età) della storia.   Bruno Bongiovanni