Traduttore: S. Pareschi
Editore: Einaudi
Collana: I coralli
Anno edizione: 2006
Pagine: 210 p., Brossura
  • EAN: 9788806167943

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Era dai tempi di Se il fiume fosse whisky che di Boyle non si pubblicava una raccolta di racconti. Eppure è proprio nella forma breve e compatta del racconto che lo scrittore americano mette in risalto le sue qualità affabulatorie. Rispetto al suo romanzo più recente Doctor Sex pubblicato sempre da Einaudi un paio di anni fa questo Infanticidi gode infatti di una maggiore brillantezza e di un approccio più dinamico verso la materia narrativa. Non è quindi difficile rintracciare una voce autentica in racconti come quello che dà il titolo alla raccolta o in Non era fragile e Messico. In Infanticidi ad esempio una clinica per l'aborto assediata da un gruppo di integralisti cattolici diventa per Rick giovane in cerca di riscatto una trincea da cui bisogna uscire per farsi giustizia da solo. è spesso un'analoga dimensione di soffocamento e di oppressione a portare inevitabilmente i personaggi a scelte difficili in cui il lieto fine non è garantito. è il caso di Jason in Non era fragile che incapace di tenere in piedi una relazione con Paula atleta di triathlon ossessionata dalla disciplina finisce per tenderle un agguato durante una gara. Non dissimile la parabola di Lester vedovo dal bicchiere facile che sperimenta la sua inadeguatezza a cominciare una nuova vita sullo sfondo di un Messico che è un esplicito omaggio a Sotto il vulcano di Lowry. E se la capacità di Boyle di raccontare le cose più efferate con il tono più naturale del mondo si manifesta anche in episodi come Polvere finale e Le sorelle in bianco e nero altrove la lettura si fa più problematica. Boyle infatti possiede certamente una voce autentica ma anche tremendamente scostante afflitta com'è a volte dal suo stesso tono dal desiderio di essere sempre troppo sopra le righe. Le ossessioni dei protagonisti di Cielo amico e Morte di un'epoca ne escono così depotenziate e addirittura I giardini sotterranei sembra una malriuscita e banale rilettura di John Fante.


Roberto Canella