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Domenico Starnone

Editore: Feltrinelli
Collana: I narratori
Anno edizione: 2005
Pagine: 301 p. , Brossura
  • EAN: 9788807016677

Con Via Gemito, Labilità fa dittico: il dittico delle origini. Nel primo romanzo, Starnone interrogava le sue origini "territoriali" e biologiche; in quest'ultimo le sue origini di scrittore. Come nasce una vocazione? E come la si racconta, quando la si è dispiegata in libri e in articoli e in sceneggiature?

Nel racconto di Starnone c'è un gesto che retrospettivamente gli sembra l'annuncio di un destino espressivo: l'io narrante si ricorda di quando, da bambino, collezionava le figurine dei calciatori e di quanto fosse rara quella di Boniperti e come lui la "sostituisse" con una figurina da lui disegnata e come, infine, la facesse vedere ai suoi amici come se davvero fosse la vera effige di Boniperti. Se qualcosa mi manca, insomma, me la riproduco da me e do alla mia riproduzione l'equivalenza della realtà che non ho. Questo dettaglio cade nel libro come una goccia che produce i suoi cerchi concentrici nel bacino della narrazione. Cerchio dentro cerchio, Starnone segue il suo se stesso narrato con precisione di linguaggio e con particolari sempre precisi e ben collocati.

Autobiografia di uno scrittore? No, piuttosto romanzo dell'autobiografia di uno scrittore. Starnone usa se stesso come una cava da cui estrapolare i materiali che servono a comporre il romanzo. Tra lui e la storia raccontata c'è uno scarto che permette di tenere ben fermo e orientato il timone del romanzo. La scrittura è asciutta, la narrazione precisa, il tono di voce non si rompe. Il presente del libro è la Roma della letteratura, fatta di presentazioni, conferenze e giovani scrittori che emergono all'improvviso e s'impadroniscono della scena; il passato – la memoria – è Napoli, con gli stessi personaggi di Via Gemito, il padre e la madre, qualche compagno di scuola e di giochi, la città vociante e aggressiva, che segue l'io narrante come un rigurgito spiacevole ma inevitabile. Ma se nel libro precedente, Napoli era raccontata frontalmente, qui è vista di scorcio, e compare per squarci efficaci.

L'io narrante scrittore ha una moglie, Clara, che teme la sua scrittura come se fosse una forma di malattia e la conferma della labilità del marito. Preferisce che continui il periodo di stagnazione in cui vive, piuttosto che vederlo imbarcarsi in un'avventura che lo porterebbe di sicuro a perdersi, non si sa bene per quale ragione. Lui scrive quasi di nascosto, finché lei non deve partire per un viaggio che la terrà lontana da casa per qualche mese. I dialoghi tra moglie e marito sono molto ben scritti e fanno pensare per l'intonazione malinconia venata di ilarità al Pontiggia di Nati due volte (e anche il tema della labilità/disabilità sembrano portare con sé qualche ricordo di quel libro).

Mentre la moglie è via (ma i primi incontri avvengono quando Clara non è ancora partita), lo scrittore vede una giovane donna (Nadia), anch'essa appartenente al mondo delle lettere. Lo scrittore è attratto da lei (e lei lo ricambia), ma ha cominciato a scrivere dopo tempo un nuovo libro. Se ne sta a casa da solo, e scrive o fantastica. La chiamo o no, pensa. A volte la chiama, altre no, preferisce le sue parole (che noi leggiamo mentre le scrive) al contatto con la donna. All'orizzonte è comparso un inquietante giovane scrittore, che dice di ispirarsi ai suoi libri. Ha un dattiloscritto che presto si trasformerà in un libro di successo. A lui quel dattiloscritto non piace, e non capisce cosa abbia tratto davvero dai suoi libri. Però la presenza enigmatica di questo giovane lo stimola, forse ha ripreso a scrivere anche perché è apparso lui. Tra le parole dello scrittore anziano compaiono le iniziazioni: allo scrivere, al sesso, alla città, ai genitori, alle disillusioni, alla fuga dalla sua città-madre e alla sua rimozione.

