Le intermittenze della morte

José Saramago

Traduttore: R. Desti
Editore: Feltrinelli
Anno edizione: 2013
Formato: Tascabile
Pagine: Brossura
  • EAN: 9788807881350

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Descrizione
Un paese senza nome, 31 dicembre, scocca la mezzanotte. E arriva l'eternità, nella forma più semplice e quindi più inaspettata: nessuno muore più. La gioia è grande, la massima angoscia dell'umanità sembra sgominata per sempre. Ma non è tutto così semplice: chi sulla morte faceva affari per esempio perde la sua fonte di reddito. E cosa ne sarà della chiesa, ora che non c'è più uno spauracchio e non serve più nessuna resurrezione? I problemi, come si vede, sono tanti e complessi. Ma la morte, con fattezze di donna, segue i suoi imprendibili ragionamenti: dopo sette mesi annuncia, con una lettera scritta a mano, affidata a una busta viola e diretta ai media, che sta per riprendere il suo usuale lavoro, fedele all'impegno di rinnovamento dell'umanità che la vede da sempre protagonista. Da lì in poi le lettere viola partono con cadenza regolare e raggiungono i loro sfortunati (o fortunati?) destinatari, che tornano a morire come si conviene. Ma un violoncellista, dopo che la lettera a lui indirizzata è stata rinviata al mittente per tre volte, costringe la morte a bussare alla sua porta per consegnarla di persona.

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Recensioni dei clienti

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    AdrianaT.

    30/11/2018 10:28:42

    Il giorno in cui la morte smise di ammazzare, a partire dall'industria delle Onoranze Funebri, le assicurazioni sulla vita e le gravissime implicazioni teologiche (no death no resurrection), scoppiò proprio un bel casino; un intero sistema sociale andava resettato. Se ti va di seguire Saramago nelle sue congetture distopiche, ecco come un sogno come quello di liberarci dalla morte può trasformarsi in un vero e proprio incubo. Saramago scrive in quel modo lì: fitto fitto e solo maiuscole per dialoghi e discorsi diretti e minuscole per i nomi propri. Non trovo che questo stile aggiunga qualcosa di prezioso; senz'altro qualcosa di originale, ma il cui effetto non mi ha particolarmente dilettato, a parte qualche puntatina metaletteraria. L'idea è bizzarra e serve come metafora, spunto per un'analisi/(denuncia?) sociologica contemporanea che calza nei suoi meccanismi principali e può vantare una certa gradita profondità. Non sono molto propensa all'immaginifico, e trovo che il 'palco' costruito da Saramago attorno a quest'ipotesi strampalata nonostante la lettura un po' faticosa (però a tratti divertentente) e parecchio digressiva, comunque si regga degnamente fino al bel finale.

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    Silvia

    14/11/2018 14:54:48

    Inizio un po' lento, ma il finale a sorpresa mi ha lascito di stucco! Libro bellissimo e consigliatissimo

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    Andrea

    23/09/2018 19:24:03

    A mio modestissimo parere il migliore saramago con cui iniziare. Più semplice di cecità ma non per questo banale. Una storia che ti prende fin dall'inizio e seppur apparentemente comica si apre in scenari sorprendenti. E il finale... Magnifico!

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    Rocco Sergi

    22/09/2018 20:58:20

    Leggendo la prima frase della prima pagina si ha un senso di smarrimento, viene da pensare "mi son perso qualcosa? manca una pagina?"; e invece no, è tutto vero, alcuni libri di Saramago iniziano come se avesse appena ripreso a raccontare una storia. Il titolo è autoesplicativo, è racconta cosa succederebbe in un ipotetico paese se la gente non morisse più, e lo fa nel suo modo che lo contraddiastingue. Molto bello e leggero, si resta ammaliati dalla sua scrittura e dalla direzione in cui va la storia

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    Alessio

    22/09/2018 17:40:44

    È un buon romanzo ma a mio parere, al contrario di altri di Saramago, ingrana troppo tardi, nel senso che ci immergiamo in un protagonista troppo tardi nel romanzo. È sicuramente un'opera originale però anche noiosa. Fortunatamente il romanzo è breve, perciò la noia è stata ammortizzata, per così dire. Rimane comunque un'opera illuminante, che ci fa riflettere sulla morte e sull'esistenza.

