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Dacia Maraini

Collana: Superbur
Anno edizione: 1995
Formato: Tascabile
Pagine: 200 p.
  • EAN: 9788817114783

recensione di De Federicis, L., L'Indice 1994, n. 9
(recensione pubblicata per l'edizione del 1992)

Dacia Maraini ha l'arte degli inizi emozionanti, che fanno presa sul lettore e lo attirano dentro una storia. A Palermo, in un giorno qualunque della vita settecentesca, ecco mostrarsi l'apparato fastoso del supplizio e la miseria della carne che muore; ecco il carcere e la forca, il boia e l'impiccato, riflessi in un occhio estraneo, di bambina, nel subbuglio di indicibili sensazioni: così incomincia "La lunga vita di Marianna Ucria". A Verona, il 16 gennaio 1900, ecco affiorare dall'Adige un involto voluminoso di pezzi umani, kg 13,400 di donna: e incomincia così, dall'occhiata di una lavandaia, il racconto della scomparsa e del ritrovamento di Isolina. Prima di scendere verso la Sicilia, prima di ottenere con la storia di Marianna e con "Bagheria" il successo dei best-seller, Dacia Maraini ha scritto "Isolina", la donna tagliata a pezzi, un romanzo del Nord. Romanzo di genere speciale; ritratto d'epoca, indagine su un delitto e un ambiente, nel solco della narrativa di "non finzione" che, in Italia e altrove, ci ha dato spesso bei libri. Quando la Maraini nel 1983 girava per Verona sulle tracce di Isolina, Sciascia aveva già scelto di specializzarsi nella riscrittura di fatti avvenuti in tempi più o meno lontani ed evocava morti oscure, processi e sentenze memorabili ideando per Sellerio "La memoria", fortunata collana. Intanto Gian Franco Vene costruiva il suo miglior poliziesco e raccontava la strage di Villarbasse, delitto e castigo esemplari del dopoguerra, dieci inermi uccisi e tre condanne a morte per gli uccisori, le ultime eseguite in Italia; poi, insistendo nella formula dell'intreccio di minuta cronaca quotidiana con eventi d'eccezione avrebbe anch'egli infine puntato su Verona per farne emergere il processo del 1944, quello che l'ha resa famosa e l'ha consegnata alla nostra storia politica ("Coprifuoco", Mondadori 1989 sulla fucilazione di Ciano e degli altri). Nel resoconto di un processo, che occupa due capitoli dei quattro in cui il libro è articolato, culmina la tensione narrativa di "Isolina"; ma il filo conduttore della pietà qui vuol dar risalto non tanto alle dimensioni politiche della vicenda processuale, quanto alla vita sommersa che essa lascia intravedere. Esiste uno stile di scrittura femminile? No, sostiene Dacia Maraini; c'è invece o dovrebbe esserci, per ragioni culturali e storiche, un punto di vista delle donne che scrivono. Perciò attraverso Isolina e Marianna Ucria e il racconto autobiografico del ritorno in Sicilia continua a scavare nei percorsi tortuosi dell'attrazione che sottomette le bambine agli adulti, le figlie ai padri e stringe fra di loro imbrogliandoli uomini e donne. Con differenze di libro in libro. La nobile Marianna Ucria sordomuta e a suo modo letterata prende forma romanzesca nascendo dal lavoro di un pensiero che liberamente può attribuirle caratteri spiccati, intense metafore della servitù e dell'emancipazione femminile, Isolina Canuti è soltanto una ragazza in carne e ossa, e nel raffigurarla bisogna misurarsi con l'insignificanza della sua realtà confusa, ordinaria. A Verona città guarnigione, Isolina muore durante un aborto a cui l'avrebbe persuasa Carlo Trivulzio, tenente del 6| reggimento degli Alpini; viene smembrata con mano esperta (da un ufficiale medico?), sparisce nel fiume e torna a galla in pezzi e fagotti, cadavere incompleto; passa nei casi insoluti. Il processo si farà, l'anno dopo, contro Mario Todeschini, deputato socialista che sul "Verona del Popolo" non ha mai smesso di provocare Trivulzio per strappargli una querela e portarlo davanti al tribunale dell'opinione pubblica. Va male però a Todeschini, condannato per diffamazione dalla sentenza del 31 dicembre 1901. Isolina è figlia di un impiegato, un poveruomo che s'arrangia dando in affitto qualche camera agli ufficiali di passaggio; Trivulzio viene da una famiglia nobile e ricca di Udine, ha il sostegno del ceto e della posizione. In tale oggettiva distanza fra i due protagonisti, e nella sconfitta della parte di Isolina, c'è quanto basta per autorizzare la tesi del tutto plausibile, o forse ovvia, che guida il libro ed è ripresa nel saggio introduttivo di Rossana Rossanda: lo Stato si è schierato a difesa della propria immagine e alla fine contro l'onore di una ragazzina ha trionfato l'onore dell'esercito. Oltre la tesi, le cose e le persone sembrano muoversi con aspetti più sfaccettati. Nel mondo di Isolina capita che le ragazze siano malaticce e malmesse, bruttine, hanno situazioni mediocri e voglia di uscirne, voglia d'innamorarsi. Capita spesso, ai primi del Novecento, che siano piccole, ignoranti. A scuola vanno poco, e di Isolina, diciannove anni, non è rimasta una memoria scritta affidata a quaderni, lettere, diari. Carlo Trivulzio di anni ne ha venticinque ed è un bel giovane normale; legge D'Annunzio ma, praticando il costume socialmente ammesso, abbraccia volentieri la bruttina che ha in casa. Nel mondo di Trivulzio la solidarietà maschile e di gruppo crea comportamenti obbligati. Trivulzio ne ha i vantaggi e i danni. Fino al processo regge bene il ruolo di ufficiale e gentiluomo (libertino, non assassino) e copre gli amici che sono stati complici o responsabili maggiori della brutta fine di Isolina.