La storia che leggiamo comincia a slittare, il timone non è più così fermo come nelle prime duecento pagine. Cominciano ad apparire i genitori sotto forma di fantasmi, abitano con il figlio nella casa romana. Il tono di voce cambia. E si ha l'impressione che l'autobiografia si faccia più pressante, il romanzo deperisce. Cosa succede, ci si chiede. La stessa storia con Nadia si affloscia e al ritorno della moglie (che si decide a tornare a casa, dopo aver saputo della relazione del marito e aver scelto di rimanerne lontano ancora per un po') tutto sembra tornare al punto d'origine. Il libro si conclude con elogio dell'imperfezione di ogni gioco. Ed è difficile sottrarsi all'idea che un buon libro finisca in un modo piuttosto labile.

Viene da pensare a un altro finale deludente di un libro ottimo: I giorni dell'abbandono di Elena Ferrante. Nei mesi scorsi un giovane italianista, paragonando Via Gemito a L'amore molesto, libro d'esordio di Ferrante, ha sostenuto che la misteriosa autrice napoletana potesse essere proprio Starnone. Mi è stato chiesto un parere su quest'ipotesi. E ho detto che, pur non avendo curiosità di conoscere chi sia Ferrante, mi sembrava più plausibile di altre fatte in passato. E ho aggiunto che per dare una maggiore credibilità a quest'ipotesi, bisognerebbe aggiungere al nome di Starnone quello della sua compagna Anita Raja. La cosa curiosa è che Labilità (dedicato ad A. R.) fa pensare più volte, proprio nelle zona dei fantasmi, alla Ferrante di L'amore molesto, laddove la madre morta visita la mente della protagonista sotto forma di visioni (anche in quel caso non si trattava delle parti più felici del libro).

Ma torniamo al finale di I giorni dell'abbandono, affidato all'avverbio "quietamente". Dopo aver toccato il fondo della disperazione la donna abbandonata dal marito, si aggrappa a un uomo qualsiasi con il quale vivrà quietamente il suo futuro. È una giravolta improvvisa, forse arbitraria, forse invece il segno di una convinzione molto ben radicata, forse non dissimile dalla chiusa di Labilità (in entrambi i casi si tratta di dialoghi): "'Di me ti ricordi', le chiesi?. 'Disgraziatamente sì'. 'Io ci sono'. 'Anch'io'. 'È questo che rende imperfetto ogni gioco, ma va bene così'".

Questo "va bene così" sembra una rima romanzesca di quel "quietamente".

Ciò significa che mi sono davvero convinto che Starnone e Raja siano davvero Ferrante? No di certo. Non ho addotto nessuna prova (e le prove dovrebbero essere stilistiche e non solo tematiche), solo delle consonanze, solo delle assonanze, solo delle spie di quanto stia cambiando un autore come Starnone da quando ha deciso d'interrogare le origini.

                                                                                          Silvio Perrella

Il mondo della scrittura e un autore maturo sono i protagonisti di questo nuovo romanzo di Domenico Starnone, che ritorna sulla scena letteraria dopo l'eccezionale successo di pubblico e di critica conquistato dal suo ultimo romanzo Via Gemito, che gli valse il Premio Strega.
La vicenda, animata di presenze reali e visionarie, si muove su due piani, uno reale e uno immaginario, e racconta i fantasmi che popolano la mente dello scrittore alle prese con il foglio bianco, evidenzia l'incertezza di confine tra ciò che è vero e ciò che è sognato. La commistione tra realtà e finzione, tra concretezza e illusione, è rappresentata anche dal titolo del libro: labilità, termine che, per lo scrittore napoletano, sta ad indicare la facilità con cui "slittiamo" da una dimensione a un'altra, fra sentimenti, età e rappresentazioni differenti di noi stessi. Labilità che, grazie a un gioco di parole, significa anche l'abilità di trasformare la finzione in realtà, di concretizzare pensieri e sentimenti in parole, la qualità più importante di uno scrittore. Come da bambini si gioca a fingersi altro da quello che si è (il protagonista lo battezza "il gioco dell'imperfetto": io ero il capitano, tu il nostromo) così da adulti e artisti si continua a giocare, avventurandosi nei territori dell'immaginazione creativa. Ma fino a che punto si può rischiare di confondere le due dimensioni? Lo proverà sulla sua pelle il maturo scrittore, protagonista e allo stesso tempo narratore della vicenda. Una profonda crisi di creatività paralizza il suo lavoro e vari elementi la aggravano: l'incontro con uno scrittore esordiente lo scoraggia (soprattutto quando il giovane con la sua opera prima raggiunge il desiderato successo), il rapporto con la moglie è compromesso dalla presenza di un'amante, anche lei scrittrice, tanto inquieta quanto appassionata; le lunghe giornate trascorse in solitudine al tavolo di lavoro lo estraniano da tutto, mentre il ritorno della madre e del padre dà inizio a una tesa convivenza. Questo malessere del protagonista si popola ben presto di fantasmi, creature animali, entità del passato che in un turbinio di visioni lo travolgono rendendo sempre più confusi i confini della vita, del tempo e dell'identità.
Fluida come lo scorrere ininterrotto dei pensieri, appassionata come l'affollarsi prepotente dei sentimenti, la narrazione di Domenico Starnone si concretizza in un romanzo di grande intensità emotiva che ripercorre le tappe di una travagliata storia interiore e racconta i fantasmi che la abitano. Un libro che si inoltra nel mondo al limite tra realtà e finzione che alimenta la creatività di uno scrittore.