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    Michele

    20/09/2018 18:53:27

    L'inizio di questo libro è già affascinante e curioso. In un paese - l'autore non specifica né tempo né ambientazione - all'inizio del nuovo anno ci si accorge che nessuno muore più. La gente che stava per morire resta lì in bilico, tra la vita e la morte, senza avere altre alternative. In questo romanzo Saramago si distingue come sempre, non solo per la sua scrittura e l'assenza di punteggiatura nei dialoghi, ma per la sua critica sociale sulle istituzioni, la chiesa e l'uomo contemporaneo. Così getta le basi con paradossi per rendere la storia credibile, immergendo il lettore in questa realtà "irreale" per poi porgli i problemi che nascono da questa situazione e ci espone come vengono gestiti, o meglio non gestiti, dalle istituzioni o chi di dovere, così da creare dubbi e riflessioni. Un romanzo con una forte critica sociale dei nostri tempi come solo Saramago riesce a fare.

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    Stefano

    19/09/2018 11:54:25

    Un libro molto complicato e riflessivo. Saramago ha uno stile impeccabile. Davvero sorprendente lo spunto e lo sviluppo della vicenda.

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    Cassandra

    19/09/2018 09:13:41

    Purtroppo questo libro non mi è piaciuto. Dico purtroppo poiché avevo alte aspettative, la trama di base è molto allettante: un giorno la morte smette di lavorare, non muore più nessuno, e se inizialmente sono tutti felicissimi, con il passare del tempo ci si rende conto che la morte ha in realta un ruolo fondamentale nella nostra vita. Peccato per lo stile di scrittura, che renderebbe lento anche un racconto d'avventura. L'inizio è portato avanti all'estremo, fino alla noia. Non sono riuscita a terminarlo.

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    gianluca

    18/09/2018 16:20:48

    cosa accadrebbe se non si morisse più. una catastofe. bellissimo

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    Lord_byron

    04/08/2018 21:01:28

    Gran bel romanzo,lo stile di Saramago é inimitabile.. consiglio la lettura dopo aver letto altro materiale dello stesso autore

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    ciabbi

    19/05/2018 11:05:22

    Noia, noia, pagine e pagine di noia. Arrivare in fondo è stata una tortura. Come sprecare un'ottimo spunto

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    Bea

    21/04/2018 17:59:51

    L'evento iniziale è la scomparsa della morte con la prospettiva di una società di moribondi che non riescono a varcare il confine con l'aldilà. La morte non c'è ma poi riappare per agire secondo modalità diverse. “Era evidente che la morte non si era spostata di un passo dal suo impegno con l’umanità” (cit.). Questa sua intermittenza solleva ogni volta questioni esistenziali nuove in cui l'uomo risulta sempre un vinto. Evidenziandone l'inevitabilità ed, al tempo stesso, la necessità per tutti i risvolti individuali e collettivi che la sua assenza mostra, la morte non è più vista opposta alla vita ma parte integrante di essa. L'autore tenta anche di renderla meno feroce dandole corporeità umana ed in questo modo consente all'uomo di giocare una partita quasi alla pari confrontandosi attraverso l'unica forza di cui dispone: l'amore. Grazie alla potenza del sentimento che riempie e dà significato all'esistenza, risultando tanto irresistibile quanto inspiegabile persino alla morte stessa, Saramago riscatta l’umanità salvandola dal brutale fato e ci regala un inaspettato finale. Un racconto tra il filosofico ed il romantico che si presenta come un buon inizio per chi desidera accostarsi ad un autore sagace e seducente.

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    faaa

    27/03/2018 09:43:28

    Ironico e riflessivo. saramago ha un tocco delicato verso certi argomenti

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    Brunetto

    22/02/2018 20:28:03

    Come tutti i romanzi di Saramago e'ironico, paradossale ed avvincente

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    Simona P.

    12/09/2017 13:21:16

    Il premio Nobel si sente, ma quello che ho adorato in questo libro, è la capacità di parlare di un argomento così tetro e difficile, con ironia. Non solo la descrizione che si fa della reazione dello Stato e della Mafia alla situazione paradossale, in cui nessuno muore più, al massimo rimane in stato comatoso, è geniale, tra il ridere ed il piangere. Saper scrivere delle tragedie umane, cercando di coglierne il lato tragicamente comico, questo è arte.

