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La scaletta cromatica minimalista del fagotto che apre L’indiano, è oltremodo contiana. Cifra, sigla, sintagma sonoro, porzione d’Aguaplano: scura, minore, sconfinatamente luminosa. Ritornello e incipit, annuncio. Mondo tratteggiato in cinque note. Respiro lento, sole al tramonto nel Mi minore. Re, mi-fa#-mi-re- Si Re, mi-fa#-mi-re- Do# Do Si Si, la-si-la-sol, Mi Dettagli: Brano elegiaco, cioè permeato dal timbro dell’ultimo album contiano che echeggia anche qui come quinta sonora, L’Indiano è un omaggio al punto d’incontro tra due mondi musicali ed espressivi diversi eppure compatibili. Celentano la canta “alla Conte”, e Conte l’avrebbe indolenziata ancora di più. Il “cavallo bianco che non suda mai” del testo è un’espressione di Celentano, titolo di un suo vecchio libro (“Il Paradiso è un cavallo bianco che non suda mai”), una specie di metafora mistico-religiosa, la “meraviglia in cui mi perdo io”. Ma L’indiano non è Celentano. Non c’entra niente con la libertà d’espressione. E’, invece, il simbolo di una saggezza ed un distacco perduti, irrecuperabili. L’indiano è la capacità di “mettersi in ascolto”. L’indiano è poi figura propria del confini geografici contiani (il Maestro ha ricordato una volta il suo incontro con un vero capo indiano in Canada, il capo degli Huroni, di nome Max.!… così come tra i pellerossa è ambientata la “Canoa di mezzanotte”, una sua canzone del 1990) Coda: un paio di soffi autografi nel kazoo per certificare la piena paternità del brano.
Splendido pezzo del solito Adriano.
Recensioni
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