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Piero Boitani

Editore: Il Mulino
Anno edizione: 2007
Pagine: 537 p., Rilegato
  • EAN: 9788815118295
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La Casa della fama di Geoffrey Chaucer è un'opera che fonde la teoria antica dei sogni e la letteratura di matrice pagana e cristiana in una sintesi visionaria che rappresenta una sorta di "eccentrica perversione" rispetto ai modelli stessi di riferimento: tra sogni, rivelazioni, insolite architetture e voli tra gli artigli di un'aquila, il poeta approda tramortito prima in un tempio di cristallo dove sono raffigurate le avventure di Enea e l'amore con Didone, poi nella stessa casa della fama e infine in una Domus Dedali, labirintico intrico in cui i miti e le più sciocche dicerie si confondono e si disperdono nell'aria. Si tratta di un viaggio portentoso che svela nel suo centro – o, meglio, attraverso una struttura policentrica e vertiginosa – non tanto le fonti della sublime gloria letteraria, quanto il luogo in cui la letteratura esplode fagocitando realtà e miti, follie e narrazioni, santi e personaggi da taverna. All'interno di questa rivelazione che sfrutta tutta la liceità e, insieme, la suggestione della libera immaginazione onirica, si contrappone alla verità dell'auctoritas biblica e classica l'evidenza di una parola libera e inconsistente, mai completamente affidabile, che indica una più moderna labilità del segno, del rapporto tra significante e significato, espressione "di ogni discorso, di ogni parola, bello, brutto, o come sia" ("Of every speche, of every soun, / Be hyt eyther foul or fair", II, 832-833). Non è un caso che il poemetto si chiuda con l'immagine molto prosastica di una folla eterogenea di persone che si raccolgono nella casa saltando e pestandosi i piedi come fanno i pescatori di anguille.
Questo insolito ingresso nella "Biblioteca di Babele che è la cultura del Trecento" porta con sé una riflessione critica che tocca i problemi della logica filosofica e li riconduce a più moderni approdi: come la verità non è più "adaequatio intellectus et rei", come aveva sostenuto Tommaso d'Aquino, così la letteratura porta con sé non necessariamente "le cose", né il vero o il falso, ma la "durata" dei miti, il loro "nome". In questo modo si "rovinano le sacre verità" – per dirla con Harold Bloom – e, al tempo stesso, si apre la prospettiva al dialogo e al confronto intertestuale. L'idea che la parola letteraria accorpi in sé sublimità e abiezione, bello e brutto – "fair is foul, and foul is fair", ribadirà Shakespeare nel Macbeth – distinguendosi per altezza di genio, potenza di immagini e di fabulae, e non per dogmi e prescrizioni dottrinali da prendersi alla lettera, rappresenta infatti uno dei presupposti su cui si fonda la nostra tradizione occidentale, ed è in virtù di una tale "contaminazione" che il medioevo volgare si può confrontare con il modernismo.
In Letteratura europea e Medio Evo latino, scritto nel 1948, Ernst Robert Curtius affrontava già il problema critico di questa continuità fra tradizione latina e letteratura moderna, concentrandosi su una vastissima casistica di topoi che raccordavano autori e tradizioni diverse intorno a molteplici argomenti. Nell'ampio spettro di indagine preso in esame dallo studioso, le limitazioni della tematologia erano superate dalla centralità attribuita al linguaggio, all'analisi della retorica e del suo rapporto con l'immaginario. Ora, nel saggio Letteratura europea e Medioevo volgare, Piero Boitani si ricollega al testo e alla linea critica di Curtius offrendoci, però, qualcosa di più di un completamento o di una continuazione. All'inevitabile opera di sintesi si accompagna la consapevolezza che sono mutate le condizioni nelle quali il critico di oggi si trova a trattare questi temi: l'idea di Europa è diventata "meno conflittuale e più reale"; al tempo stesso, se i confini concreti e l'idea di una divisione tra letterature nazionali sono effettivamente molto meno marcati, si è però anche allentata quell'unità umanistica che stringeva assieme tradizione classica e medievale, classicismo Illuminismo e modernismo, Atene Roma e Gerusalemme. È importante, inoltre, che il titolo, quasi coincidente, abbia sostituito "latino" con "volgare": si indica così la necessità di non perdere di vista i presupposti teorici di Curtius, pur spostando leggermente l'obiettivo: "fissandosi, come punto di partenza, sulla letteratura volgare. La quale, ereditando modi, generi e temi da quella latina, li consacra, però, in nuovi paradigmi, che trasmette poi a tutte le letterature nazionali d'Europa: e costituisce perciò la culla stessa della letteratura 'europea'". La "classicità" resta imprescindibile punto di riferimento, ma il vero fulcro delle nostre letterature diventa quella volgare, con i suoi centri di affermazione e di irraggiamento, la Provenza e la Francia, e poi l'Italia, senza dimenticare le culture e le tradizioni che vi si collegano, come l'Inghilterra anglo-sassone, l'Irlanda e la Scandinavia, a sua volta legata alla Germania.