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    giorgio g

    15/06/2017 12:55:14

    Il libro di Saramago mi ha richiamato alla memoria una antica leggenda cubana che desidero riportare qui: “Al principio del mondo il Creatore fece l'uomo e la donna e diede loro la vita. Il Creatore fece la vita ma si dimenticò di fare la morte. Passarono gli anni e gli uomini e le donne diventavano sempre più vecchi ma non morivano. La terra si riempì di vecchi che avevano migliaia di anni ma continuavano a comandare secondo le loro leggi. Il clamore dei giovani fu così grande che giunse sino alle orecchie del Creatore. Questi vide che il mondo non era perfetto come lo aveva pensato e sentì che anche lui era diventato troppo vecchio e stanco per poter ricreare quello che gli era venuto così male. Allora Il Creatore chiamò il Figlio perché risolvesse la questione e il Figlio vide che bisognava farla finita con il tempo in cui la gente non moriva. Allora il Figlio fece piovere sulla terra per trenta giorni e trenta notti senza interruzione e tutto fu sommerso dalle acque. Solo i bambini e i più giovani riuscirono ad arrampicarsi sugli alberi giganti e a scalare le montagne più alte, la terra si trasformò in un fiume senza argini. I giovani videro allora che la terra era più pulita e più bella e corsero a ringraziare il Figlio perché aveva eliminato l'immortalità.” E’,se vogliamo lo stesso soggetto del libro di Saramago, ma svolto con altra brevità. Non aggiungerei altro se non che “Cecità” mi era piaciuto molto di più.

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    Michele Lucivero

    14/06/2016 14:59:47

    Eros e Thanatos, Eros è Thanatos, ma quando c'è Eros non c'è più Thanatos e non si muore più. Se non fosse per quello stile così originale quanto complicato per la lettura e l'attenzione, l'opera sarebbe potuta uscire anche anonima ed essere facilmente attribuita ad uno scrittore della temperie mitteleuropea dei primi del Novecento, invece è di un portoghese morto qualche anno fa. Il quadro vagamente thomasmanniano nel quale si situa l'opera è dato dalla musica classica tedesca, dai riferimenti alla mitologia antica, dalle disquisizioni filosofiche e teologiche sulla costituzione del tempo in relazione alla vita e alla morte, che fanno da cornice in un tempo indeterminato e in un luogo imprecisato. Non solo, ma decadente è anche la rappresentazione della morte, protagonista principale, e quella del violoncellista, uomo solo, con passioni d'altri tempi e che sembra quasi puzzare di materiale incartapecorito. Sarà proprio lui, il violoncellista, a beffare la morte, a sedurla con la sua musica e a concederle un'altra pausa dal suo pesante e assiduo lavoro quotidiano. Forse perché sono innamorato, ma il messaggio che ricavo da questo simpatico esperimento letterario è, parafrasando anche un noto cantautore dei nostri tempi, che "l'amore è l'unico modo per fregar la morte!".

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    Clara

    02/01/2016 22:58:01

    In questo libro, la prima parte è molto interessante, stile tipico di Saramago, che descrive il "collasso" della società di fronte ad un evento inaspettato, un po' come in "Cecità". La seconda parte però non mi è piaciuta per niente, mi è sembrata copiata da un libro di fantascienza di infima qualità. Decisamente non il libro migliore di Saramago.

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    And the Oscar goes to ....

    14/12/2015 12:24:40

    Mah, che dire? "Cecità" mi era piaciuto di più. L'idea potrebbe anche essere originale ma il racconto mi ha coinvolto solo a tratti. Potendo, il voto sarebbe stato 2,5.

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    Fabio M.

    30/10/2015 23:38:42

    Dirò un'eresia ma ho trovato questo libro insopportabile, tanto che non ce l'no fatta neanche a terminarlo.L'idea è originale, ma lo stile pedante, più attento a fare sfoggio di farraginosi, irritanti virtuosismi che alla scorrevolezza e all'immediatezza hanno azzerato il mio interesse a proseguire nella lettura. Bocciato.

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«Dove si andrebbe a finire se tutti passassimo a vivere eternamente, sì, dove si andrebbe a finire, domanderà l’accusa usando tutta la sua più bassa retorica, e la difesa, superfluo aggiungerlo, non ha avuto la presenza di spirito per trovare una risposta all’altezza della situazione, neanche lei aveva la minima idea di dove si sarebbe andati a finire.»

Potrebbe forse definirsi un romanzo utopico-filosofico questo ultimo di Saramago, anche se l’autore probabilmente non sarebbe d’accordo. È un viaggio immaginario, alla maniera di Swift, in cui un inesistente Gulliver, la voce narrante, Saramago stesso, racconta da testimone privilegiato un luogo senza tempo e senza coordinate geografiche in cui accade un evento straordinario: l’improvvisa latitanza della morte. Un’utopia che si trasforma in dramma e che, attraverso i vari rivoli della narrazione, propone tragedie singole e collettive legate a un unico tema: l’immortalità.