Le prime frasi

1.

Era in terza fila accanto a una ragazza con i capelli blu e mi bastò vederlo per sentire un dispiacere fievole, come l'inizio di un malumore. Finché parlai, mi fissò senza consenso, stringendosi il gomito con la sinistra e tenendo le dita della mano destra davanti alla bocca. Fu quella posa a rendermi scontento. Mi sembrò un'armatura vanitosa, di quelle che indossavo anch'io da ragazzo per sentirmi distante e fuori della norma. Perciò, trascurando il resto dell'uditorio, mi rivolsi spesso a lui, specialmente quando facevo domande o dicevo cose spiritose. Volevo che si imbarazzasse, che ridesse, che insomma si agitasse sulla sedia fino a cambiare posizione e cedermi. Ma il giovane non mostrò disagio né ebbe mai un guizzo di allegria. Forse perché aveva capelli neri ondulati ma ciglia chiare sopra gli occhi azzurri, dava l'impressione di uno che ha sempre tutto ciò che può servire e non conosce l'ansia. Seguitò per tutto il tempo, con il solo fatto di esserci, a ostentare una contegnosa inviolabilità.
Alla fine della serata in molti mi si affollarono intorno, per lo più aspiranti scrittori. Lui no, lo persi di vista. Alcuni avevano quesiti letterari da sottopormi, altri tendevano copie dei miei libri per farsele firmare. Distribuii autografi con garbo e risposi senza fretta alle domande, anche se in realtà non vedevo l'ora di tornare a casa. Quando mi accorsi che le chiacchiere, invece di scemare, si infittivano, cominciai a spostarmi piano verso l'uscita. La manovra ebbe successo, feci un cenno di saluto che avesse l'apparenza di un gesto definitivo e infilai la porta.
Una volta fuori, al freddo, mi strinsi alla gola il bavero del cappotto e affrettai il passo verso piazza Risorgimento. Fu a quel punto che il giovane impassibile mi tagliò la strada. Disse con una voce scontrosa a cadenza lievemente meridionale:
"Un minuto solo".
"Sì."
"Ho scritto un libro."
"Bene."
"Devi aiutarmi a pubblicarlo."
Il tu, quel devi, l'assenza di preamboli cortesi mi infastidirono. Lo guardai, era intorno ai vent'anni, aveva un torace largo, il collo dai tendini grossi, un'aria di forza e salute. Malgrado il freddo indossava solo un maglione scuro sui jeans molto logori. Portava a tracolla una borsa grande, come quelle dei postini, e nella destra stringeva un oggetto che pareva un sigaro. Mi venne un tono rigido:
"Fammelo leggere e poi si vede".
"Non c'è bisogno."
"C'è bisogno, se vuoi un parere."
Rispose:
"Non mi serve un parere, mi serve una mano per arrivare a un editore".
Ebbi un tuffo al cuore che era l'aborto di una reazione violenta. Mi succede spesso, sono attimi sgradevoli. In quei momenti sento di portarmi dentro più strati di linguaggio: sopra c'è quello curato a cui ricorro di solito; sotto, le lastre si inarcano, la sintassi si spezza e vuole schizzare fuori un urlio schiumoso.
"Scusami, ho fretta" tagliai corto e ripresi a camminare.
"Aspetta."
Mi afferrò un braccio con dita robuste e non timide. Te metti che quella specie di sigaro stretto nella destra fosse un coltello con la lama a scatto.
"Guarda che ho pagato tutte quelle lezioni del cazzo solo per avere la possibilità di parlarti."
Disse così, usò proprio la parola cazzo, ma non bisogna pensare che la frase fosse pronunciata con disprezzo o malevolenza. Fui io che mi impressionai, gli sottrassi il braccio, mi guardai intorno. Per fortuna in quel momento passò un taxi e gli feci un cenno sperando che fosse libero.
"Mi dispiace per i tuoi soldi, li hai spesi male."
Il taxi si fermò, entrai, chiusi subito la portiera.
Il ragazzo mormorò accigliato, come se la mia reazione gli sembrasse deludente:
"II mio libro è bello".
Lo fissai per un attimo, poi diedi l'indirizzo al tassista senza rispondergli. Lui allora ebbe un gesto di sconforto e, dopo aver cercato nella borsa, gettò attraverso il finestrino mezzo aperto, sul sedile accanto all'autista, un dattiloscritto. Il tassista, che era appena ripartito, frenò di colpo come se temesse un'esplosione e mi lanciò uno sguardo spaventato attraverso lo specchietto retrovisore.
Io mormorai fintamente calmo: vada.
L'auto si mosse, scivolò nel traffico verso il lungotevere. L'uomo al volante aveva la schiena grossa, un aspetto trasandato. Attese un po', quindi mi passò il dattiloscritto con cautela. Lo presi, me lo tenni per tutto il viaggio sulle ginocchia e intanto provai a cacciare via l'agitazione. Mi domandai perché mi fossi indispettito, invece di affrontare la situazione con distacco. Poi respinsi la domanda e quasi mi assopii.