Poi diventa un uomo solitario; nel mestiere delle armi percorre una carriera silenziosa, appartata (muore nel 1949). Perduti gli atti della prima istruttoria e le carte d'archivio, dov'è la verità in questo romanzo-verità? Come si atteggia l'autore, la Dacia Maraini intellettuale, che vuole capire ed esprimersi ma nel rispetto filologico per la scarsità dei dati e per il fondo remoto (inespresso) di mentalità diverse, di ragazzine, serve, levatrici? Come monta in racconto un pulviscolo di parole smozzicate di gente che non sa raccontarsi? Nei libri siciliani, esplorando i luoghi dell'infanzia e le ascendenze di famiglia, si è concessa la scrittura senza schematismi della pura affabulazione e i vagabondaggi tipici di un viaggio sentimentale. In lsolina, al contrario, ha riservato al racconto di sé e al senso soggettivo della ricerca un solo capitolo, e per il resto ha preso una voce impersonale, tenendosi in limiti stretti e componendo le pagine con un intarsio di citazioni. Ne è uscito un libro che attua la ricostruzione storica anzitutto come recupero di linguaggi altrui, parlati e scritti, popolareschi e curiali, tutti assorbiti e mediati dall'intervento giornalistico. I giornali sono infatti le uniche fonti disponibili. I giornali di allora, e non solo Veronesi, ma "Il Resto del Carlino", "La Stampa" "Il Corriere della Sera", che svolsero funzione suggestiva a cui, oggi, siamo abituati, con le inchieste parallele, lo sfoggio di interviste e commenti, le retoriche di innocentisti e colpevolisti, e infine con la presenza in tribunale per render conto del processo e accentuarne la teatralità. Alla prima lettura il libro ci dà la cronaca di quest'intrigo giornalistico e giudiziario, in anni politicamente difficili e in una città di frontiera, un'antica fortezza cresciuta nella tradizionale società contadina del Veneto. Non è poco. S'aggiunge il significato che viene dallo strato profondo dell'immaginazione letteraria e dalla sua tessitura allusiva e simbolica. Dacia Maraini, da buona lettrice dei maestri del realismo, lega personaggi e ambienti in una trama di corrispondenze. Disegna una struttura urbana che ha spazi contrapposti: da un lato la geometria delle architetture, la corona dei fortilizi eleganti e solenni, in cui l'autorità è pietrificata e resa ben visibile; dall'altro l'acqua, l'anarchia del fiume che scorre tumultuoso e color fango. Fa emergere man mano dal montaggio del racconto un quadro notturno e la scena truculenta del tentato aborto, alla trattoria del Chiodo, ritrovo di ufficiali, dove l'oste guarda e tace (secondo un collaudato stereotipo). Cattura la nostra attenzione su certi oggetti che accennano a ironici contrasti: per Carlo le tante fotografie, che lo ritraggono in varie uniformi, ne accompagnano la carriera e ne svelano da vecchio la faccia spaventata; per Isolina, per il suo corpo minuto e gobbo - il corpo squartato - un bianco corpetto a ricami e nastri fatto cucire di nascosto e destinato agli incontri d'amore. La concretezza materiale dei dettagli realistici innesca una fantasia visionaria. L'acqua del fiume travolge pezzi di donna e avanzi qualsiasi, destini alla rinfusa. Ma Isolina è un libro schierato. Ammettiamo che la vita è un caos e che "una vita ne vale un'altra" (il motto preferito dall'ultimo Moravia). Ma Dacia Maraini ha scelto di procedere con la razionalità investigativa e terapeutica di chi ritiene che val sempre la pena distinguere i colpevoli dalle vittime e sottrarre al nulla una storia di giustizia negata. Cercando Isolina, il micidiale passato le è apparso con "qualcosa di seducente e di mortuario", con la bellezza "grandiosa e spenta" di una ex città militare, la bellezza che "si sposa con l'arroganza". Ha visto anche, nel 1983, ma l'ha interessata di meno, una Verona presente e viva, esplosa nei traffici, "deformata, trasformata". Cosa succede al Nord quando la società tradizionale ha un brusco contatto con il moderno e deve fronteggiarne i problemi? Quali nuove idee di grandezza, e persistenti mentalità arcaiche sotto il brulichio del cambiamento, quali nuove idee omicide dobbiamo adattarci a capire? Quali film dell'orrore? (Si pensa subito ai libri già usciti di Gianfranco Bettin e di Vittorino Andreoli sul giovane normale che ammazza il padre e la madre, Pietro Maso sbucato fuori con i suoi amici dalla danarosa provincia degli ex contadini). Isolina racconta un crimine d'altri tempi, crudo e semplice, facile da spiegare rispetto all'oggi.