Un’immortalità che non limita la vecchiaia, che non impedisce la malattia, l’incidente, il coma, la sofferenza, l’handicap, il dolore fisico e morale. Un’immortalità destinata a creare un universo di vittime sempre più anziane e sofferenti, un esercito di incontinenti, un popolo di abitatori di case di riposo (‘le dimore del felice occaso’) e ospedali, in numero sempre crescente rispetto ai giovani che possono accudirli, ormai unica professione immaginabile per il futuro. Di fronte a questa situazione, come reagirà la popolazione sapendo che è sufficiente attraversare il confine per ritrovare una giusta e buona e logica possibilità di morte? Cosa decideranno i parenti dei malati terminali e quali saranno le prese di posizione del governo e della polizia e le valutazioni di tipo etico e religioso, considerando che, se da un lato la ricerca cosciente della morte può considerarsi suicidio o peggio omicidio, senza morte non c’è resurrezione e dunque non c’è Chiesa?

Da tempo Saramago non identifica più i suoi paesi con un nome o un preciso luogo geografico, così come non attribuisce più un nome ai suoi personaggi e i suoi romanzi hanno sempre più assunto un ruolo di riflessione profonda e talora sarcastica sulla nostra condizione sociale, politica e umana, uscendo dal particolare per entrare nell’universale. Per capire il senso di questa scelta sarebbe importante leggere in questa chiave Tutti i nomi, grande anticipazione anche del tema della labile, quasi burocratica linea di confine tra la vita e la morte, in un’ottica senza possibilità di salvezza, sia fisica che metafisica, ma anche Saggio sulla lucidità, capolavoro di narrativa politica: non a caso lo scrittore portoghese si definisce “ormonalmente comunista”.

Poi, all’improvviso, in questo Le intermittenze della morte il racconto lascia il piano collettivo per passare nuovamente a quello individuale, quando la morte si rifà viva, dopo i suoi sette mesi di latitanza, tornando a colpire le sue vittime e facendosi precedere di qualche giorno da una lettera di colore viola che annuncia l’evento, che torna a essere un fatto unico e personale senza via d’uscita. Senonché anche la morte, detentrice assoluta del potere (“io sono la morte, il resto è nulla”), può incappare in un imprevisto, che qui prende le sembianze di un violoncellista: un incidente dai risvolti imponderabili. La morte si fa vulnerabile e donna e, con la complicità di un semplice brano musicale, un brevissimo studio di Chopin, opera 25, numero 9 in sol bemolle maggiore della durata di soli cinquantotto secondi, compie un’azione che credeva impossibile portandoci a un finale bellissimo e travolgente e alla frase ultima, che è anche la prima, e che testimonia come tutto si ripeta senza scampo.

Più che sulla paura della morte è sul terrore della vecchiaia che si incentra il romanzo, terrore che tormenta la nostra società occidentale manifestandosi in vari modi: dalla spasmodica ricerca di un’apparente giovinezza, anche attraverso l’uso di strumenti di tortura come la chirurgia estetica, all’allontanamento degli anziani in luoghi appartati e “invisibili” come, appunto, ‘le dimore del felice occaso’: lontani dagli occhi, dal cuore e dalla memoria. Questo non è dunque un libro sulla morte, ma sulla vita perché non esisterebbe l’una senza l’altra, perché ogni vita terrena è destinata a una fine, ne ha bisogno per la sua stessa esistenza; è così anche per i patriarchi vegetali ai quali sono concessi mille ma non più mille anni.

“La morte è logica, è naturale: ci appartiene. Viviamo per morire e non vivremmo se non morissimo. L’eternità paradossalmente sarebbe infinitamente peggiore”.

