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Meyer Schapiro

Curatore: B. Cinelli
Traduttore: P. Cavalieri
Editore: Einaudi
Anno edizione: 2008
Pagine: XXX-406 p. , ill. , Brossura
  • EAN: 9788806194475
Impressionism. Reflections and Perceptions fu pubblicato postumo nel 1997; il margine di fedeltà al progetto originale era altissimo, come assicurava il curatore James Thompson, che si era limitato a espungere i capitoli lasciati dall'autore allo stato di abbozzo: su Raffaëlli e sulle relazioni della pittura impressionista con l'arte giapponese, con il rococò, con l'architettura. La struttura del volume corrispondeva agli argomenti affrontati nel 1961 in un ciclo di conferenze e rielaborati nei decenni successivi in vista della pubblicazione, e di quella prima destinazione il testo manteneva il tono discorsivo e alcune ridondanze. In esso convergevano in realtà le attenzioni di tutta una vita, che si erano intrecciate, fin dagli anni trenta, alla duplice vocazione di Schapiro per la storia dell'arte medievale e per la critica militante nel contemporaneo; la pressione personale era così forte da bruciare ogni voce estranea, salvando nelle note bibliografiche soltanto la letteratura coeva ai pittori impressionisti (recensioni, diari, lettere, romanzi).
Così lo sguardo tornava limpido e poteva muoversi senza pregiudizi sugli oggetti diversi del proprio lavoro: scattavano i paragoni tra Le nozze di Cana di Paolo Veronese e il Bal au moulin de la Galette di Renoir, tra le scene di vita contemporanea del neoclassico Philibert-Louis Debucourte quelle di Manet, o le illustrazioni di Les Rues de Paris o dei libri di Émile de Labédollière con i motivi impressionisti, per quella convinta contaminazione tra registri alti e bassi della cultura visiva che già negli anni trenta aveva indotto Schapiro a leggere l'Enterrement à Ornans di Courbet attraverso le xilografie degli annunci mortuari ottocenteschi. Non si possono non rimpiangere le pagine che lo studioso avrebbe voluto dedicare al confronto con la pittura rococò, nelle quali sarebbero forse confluite le note sul XVIII secolo di Charles Baudelaire, che nel suo Peintre de la vie moderne aveva già suggerito il nome di Debucourt.
Questa priorità dello sguardo, che Baudelaire per primo aveva celebrato, e del piacere fisico che esso comporta (come scrive Schapiro, "per sperimentare seriamente un'opera impressionista come sistema di colore e pennellate è necessario tenerla tra le mani") era il nodo che stringeva l'esperienza della pittura passata con quella contemporanea. Nella discussione sul metodo dell'impressionismo Schapiro faceva infatti agire, senza forzature interpretative, la sua conoscenza dell'espressionismo astratto americano: se non rinunciava a una scelta consapevole dei soggetti, la pittura impressionista resisteva alla tentazione mimetica e rimaneva leggibile nella sua consistenza oggettiva sulla superficie della tela. Su questo punto verteva la risposta di Renoir a chi chiedeva quale fosse la giusta distanza dalla quale guardare un dipinto impressionista, ossia la distanza di un braccio: sufficiente per riconoscere il soggetto raffigurato, che a una visione ravvicinata si dissolverebbe in un caos indistinto di macchie, ma necessario per apprezzare la trama delle pennellate che da lontano invece si annullerebbero, facendo ricadere l'opera nella logica descrittiva della pittura accademica.
Non a caso, Schapiro esibiva immediatamente le componenti essenziali della sua interpretazione dell'impressionismo, reflections and perceptions, destinate a rispecchiarsi nel lavoro critico. Spiace che nella traduzione italiana, ora proposta da Einaudi, sia andata persa, già nel sottotitolo (Riflessi e percezioni), questa corrispondenza necessaria: se "percezioni e riflessi" erano effettivamente colti nel Bar aux Folies-Bergère di Manet, non si può ignorare come lo studioso giocasse con accortezza sulla pregnanza dell'inglese reflections e come tale densità di significati avrebbe dovuto consigliare un uso meno sventato dell'italiano "riflessione" in locuzioni di valore differente (political thought, analytical thought). Queste imprecisioni, apparentemente trascurabili, fanno scivolare il discorso critico sul piano di una colloquialità un po' banale e si assommano nella versione italiana a refusi frequenti, a errori palesi, a neologismi ostici e sostantivi impropri ("variegatezza", "pennellatura"), a qualche aggiunta inspiegabile (l'Olympia di Manet definita "ritratto"), addirittura a correzioni del testo originale (le più vistose sulle vedute londinesi di Monet, nel capitolo IX), costringendo a un controllo continuo e necessario sull'edizione originale, che fa apprezzare, per contrasto, la perspicuità linguistica del dettato schapiriano. Nell'edizione italiana si aggiunge però la solida introduzione di Barbara Cinelli che inquadra il libro nella bibliografia sull'impressionismo degli ultimi decenni del Novecento: quella che affilava le armi, con gli interrogativi di Richard Shiff sulle aporie dell'impressionismo, mentre Impressionism. Reflections and Perceptions prendeva forma, e alla quale Schapiro si mostrava, alla fine, sovranamente indifferente. Federica Rovati