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Editore: Il Saggiatore
Collana: Narrativa
Anno edizione: 2010
Pagine: 200 p., ill. , Brossura
  • EAN: 9788842816812
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“Tutto ciò che non viene donato, va perduto” (proverbio indiano)

India mon amour racconta, attraverso scritti e immagini, la straordinaria storia d’amore tra Dominique Lapierre e l’India. Gli episodi narrati in queste pagine, già evocati nella raccolta di testi Mille soli, testimoniano la crociata umanitaria dell’autore della Città della gioia a favore dei più bisognosi, un impegno che prosegue da oltre trent’anni.
L’avventura indiana di Lapierre cominciò nel momento in cui il suo vecchio maestro di Paris Match lo invitò a raccontare la storia di quel Paese dall’indipendenza del 1947 in avanti, attraverso il destino di Gandhi e dei tanti protagonisti di quella straordinaria pagina di liberazione dall’impero britannico. Lo scrittore francese, che nel 2011 compirà ottant’anni, racconta in queste pagine il suo viaggio nel continente indiano iniziato negli anni settanta con il collega americano Larry Collins, insieme al quale scrisse il libro-inchiesta sull’indipendenza Stanotte la libertà, proseguito da solo con La città della gioia e poi negli anni novanta, con il nipote Xavier Moro, con Mezzanotte e cinque a Bhopal. Una passione e un’attenzione al sociale che non si sono esaurite nella scrittura ma che sono sfociate in un grande impegno umanitario a favore degli ultimi della terra indiana. Grazie ai quattordici centri creati da Dominique Lapierre e da sua moglie a Calcutta, nel Bengala rurale e lungo il delta del Gange, 75.000 indigenti sono stati sottratti alla tubercolosi, 3.000 villaggi sono usciti dall’analfabetismo, 650 pozzi di acqua potabile sono stati costruiti. Sempre grazie agli sforzi di questo scrittore filantropo, quattro battelli-ospedale con medici a bordo soccorrono ogni giorno lungo le rive del Gange una quantità di persone pari a un milione di malati: sono affetti dal tifo, dal colera, da malattie dell’occhio e anche indifesi di fronte alle aggressioni delle tigri.
Leggere questo libro significa entrare nel profondo dell’India di Lapierre, ben diversa dalle descrizioni della Tigre asiatica del XXI secolo lanciata a folli velocità tra le prime potenze tecnologiche del pianeta. Qui incontriamo il Paese degli eroi sconosciuti che portano gocce di speranza nell’oceano della miseria. Come l’inglese James Stevens, che con il suo centro Udayan («Resurrezione») ha strappato alla morte più di un migliaio di bambini colpiti dalla lebbra, rinunciando alla sua comoda esistenza da ricco commerciante in Inghilterra. O come l’infermiere svizzero Gaston Grandjean, vero «angelo di misericordia» nelle discariche di Calcutta dove imperversano tubercolosi, lebbra, dissenteria e tutte le malattie da carenza.
Il viaggio di Lapierre termina davanti alla tomba di colei che più di tutti fece nascere nell’autore la sua volontà di condivisione con i più diseredati dell’India: Madre Teresa, la santa di Calcutta che affermava che «la povertà non è una fatalità» e che «salvare un solo bambino è come salvare il mondo».

Recensioni dei clienti

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    Elisa

    03/05/2011 20.16.23

    Io credo invece che Dominique Lapierre non ostenti affatto il suo filantropismo, io lo ammiro per tutto quello che ha fatto, e che continua a fare per tutti quei bambini, quelle donne e uomini che vivono in situazioni atroci ma che dentro di se hanno una forza e una volontà di vivere immensa. Non so quanti di noi vorrebbero vivere e vedere quello che ha veduto e vissuto Lapierre, stare accanto ai lebbrosi, in zone infestate da insetti, con un odore di escrementi da soffocarti, ma trovare comunque un bambino che sorride spensierato, una donna che ti accolgie con gentilezza e amore nella sua umile "casa", trovare persone che illuminano quella parte di India, quella parte di mondo dimenticata da Dio e dagli uomini. Noi che leggiamo questo bel libro, un libro importante e toccante, che ci emozioniamo e ci indigniamo, siamo protetti dai nostri affetti, dal calore di una casa, da un pasto caldo. Anche lo scrittore, è vero, ha la sua protezione, ma vive anche con loro, in mezzo a loro, è diventato uno di loro, ha lasciato la sua protezione per sapere cosa si prova veramente ad essere dimenticati dal mondo ma il giorno dopo avere un sorriso per il prossimo, nonostante tutto quell'orrore. Dominique Lapierre è una persona che ama l'India profodamente, quell'India dimenticata,l'India dei lebbrosi, dei mutilati, degli affamati, della disperazione, L'India più difficile da amare, da vivere, da accettare, lui l'ha fatta sua, l'ha aiutata, l'ha amata. Lo scrittore la chiama: "la mia India". Io credo sia anche un uomo onesto scrvendo tutto quello che ha fatto per la sua India, è un atto dovuto a tutte quelle persone che lo hanno aiutato, e ringrazio il cielo che non ha fatto troppa fatica, che tante persone lo abbiano sostenuto nella sua fondazione. È un libro importante, da leggere con il cuore e la mente, ma io più di tutto ammiro profondamente la persona che lo ha scritto. Questo libro lo si può donare con un bel pacco regalo a chi si ama, o regalarcelo.

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    Roger

    06/03/2011 19.19.27

    Lapierre è uno dei miei autori preferiti in assoluto, ma questo libro è un pacco totale. Trovo poi insopportabile l'ostentato filantropismo (Gesù diceva: "Non sappia la destra ciò che fa la sinistra)anche perchè il Sig. Lapierre, come si evidenzia nel testo, non fa troppa fatica: raccoglie dei soldi che gli danno (e parte dei diritti d'autore) e poi si fa bello nel consegnarli. I personaggi di cui racconta le storie li ammiro incondizionatamente, di Lapierre inizio a dubitare e mai gli affiderei comunque del denaro. Credo che, ripensando con tristezza alle grandi inchieste/racconti del passato, non acquisterò più dei libri di Lapierre.

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    mario

    28/01/2011 11.54.10

    Bellissimo. Fa specie però che sia uscito dopo Natale. E' un libro da regalare a tanta gente visto che parte del ricavato è destinato all'associazione del signor Lapierre

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