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Alice Munro

Traduttore: S. Basso
Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 2004
Pagine: 312 p. , Rilegato
  • EAN: 9788806171834

"Non pensai alla storia che avrei scritto (…), ma al lavoro a cui volevo dedicarmi, più simile a una mano che acciuffi qualcosa nell'aria che alla costruzione di storie". Così ci dice la protagonista di Mobili di famiglia, uno dei nove racconti di una precedente raccolta di Munro, Nemico... amico... amante (Einaudi; cfr. "L'Indice", 2003, n. 12). Quella mano che acciuffa è, a mio avviso, il filo conduttore di tutta la produzione della scrittrice canadese, per la quale sono stati spesi tali e tanti superlativi da renderli in qualche misura superflui. Basta leggerli, i suoi racconti, per rendersi conto che siamo di fronte a una delle più grandi scrittrici del nostro tempo. Una scrittrice che semplicemente impone quella sospensione dell'incredulità che è della migliore letteratura.

Una mano, dunque, che acciuffa con sapienza dettagli apparentemente secondari e innocui, li trattiene abilmente e ci sgomitola intorno storie che non sono soltanto imprevedibili e inquietanti, bensì letteralmente insopportabili – nel senso che vanno sopportate dentro, con pari compassione per i personaggi fittizi e per la propria fragile umanità – tale è la carica di tensione che trasmettono, l'affollarsi dei ricordi, l'incalzare dei non-fatti che pure, come sappiamo, segnano le vite, il tempo, i luoghi. Ci vuole una sorprendente statura non solo narrativa, ma anche filosofica e morale, per scavare così a fondo, per mettere in scena fratture inammissibili, per far crepitare le parole come i rami degli alberi durante i temporali nei vasti boschi canadesi. Per far risuonare i silenzi che seguono baci imprevisti, repentine partenze, ritorni impensati e improvvise violenze. Per agitare, in dialoghi terreni, spettri d'altra natura. E ci vuole un occhio visionario e ironico per distinguere, nel romantico paesaggio di una natura grandiosa, i binari arrugginiti, le stazioncine malandate, i logori soprabiti di tweed e i vecchi cappelli di feltro, le stoviglie scheggiate e le tende sdrucite. "Amo il paesaggio non come scenario, ma come qualcosa che si conosce intimamente", disse Munro in una vecchia intervista, ed è esattamente questo che ci comunica, il senso di una consumata intimità con le cose, che ci restano appiccicate addosso anche quando chiudiamo il libro. E viene naturale cercarle di nuovo, da una raccolta all'altra, come in quel vecchio gioco di memoria in cui vince chi riesce a ricordare il maggior numero di oggetti tra quelli stipati su un vassoio che viene scoperto per qualche minuto e poi coperto di nuovo. Una grammatica visiva su cui si struttura la memoria, solo che qui l'occhio è la scrittura stessa. Al suo meglio.

"A noi non è dato sapere che cosa il destino abbia in serbo per me, che cosa per te", scrive Munro in un suo racconto. Per questo forse non ci orienta, mentre racconta, solo fornisce indizi, ci dà uno spazio in cui immaginare nell'andirivieni incessante del tempo.

Molto si è disquisito sulla misura che Munro da sempre predilige, la misura asciutta del racconto anziché quella dilatata del romanzo, visto quasi come un punto d'arrivo, l'obiettivo ultimo per uno scrittore. E se fosse invece che Munro, decifrando istintivamente quel repertorio di episodi e memorie che sono le esistenze umane, ne distilla la trama, il potenziale intreccio, le disavventure, così che nella mano non occupata ad acciuffare dettagli nell'aria si ritrova con perle di straordinario equilibrio, racconti di perfetta, e romanzesca, compiutezza? "Che cosa voglio fare? Voglio raccontare una storia, nel solito vecchio modo, vale a dire raccontare ciò che accade a qualcuno, però io voglio che 'ciò che accade' sia svelato con molte interruzioni, svolte, e stranezza. Voglio che il lettore senta che c'è qualcosa di sorprendente, non per quello che succede, ma per il modo in cui ogni cosa succede. Queste lunghe short-stories sono la forma migliore, per me". Con queste parole la scrittrice ribadisce quel gesto della mano con cui s'impadronisce del nocciolo di ogni suo racconto.

Nell'ultima raccolta pubblicata c'è tuttavia una novità, da questo punto di vista, ovvero tre racconti, Fatalità, Fra poco, Silenzio, esplicitamente connessi tra loro e con la stessa protagonista. In queste cento pagine qualcuno ha voluto vedere un romanzo breve, tre capitoli in veste di racconti. A me sembra piuttosto che Alice Munro abbia voluto fare ciò che fa Juliet, la protagonista, ovvero "concedersi una breve deviazione". Se per Juliet si tratta di una deviazione per far visita a un amico, per Munro si tratta di far visita alla sua stessa misura narrativa, con un risultato straordinario: è tale infatti la tenuta di ognuno dei tre racconti – e la coerenza con quel dettato di interruzioni, svolte e stranezza cui l'autrice si richiama – che essi restano saldamente ancorati alla propria natura raccontesca. Il dubbio è semmai che Munro abbia costruito un immenso romanzo, un gigantesco edificio narrativo con porte e finestre – da cui entrano, escono e si affacciano innumerevoli personaggi femminili, e anche maschili – ma volutamente privo di pianerottoli, onde evitare che chi sale o scende le scale s'illuda che il passaggio da un piano all'altro possa essere diretto, o scontato, o facile.