Parlare di "letteratura europea" significa, infatti, infrangere confini, fondare nuovi luoghi e collegamenti. Il topos stesso è un luogo dell'immaginario, ogni volta originale per quanto ricorrente, in cui si addensano le emozionanti potenzialità retoriche del discorso, che riscrivono e ripercorrono il mondo attraverso intuitive sintesi e collegamenti talvolta imprevedibili. Così la metafora implica un movimento, un volo della fantasia, anche tra spazi e oggetti concreti, tra umano e animale, fiori, piante, pietre e un'infinità di altri oggetti. Procedendo per queste direzioni, già il materiale preso in esame da Curtius si disponeva in un "presente atemporale", tale per cui diventava inevitabile vedere "Omero in Virgilio, Virgilio in Dante, Plutarco e Seneca in Shakespeare (…). E ancora, più recentemente, Le mille e una notte e Calderón in Hofmannstahl; l'Odissea in Joyce; Eschilo, Petronio, Dante, Tristan Corbière, la mistica spagnola in T. S. Eliot". Una prospettiva che ricorda quella di E. M. Forster in Aspetti del romanzo, che suggeriva di immaginare "i romanzieri come fossero tutti seduti in un'unica stanza, costringendoli, con l'arma della nostra stessa ignoranza, ad abbattere i confini delle date e dei luoghi".
Questo non vuol dire annullare, pur entro affascinanti cortocircuiti spazio-temporali, la specificità di un testo in un indistinto orizzonte di rapporti. All'interno di un'analoga concezione dialogica e intertestuale della letteratura, infatti, Boitani propone una serie di blocchi specifici che ordinano la materia senza mai trascurare l'attenzione della critica moderna alla tradizione che si sviluppa tra medioevo volgare e letteratura europea: in una prima parte, dall'analisi della fenomenologia e dell'immaginario emergono i luoghi e i vettori privilegiati della comunicazione letteraria (il sogno e il tempo, il volo, la caverna e il castello, il palazzo e la casa della fama); si segue poi la continuità di Dante, Boccaccio e Petrarca fino a Melville, a Borges, a Eliot; infine, viene dedicato un ampio capitolo a riconsiderare la grande critica novecentesca: Auerbach, Lewis, Ohly, Robertson e lo stesso Curtius. Colpiscono in modo particolare i voli e i paesaggi siderali, che – dal brillare delle anime del Paradiso allo splendore della fede – attraversano la poesia d'amore di Petrarca, l'immagine viva di Laura con "li occhi sereni e le stellanti ciglia", giungendo a Shakespeare (con Ovidio e Sidney), a Keats e a Lamartine. Inoltre, un interessante filo conduttore è quello che riapre il problema dell'allegoria al dibattito che collega le interpretazioni dantesche agli sviluppi più attuali di tale discorso critico. In quest'ottica – e tanto più nei suoi importanti rapporti con lo sviluppo di un genere come il romanzo – vengono riscoperti, tra gli altri, testi considerati marginali proprio perché relegati all'interno di una prevedibile univocità simbolica, come il Sir Gawain e il Cavaliere verde.
Si tratta di un ampliamento dell'orizzonte critico che ha nel messaggio della Casa della fama una delle sue espressioni più significative. Oltre a Dante, Boccaccio, Petrarca, infatti, uno dei protagonisti di questo viaggio che assume le forme della translatio culturale è senza dubbio Chaucer, il quale ha manifestato con particolare efficacia quel "genio di migliorare un'invenzione" che Boitani ha messo in evidenza anche altrove (Il genio di migliorare un'invenzione, il Mulino, 1999): la capacità di fare del patrimonio letterario classico e medievale non un punto di riferimento statico a cui rivolgersi con acritica deferenza, ma un "ricettacolo" vivissimo e tuttora vitale di storie, leggende, immagini, come quelle elaborate nei Poemi onirici o nel Troilo e Criseida, oppure raccontate, tra appassionata ironia e originale invenzione, dai personaggi dei Racconti di Canterbury. Il passato serve quindi a rinverdire il presente – ci suggerisce ancora il suo Parlamento degli uccelli – e a non annoiasi: "Nei vecchi campi, come si suol dire, / spunta il grano nuovo anno per anno, / e dai vecchi libri, a non mentire, / gli umani nuova scienza impareranno. / Ma per dire le cose come stanno, / quel giorno dedicato alla lettura / più breve mi sembrò di quanto dura".
  Chiara Lombardi