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Giambattista Scirè

Editore: Ediesse
Collana: Storia e memoria
Anno edizione: 2012
Pagine: 318 p. , Brossura
  • EAN: 9788823017054
Si può fare una storia, imbastire cioè un'indagine che si snodi con continuità esplorando un identificabile soggetto, se l'area da portare alla luce è costituita da un gruppo parlamentare composto da personalità che ci tengono a proclamarsi indipendenti, pur non rinunciando a gravitare nell'alveo di una generica sinistra? Giambattista Scirè ha affrontato la sfida con ottime intenzioni e scrupoloso impegno, e offre conclusivamente risultati di cospicuo interesse. Gli scompensi andavano messi in conto e già in partenza si sapeva che non erano aggirabili. La vicenda degli "indipendenti di sinistra", che non furono, dal 1968 al 1992, né un movimento e neppure una pattuglia di parlamentari obbedienti a una strategia collegiale, è stata molto atipica. Plurale e libera rispetto all'esperienza fiancheggiatrice dei compagni di strada di matrice frontista, non desiderosa di configurarsi come apporto intellettuale organico per concretizzare politiche innovatrici rispetto ai canoni in voga, essa è più il sintomo di difficoltà irrisolte che l'annuncio di una nuova stagione. Che in coincidenza con la tempesta del '68 si preferisse valorizzare alcune delle prestigiose icone dell'antifascismo – non a caso leader ne fu Ferruccio Parri – la dice lunga sulla probità e la qualità dell'idea, venata di dignitoso anacronismo. Scirè, malgrado l'assenza di una documentazione archivistica di base, rovistando materiale a stampa, affidandosi a interviste e ricorrendo a qualche lettera illuminante, riesce a tracciare una parabola ricca di spunti e di avvincenti cronache. Gli elementi che più risaltano di questo "esperimento tutto italiano" (e bisognerebbe spiegare il perché di questa ennesima specialità) sono di natura etica e attengono ai singoli: "I parlamentari indipendenti – si legge nella premessa – rappresentarono, per più di vent'anni, una spina al fianco per il mondo politico tradizionale" e non ci fu settore delle istituzioni che potesse dirsi al riparo dal loro lavorio critico. Ma riuscì l'articolato gruppo della cosiddetta sinistra indipendente ad "acquisire il ruolo di saldatura tra le spinte forti di rinnovamento provenienti dalla società e i meccanismi di confronto politico istituzionale in atto da decenni"? Non è senza significato che spesso la densa inchiesta si soffermi su posizioni individuali. E battaglie che restano collegate a nomi di illustri protagonisti non mancano certo. Si pensi ai contributi di Luigi Anderlini o di Gino Giugni, di Vittorio Foa, Luigi Spaventa, Gustavo Minervini. Stefano Rodotà fece notare, in un articolo del 1987, come "l'esistenza di un gruppo autonomo spingesse gli indipendenti non tanto all'elaborazione di una linea, quanto alla definizione di posizioni il più possibile comuni su vari temi". Non sempre fu agevole. Uno degli snodi memorabili fu il dibattito sul nuovo Concordato. Lelio Basso assunse una posizione nettamente abrogazionista. In una lettera del gennaio 1977 fu esplicito nello schematizzare le due strade percorribili per l'eterogenea compagnia: o darsi un retroterra organizzativo e quindi approdare a una forma parapartitica o sostenere in parlamento valori e principi bistrattati o dimenticati. Altrimenti, presso l'opinione pubblica meno addentro alle sottigliezze, c'era il rischio di "apparire come un'appendice del Pci". Roberto Barzanti