Recensioni dei clienti

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    Felix

    08/01/2009 22.45.22

    Libro molto bello, a volte onirico a volte molto reale. reale nel senso che sa di storia possibile, di tutti i giorni, non frutto di una immaginazione "reale". Pecca un pò nei momenti di vuoto, in cui il romanzo dovrebbe rilassare il lettore, ma la storia, riesce a appassionare.

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    antonio

    30/12/2007 11.45.50

    ...per scrivere un libro penso che si debba avere qualcosa da raccontare, in questo caso Starnone non aveva nessun motivo per scriverne uno. Non salvo niente, neanche l'esercizio di stile consistente nello scrivere sul nulla...un libro che fatico a leggere...fastidioso.

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    roberto b.

    06/04/2007 12.27.38

    Un gran bel libro,piacevolissimo,da leggere. Un libro"vero"(attualmente se ne leggono pochi),sincero,estrapolato dall'intimo essere di un personaggio che ha vissuto veramente.Il confine fra la finzione e la realta' che viene a volte oltrepassato dal protagonista scrittore e' lo stesso che dovrebbe appartenere ad ogni essere umano.Chi non sogna,non gioca,non usa la forza della fantasia e l'energia della curiosita'non vive,come ci insegna anche Neruda con la sua bellissima poesia"Lentamente muore".

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    Carlo Santulli

    18/10/2005 13.00.28

    Sono sempre stato affascinato dalla capacita' di prosatore di Starnone, dal suo stile denso e costruito per piani sovrapposti. Trovo che qui l'autore abbia superato se stesso: Labilita' e' un romanzo di una concitazione tutta intima, tranquilla e meditata, dove Starnone cerca di riportare i suoi incubi ad una dimensione umana e gestibile, non sfuggendo mai all'autocritica ed all'autoironia. La realta' descritta non e' mai banale, ed i personaggi sono disegnati senza tacerne i difetti e le fisime. C'e' poi la napoletanita' vissuta sui binari paralleli di una "tara" ereditaria e come punto di forza e ragione di vita, binari che spesso si intersecano nell'animo dell'autore e nel suo subconscio.

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    ant

    29/07/2005 21.49.39

    Starnone si conferma abile narratore, e se posso inventare un neologismo abile "ricordatore"(per me che sono campano poi è una gioia rispolverare: lo schiaffo delle figurine, il panierino che odora di bambino, i zzibbiase ecc.). La bravura dell'autore sta nel fatto che senza una trama, si è inventato un libro anche scorrevole; mi auguro però che le prossime uscite siano un po più corpose dal punto di vista dei contenuti(Via Gemito è talmente bello che rappresenta nel bene e nel male un pò tutte le famiglie campane, così come fece Eduardo con Natale in casa Cupiello)

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    Marino

    27/04/2005 10.06.49

    E' un libro bellissimo. E' pensato e profondo, non so se sia il seguito ideale di Via Gemito, ma è un libro nel quale ci si interroga sul significato dell'atto della creazione, dei rovelli interiori di uno scrittore, della differenza, "labile", tra realtà e fantasia di chi, con la fantasia, lavora quotidianamente. La labilità della trama è un pregio, non è un libro per "tutti". Leggetelo per capire quanto lavoro ci sia sulla fantasia che diventa...parole.