In questo bellissimo romanzo Dacia Maraini racconta la vera storia di Isolina, una ragazza come tante altre nella Verona a cavallo fra l'Ottocento e il Novecento, dove i militari potevano trovare facilmente divertimenti e belle donne. Quando resta incinta, il suo amante, anch'egli un ufficiale dell'esercito, la costringe ad abortire e Isolina muore in modo raccapricciante fra urla strazianti sul tavolo di un'osteria. Ma per salvare l'onore dell'esercito tutto viene nascosto, come se Isolina non fosse mai esistita.

Recensioni dei clienti

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    Carla Federica

    29/10/2012 08.37.50

    Apprezzo molto Dacia Maraini, ma questo libro mi ha un po' deluso. Sempre alla ricerca di storie di donne dimenticate, la trama mi aveva colpito profondamente. Tuttavia mi aspettavo una storia più partecipata, più raccontata, mentre la narrazione è più che altro un resoconto giornalistico, a tratti anche leggermente confuso. E' vero, la storia è oscura e l'autrice ha giustamente evitato di aggiungere particolari inventati o fantasiosi. Ma la narrazione si risolve in una sequenza di arringhe di avvocati, arricchite solo da sporadiche osservazioni personali. Sembra che molti protagonisti non meritino nulla più che un veloce tratto di penna, un bozzetto accorato, ma scarno. L'unico personaggio descritto con un certo spessore è il tenente Trivulzio. Isolina, invece, rimane avvolta nel suo mistero. Chi era? E perchè quella macabra fine? Il libro a questa domanda non risponde perchè, in mancanza di fatti, preferisce tacere. Grida invece l'assenza, assoluta e drammatica, della giustizia, in una qualsiasi forma. Il processo si risolve in una farsa, perchè solo le testimonianze di una parte vengono prese in considerazione. Un'assenza di giustizia che pesa come un macigno e anticipa quello che sarà il futuro della giustizia in questo paese. Dò un voto bassino perchè letta la quarta di copertina il libro è quasi già letto, ma la storia va ricordata, e conservata nel vasto archivio delle vite di donne gettate via come cose.

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