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Nel discorrere riguardo quest’ultima preziosa collezione del piú che promettente poeta Galvagni, giá piú volte riconosciuto a livello nazionale, cercheró di delineare un piccolo viaggio le cui tappe siano i titoli stessi delle sue prime quattordici intime creazioni. Per legare le atmosfere suscitate e le emozioni mosse in una pellicola vivida impressa dal suo personale concetto di divenire. Dal sibillino “Silenzio acuto del mattino” emana pian piano l’”Orgoglio dei vivi”, ovvero tutta la forza della vita che dal poeta prorompe, sostenuta come su “Ali di farfalle” leggiadre ma ondivaghe, in un saliscendi senza tregua e senza sosta. “Il poeta” ed “Il pazzo” s’immergono qui l’uno nell’altro e l’”Arcobaleno” è ció che ne fa da tramite. Perché? Perché il Galvagni non dice, suscita. Non spiega, colora. Le due figure sono qui legate nell’abbraccio con cui il poeta accoglie in sé il pazzo nel suo lavoro duro a servizio del poeta, con tutti i pastelli che ha nell’iride del suo “Arcobaleno”. Senza “Cicatrici d’amore” come schegge nelle carni il poeta non sa stare, lapalissiano nel testo, e da quel bruciare ecco la tensione vivifica da cui tutto il creare sorge. E si amplia. Il “Grande inganno” è che tutto è sempre stato evidente ma che nulla si è potuto fare per evitarlo. Che sia la sua personale visione della “Magia del destino” tutto questo? “Ho visto te” esclama il Galvagni! La sua pluridecorata musa, il suo angelo ineffabile, intangibile, inarrivabile. E subito dopo con “Vieni, vieni da me usignolo” fa da eco ad un pigolio che lo ripara da questa pioggia, che canta per lui per lenire quell’ansia d’amore che lo sfascia. E dopo che sia un’”Alba di neve”, un’”Aurora azzurra”, che siano “Schegge di stelle”… è come il tornare in sé, come l’uscire da quell’apnea insostenibile. Che torni il creato a alimentare il poeta, che lo salvino le cose tutto attorno. Buona lettura, ne vale davvero la pena.
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