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    Elena

    11/04/2005 21.47.17

    Mi è parso un libro vissuto, strappato dall'anima, forse ancor più di quanto lo fosse "Via Gemito". Un libro sofferto e ossessivo, ma al contempo liberatorio. Un libro in cui la trama è tutta dentro le visioni, racchiusa nei ricordi e nelle fantasie del protagonista, molto più che negli avvenimenti narrati. Starnone ha saputo infiltrare la realtà quotidiana di uno scrittore affermato di mezza età, il suo protagonista, all'interno dell'elaborazione appassionata e appassionante della sua storia interiore. Una storia che va alle radici del suo essere diverso, del suo saper creare realtà nuove a cui credere ciecamente e irrazionalmente (l'episodio del Boniperti è il filo conduttore, labile). Una storia che va alle radici del suo essere scrittore. Un libro che mette in evidenza le crisi, le insicurezze, le paure intime di una persona di fronte ai fantasmi del suo passato e del suo presente, di fronte, in ultima istanza, a se stessa. Il suo sguardo rivolto all'interno che si fa labile quando osserva il mondo con occhi di bambino, o di scrittore. Non so quanto di autobiografico ci sia in "Labilità", come ignoro in che misura sia stato un racconto della sua infanzia "Via Gemito", ma di una cosa sono certa: un Boniperti nella sua vita ci deve essere stato per forza.

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    chiara

    15/03/2005 00.23.25

    Noioso Noioso esageratamente noioso pochissime le idee buone, e solo per chi ha letto via gemito comprensibili, le apparizioni della madre, all'inizio un pò- poco- emozionanti, e poi francamente troppo frequenti, finisce per parlarsi addosso, perde il ritmo, perde tensione Descrive abbastanza bene il démon du midi del sessantenne ben contento di riprendersi la moglie, di continuare un dialogo con lei descrive bene il finire di un entusiasmo, non direi di un amore Il Boniperti all'inizio é una bella torvata, poi anche lei ripetuta all'infinito stanca Non comprerò piu libri di Starnone

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    marilena

    14/03/2005 08.06.34

    La trama è banale il tono sciatto un libro tirato su in fretta, forse Starnone ha un contratto con la Feltrinelli e deve sfornare libri con regolarità? Devo dire poi che poteva limitarsi nell'uso di termini volgari, mentre in Via Gemito sono giustificati dal ritratto del padre, lui, si, davvero indimenticabile, qui sono gratuiti e lquanto scioccanti. Per lo meno per me

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    maria

    25/02/2005 12.26.57

    questa volta starnone ha scritto un libro inutile dov'è finito federi', e rusiné, cosi dolorante e bella, dov'è finita? che peccato!

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    Maria

    04/02/2005 12.50.00

    E’ un bel libro. Narra la storia di uno scrittore che si perde nel suo scrivere, dolorosamente inadatto alla vita, travolto dalla sua stessa necessità di scrittura. Non mi pare che il tema sia “il blocco dello scrittore”, credo invece si parli dell’atto creativo che narra e spiega, ma, contemporaneamente, traspone confonde e cancella ciò che è o è stato. Dalla narrazione emergono due diverse e notevoli figure di donna: Clara e Nadia. Sono riferimenti necessari (soprattutto Clara) nella vita del protagonista che, però, non riesce a “mischiarsi” davvero con nessuna delle due. Infelice, con un bisogno di concretezza sempre irrisolto, è destinato a rimanere “stunato”, fuori tono, come se non si potesse scrivere senza vivere la triste situazione di non avere mai l’intonazione giusta nei confronti del mondo reale, che non è disposto (o non è capace di) a vivere le stesse allucinazioni. Chissà se l’atto creativo si accompagna sempre a queste maledizioni.

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    ale

    03/02/2005 12.30.19

    Di una noia mortale, è un libro che non scorre, la labilità è un concetto di una banalità assoluta sul quale è impostato tutto il racconto. Non ho riconosciuto nulla dello scrittore di via Gemito

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    Elisabetta

    28/01/2005 18.46.05

    Faticoso e pretenzioso.Peccato, perché l'inizio è molto brillante, con toni sospesi da thriller. Non mi piacciono le elucubrazioni a vanvera di cui questo testo è ricolmo.

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