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George Eliot

Curatore: E. Villari
Editore: Marsilio
Anno edizione: 1999
Pagine: 196 p.
  • EAN: 9788831770705

recensioni di Bronzini, S. L'Indice del 1999, n. 05

Scritto nel 1860 e dopo quattro anni pubblicato su "The Cornhill Magazine" – la rivista di Thackeray –, Jacob e suo fratello di George Eliot (ben curato da Enrica Villari) è un racconto comico e divertente, ma poco zuccheroso, sebbene il lettore si trovi spesso davanti a torte e confetti. Anzi l’impasto è amaro, come si intuisce dall’esergo tratto da una favola – La volpe e la cicogna – di La Fontaine: "Ingannatori, è per voi che scrivo. Aspettatevi la pariglia".

Di inganni, infatti, si narra. L’apprendista pasticciere, David Faux ("falso"), ruba venti ghinee alla madre per tentare la fortuna. Scoperto dal fratello, l’idiota Jacob, mentre nasconde la refurtiva, David lo raggira con lo "spirito d’inventiva" che è degli artisti, dei menzogneri e, apprendiamo dalla Eliot, dei pasticcieri. Si salva dal grande e minaccioso fratello narrando una fiaba: "seppellendo le ghinee troverai caramelle" è la promessa di David. Non senza difficoltà e comici incidenti il protagonista fugge lontano, "dove, grazie a Dio, non avrebbe mai più rivisto, Jacob".Nell’Ottocento i testimoni che si comprano con un boccale di birra prima o poi tornano.

Sei mesi dopo, le ghinee servono a David per aprire una pasticceria a Grimworth. Bella, luminosa e colorata, la bottega conquista gli scettici e tradizionalisti abitanti della "parrocchia depressa".Sono buoni i pasticcini e i dolci di Edward Freely, nome "che avrebbe potuto appartenere all’eroe (...) di una vecchia commedia" e con cui si era ribattezzato distanziando le sue origini. L’onesto – come viene considerato – e generoso ("freely") pasticciere non vende solo dolci: è un abile dispensatore di sogni "in grado di incantare le orecchie delle Desdemone", tra cui la giovane Penny, che, riconoscendo nel pallido straniero un nuovo Robinson Crusoe, se ne innamora.

Da qui si diparte l’intreccio del dissacrante e ironico Jacob e suo fratello. Il common reader si diverte leggendo le contraddizioni dell’"inevitabile corso del progresso" – nella finzione prudentemente distanziata nei primi anni trenta (i vittoriani ridevano più volentieri del passato) – con i caratteri sarcasticamente modellati su eminenti vittoriani. convince e appassiona la lettura di Enrica Villari: l’aumento del consumo dello zucchero, la vigilanza della Eliot sui propri diritti d’autore – compromessi da un impostore –, la rivalsa dell’autrice verso i "gusti difficili in fatto di nasi" del misogino filosofo Spencer sono ingredienti dell’invenzione narrativa. Tutto vero e ben documentato: la brutta George Eliot scrive e si toglie non pochi sassolini dalla scarpa. Gli imbroglioni hanno il ben servito. "Chi la fa, l’aspetti" è la morale.

Sì, certo, ma si può credere a un’autrice, al secolo Mary Ann Evans – "orgoglio e modello del suo sesso" – che con quel nome da uomo aveva cercato di gabbare il pubblico celando la sua vera identità? Dubitarne è lecito. Infatti la pariglia più amara è proprio per i lettori coinvolti dal fine gioco letterario. Con citazioni e rimandi intertestuali la scrittrice sfoglia e rilegge – utilissimo l’apparato di note – fonti, materiali e oggetti, miti ed eroi di una tradizione da cui l’Ottocento, non senza esitazioni e contraddizioni, si voleva distinguere. Il cambiamento di prospettiva – dall’alto verso il basso e dal certo all’incerto – induce a un riso malinconico che fa riflettere: il lieto fine di Jacob e suo fratello è dubbio. Nella versione moderna della fiaba volpi e cicogne si somigliano. Sì, perché nel racconto non si narra di un mondo diviso tra vincitori e vinti, tra buoni e cattivi, tantomeno tra simpatici e antipatici: "nessuna classe di persone o forma di personaggio è da condannare o ammirare in maniera esclusiva".Nella letteratura della Eliot – si pensi ad Adam Bede (1859) – tutto è più sfumato, incerto e intrecciato come in una fiera delle vanità. Lo sanno bene David, Penny, Mrs Steene,
Mr Palfrey – quest’ultimo costretto a rinunciare al "miglior cibo freddo al mondo" – e gli stes-si lettori. Il ritorno alla norma – Villari traduce giustamente
"average" con "condizione media", amplificando la parodia della middle station celebrata dal padre di Robinson (ai lettori non è sfuggita l’introduzione di Sertoli al Robinson Crusoe, Einaudi, 1998; cfr. "L’Indice", 1999, n. 1) – non garantisce felicità. L’abbandono del sogno e dell’immaginazione lasciano l’amaro in bocca quando se ne è gustato il "dolce sapore".Senza sogni, eroi, libri e imbroglioni l’esistenza è più sicura, ma molto più noiosa e triste, come un abito da sposa adattato per una seconda cerimonia. Chi ha confidenza con il comico sa che "lo stesso matrimonio che conclude una commedia può dar inizio a una tragedia". Lo riba-
dì Thomas Love Peacock sul "Fraser’s Magazine" nel giugno del 1858. Una piacevole coincidenza. Proprio il registro tragicomico che fu del mondo "senza eroi" di Thackeray e della sarcastica penna di Peacock, inscrive Jacob e suo fratello nella tradizione vittoriana che non elabora un modello proprio e autonomo per il comico – io credo –, ma opta per la parodia. Avventurieri con il grembiule e il mestolo fanno ridere, non meno dei motivi della commedia, del romanzo settecentesco, della poesia romantica presi a modelli di vita. Un indizio, e tanti ce ne sono: David-Edward, un tipo concreto, "decisamente portato a calcolare le conseguenze", applica la conoscenza della letteratura di invenzione a scopi pratici. Se fosse possibile ce l’avrebbe fatta. Invece. Quando la letteratura è presa a modello per scopi pratici sono guai. Lo sanno bene Don Quixote e Madame Bovary. Leggere le ricette non vuol dire saper cucinare.

Certo uno si salva. Dall’inizio alla fine, l’idiota che preferisce i sapori dolci a quello metallico delle ghinee – difficile dargli torto – è l’unico fedele a se stesso, al suo forcone e alla fiaba dove la parola corrisponde alla realtà, dove le monete diventano caramelle. Ma fidarsi degli idioti è da idioti. Lo suggerisce la Eliot sorridendo, perché lei sa che sulla pagina i nasi brutti diventano armoniosi, ma nella vita chi ce l’ha grande se lo tiene e basta. Solo sulla "collina di grano" si respira aria dolce e pura, le ciambelle escono sempre con il buco, gli scrittori illudono i lettori, gli imbroglioni ricevono la pariglia e le favole hanno un lieto fine. Ma il lettore può ancora credere alle favole quando sulla "collina di grano" la solitaria mietitrice è stata sostituita da una rumorosa trebbiatrice?