"Naturalmente uno non sa come sia successo finché non ha finito da un pezzo di cominciare a succedere", scriveva Gertrud Stein nel lontano 1926 a proposito del comporre. Il continuo cominciare a succedere che Munro ci ha instancabilmente raccontato, spesso iniziando da dove una storia finisce, o quasi. Perché a volte "basta una minima deviazione e si è perduti", come accade qui ai protagonisti di Scherzi del destino, racconto di una bellezza che lascia sgomenti. L'immaginazione al potere per accumulazione esatta di dati di realtà e frammenti di memoria: portare un vestito in tintoria il giorno sbagliato, sfiorare sulla mappa il nome di una località per toccare il posto dove si trova un uomo, celebrare il Natale con un rito di cui si è letto sui libri, sentirsi prescelti "per entrare in contatto con una remota zona del mondo". È con questa sensazione di privilegio che mi succede di chiudere ogni libro di Munro. Un privilegio accresciuto dalla traduzione di Susanna Basso, alla quale vanno senz'altro estesi i superlativi usati per la scrittura di Munro.

Dopo il grande successo di Runaway, uscito in edizione americana il 26 ottobre, esce anche in Italia, prima traduzione del volume nel mondo, il nuovo libro di Alice Munro.

In questa nuova raccolta di racconti, contrariamente a quanto succede nelle altre, ci sono tre racconti - Fatalità, Fra poco e Silenzio - che hanno come protagonista la stessa donna, collegati. O meglio, separati da bianchi abissi in cui il tempo e i sentimenti precipitano per poi riaffiorare, dando vita a situazioni che costituiscono storie a se stanti. è come se le storie della Munro, tutte insieme narrassero un lungo romanzo-mosaico in cui ciascuna tessera è la vita di una donna e del paesaggio umano e naturale che la circonda.

Quella di Juliet, la protagonista dei tre racconti sopra menzionati, è la storia della separazione traumatica e dolorosa fra una madre e una figlia, attraverso la quale entrambe ritrovano la propria identità e il coraggio di vivere seguendo il desiderio, invece che il dovere.

Recensioni dei clienti

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    Vani

    15/02/2012 21.03.42

    Tante recensioni sui libri di Alice Munro iniziano così: il racconto non è il mio genere letterario preferito, tuttavia questa scrittrice ne è davvero una grande maestra. E' stata anche la mia impressione, leggendola per la prima volta in questo suo lavoro abbastanza recente. La magistralità sta nel riuscire a dare profondità ai personaggi e ampiezza e prospettiva al breve racconto. Le otto storie di cui si compone il libro girano tutte attorno a figure di donne, alcune attraversandone la vita intera, da bambine ad anziane: una serie di sguardi e sorrisi, di abiti fruscianti, di pelli tenere e rosee o grinzose e stanche, di sentimenti luminosi od oppressi. E poi ci sono gli incontri: i compagni di strada delle protagoniste, compagni a volte solo per un viaggio a volte per l'intera vita, e tutta l'attenzione che una donna sa rivolgere loro, non personaggi marginali ma co-protagonisti. In alcuni casi, i racconti sono inanellati fra loro, come in un domino nel quale il protagonista di una storia introduce un altro personaggio, che a sua volta si fa protagonista della storia successiva. Con questi racconti ho anche attraversato il Canada: laghi, foreste, paesi, città. Nonostante la luce "fisica" irradiata da tutti questi luoghi, descritti nella pienezza di tutte le stagioni dell'anno, c'è però una cupezza di fondo, come una coltre nebbiosa che copre tutto: quasi una metafora della necessità di un soffio forte di vento per svelare la felicità, liberandola dalla cortina spessa che a volte la ricopre.

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    marina

    19/06/2007 14.35.28

    se esiste un dio delle piccole cose e' quello che si incontra fra le pagine di questa bella raccolta di 8 racconti che hanno per protagonista tutti una donna che , ognuna a modo suo, fugge dalla sua vita o comunque vorrebbe farlo anche se lungo la sua strada succede sempre qualcosa di imprevedibile a farla deviare. in pratica il percorso di ognuno di noi forse spesso impantanati nelle nostre esistenze che quando decidiamo di scrollarsi la zavorra che ci tiene a terra ecco il fulmine a ciel sereno, l'equivoco, la morte che ci aleggia intorno che spesso cambia in pochi secondi il nostro destino.la vita insomma senza manuale per l'uso. alice munro e' una settantenne canadese e le sue storie sono ambientate nel suo paese terra di grandi laghi e di una natura forte; famosi sono i suoi sbalzi temporali che danno ai suoi racconti lo spessore di un romanzo, spesso la protagonista la si conosce mentre sta attraversando periodi cruciali per la sua esitenza per poi ritrovarla poche pagine dopo una trentina d'anni dopo in situazioni completamente diverse come se solo il punto di partenza e di arrivo di un'esistenza bastassero a tratteggiarla e capirla . non voglio dirvi di piu' sulle trame dei singoli racconti in quanto in ognuno c'e' una sorpresa, anche se piccola piccola, che ognuno deve scoprire da solo e metabolizzare a proprio modo, piccole rivelazioni della vita di tutti i giorni.

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    Patrizia Nozzoli

    07/12/2004 12.43.51

    Ho trovato questo libro semplicemente splendido e voglio dirvi solo una cosa: leggetelo! Si tratta di racconti...tre hanno per protagonista la stessa donna, Juliet, e toccano soprattutto la tematica del rapporto fra madre e figlia.Non aspettatevi però storie d'amore e neppure d'avventura...quest'autrice-canadese- scrive in un modo veramente molto particolare...se entri in sintonia con lei, senti però che ti parla di te, di cose che ti riguardano profondamente, che "ci" riguardano in quanto uomini e donne. Ti tocca dentro.Patrizia

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