A cura di Wuz.it


Le prime frasi

Il giorno seguente non morì nessuno. Il fatto, poiché assolutamente contrario alle norme della vita, causò negli spiriti un enorme turbamento, cosa del tutto giustificata, ci basterà ricordare che non si riscontrava notizia nei quaranta volumi della storia universale, sia pur che si trattasse di un solo caso per campione, che fosse mai occorso un fenomeno simile, che trascorresse un giorno intero, con tutte le sue prodighe ventiquattr'ore, fra diurne e notturne, mattutine e vespertine, senza che fosse intervenuto un decesso per malattia, una caduta mortale, un suicidio condotto a buon fine, niente di niente, zero spaccato. Neppure uno di quegli incidenti automobilistici tanto frequenti nelle occasioni festive, quando l'allegra irresponsabilità e l'eccesso di alcol si sfidano reciprocamente sulle strade per decidere chi riuscirà ad arrivare alla morte al primo posto. Il passaggio dell'anno non aveva lasciato dietro di sé il solito rigagnolo calamitoso di morti, come se la vecchia atropo dalla dentatura digrignata avesse deciso di inguainare la forbice per un giorno. Sangue, però, ce ne fu, e non poco. Allucinati, confusi, accorati, a stento dominando la nausea, i pompieri estraevano dall'amalgama dei rottami miseri corpi umani che, secondo la logica matematica delle collisioni, sarebbero dovuti essere morti e stramorti, ma che, nonostante la gravita delle ferite e dei traumi subiti, erano ancora vivi e così venivano trasportati negli ospedali, al suono delle dilaceranti sirene delle ambulanze. Nessuna di quelle persone sarebbe morta strada facendo e tutte avrebbero smentito le più pessimistiche prognosi mediche, Per questo povero diavolo non c'è niente da fare, non varrebbe neanche la pena di perdere tempo a operarlo, diceva il chirurgo all'infermiera mentre quest'ultima gli accomodava la mascherina sul viso. Realmente, forse non ci sarebbe stata salvezza per il poverino il giorno precedente, ma era del tutto chiaro che la vittima si rifiutava di morire in questo. E quanto accadeva qui, accadeva in tutto il paese. Fino alla mezzanotte in punto dell'ultimo giorno dell'anno ci fu ancora gente che accettò di morire nel più fedele ossequio alle regole, sia quelle che si riferivano al nocciolo della questione, cioè, il concludersi della vita, sia quelle che attenevano alle molteplici modalità di cui esso, il suddetto nocciolo della questione, con maggiore o minor pompa e solennità, usa rivestirsi quando arriva il momento fatale. Un caso fra tutti interessante, ovviamente trattandosi di chi si trattava, fu quello dell'anzianissima e veneranda regina madre. Alle ore ventitré e cinquantanove minuti di quel trentuno dicembre nessuno sarebbe stato tanto ingenuo da scommettere un soldo bucato sulla vita della real signora. Perduta ogni speranza, arresisi i medici all'implacabile evidenza, la famiglia reale, gerarchicamente disposta intorno al letto, aspettava con rassegnazione l'estremo sospiro della matriarca, forse qualche parolina, un'ultima sentenza edificante analizzata alla formazione morale degli amati principi suoi nipoti, forse una bella e schietta frase all'indirizzo della sempre ingrata memoria dei sudditi venturi. E poi, come se il tempo si fosse fermato, non accadde nulla. La regina madre non migliorò né peggiorò, rimase lì come sospesa, dondolando il fragile corpo sul bordo della vita, a ogni istante minacciando di cadere dall'altro lato, ma legata a questo da un tenue filo che la morte, poteva essere soltanto lei, non si sa per quale strano capriccio, continuava a tenere. Eravamo ormai passati al giorno seguente, e in quello, come si è informato subito all'inzio di questo racconto, nessuno sarebbe morto.
Era già pomeriggio piuttosto inoltrato quando cominciò a correre la voce che, dall'inizio del nuovo anno, più precisamente dall'ora zero di questo primo gennaio in cui ci troviamo, non risultava che fosse occorso in tutto il paese un solo decesso. Si potrebbe pensare, per esempio, che la diceria avesse avuto origine nella sorprendente resistenza della regina madre a desistere da quel po' di vita che ancora le restava, ma la verità è che l'abituale bollettino medico diramato dall'ufficio stampa del palazzo ai mezzi di comunicazione sociale non solo assicurava che lo stato generale dell'inferma aveva presentato visibili miglioramenti già durante la notte, ma addirittura suggeriva, addirittura dava a intendere, scegliendo accuratamente le parole, la possibilità di un completo ristabilimento dell'importantissima salute. Nella sua prima manifestazione la voce poteva anche essere uscita con la massima naturalezza da un'agenzia di pompe funebri e traslazioni, A quanto pare nessuno sembra esser disposto a morire il primo giorno dell'anno, o da un ospedale, Quel tipo del letto ventisette non vuole davvero crepare, o magari dal portavoce della polizia stradale, È un vero e proprio mistero che, con tanti incidenti che ci sono stati sulla strada, non ci sia almeno un morto a titolo di esempio. La diceria, la cui fonte primigenia non venne mai scoperta, senza peraltro, alla luce di quanto sarebbe successo in seguito, che ciò importasse molto, non tardò ad arrivare ai giornali, alla radio e alla televisione, e fece rizzare immediatamente le orecchie a direttori, vice e capiredazione, persone non solo preparate a fiutare a distanza i grandi avvenimenti della storia del mondo, ma anche addestrate a ingigantirli ancora di più ogni qualvolta sia conveniente. Nel giro di pochi minuti c'erano già per la strada decine di cronisti investigativi a far domande a chiunque gli capitasse davanti, mentre nelle brulicanti redazioni le batterie dei telefoni si agitavano e vibravano nella stessa identica frenesia investigativa.