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Descrizione


Provocando sillaba dopo sillaba una zona di indecidibilità tra verso e prosa, tra musica e discorso, Andrea Raos scrive "Lettere nere" contrastando partizioni e strutture invalse nella letteratura italiana e innestandovi sfidandole - sintassi aliene, e per tanto stranianti. Una materia esperienziale incandescente dove gli "schemi della follia" si incrociano con l'impulso a sfondare i determinismi sociali e letterari, così creando un campo di forze vivo in cui risuonano incessanti gli interrogativi che segnano tutta l'opera di Raos: come uscire, vivi, dal mondo, dalle sue impalcature sociali e i suoi riti ipocriti? Come far diventare movimento e azione visibile il moto individuale della sua frantumazione e ricomposizione?
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Dettagli

2013
9 ottobre 2013
114 p., Brossura
9788897648215

Voce della critica

  "Il gusto innato per l'ostacolo, il punto/ che ritorni, la forma senza più storia/ che valga o discorso compiuto, non unto/ la bocca o la penna pronte a farsi storia/ scrivo, probabilmente, solo congiunto/ non per letteratura, guadagno o gloria/ o comunicazione o dolore aggiunto/ a un fondo oscuro, sul bordo, di memoria/…/ e giunto/ al confine mordo e spurgo finché infuriano/ la fine e tu e io, così minori a/ dirci, viluppo, abraso, esistere. Punto". Forse mai come negli ultimi anni la sopravvivenza della poesia sembra essersi fatta così ardua, divisa tra il bel gesto e uno sterile manierismo, tra l'epigonismo residuale, il rigurgito sentimentale e lo spazio esiguo che le concedono gli scaffali delle librerie. Il suo discorso sembra stare per rarefarsi. Eppure proprio su un'esigenza di veridicità si è fondata nei secoli la sua ragione. Che fosse il proprio corpo, un evento o un paesaggio, il compito della poesia è stato quello di perimetrare mediante il linguaggio quell'eccesso di realtà che ci sfugge, irriducibile alla freddezza di una formula matematica; di scandagliare quell'universo di simboli sempre più opaco da decodificare che è il contemporaneo. Un'Autografia, come ricerca di un'"autenticità relativa alla stesura di uno scritto", è allora il sottotitolo che opportunamente accompagna l'ultimo libro di Andrea Raos, Lettere nere, pubblicato dalle edizioni Effigie nella collana "le Ginestre". E "sono lettere nere che bruciano", non soltanto per la combustione che si genera dal mescolare poesia e prosa, versi e cronaca, tradizione e disordine, canto e discorso (la musica dei sonetti di Danze o la struttura ritmica dei tanti inserti di prosa in prosa, come in Dissequenza, rette su anafore, rime interne, assonanze, paronomasie e omoteleuti, si frangono alle incursioni di un parlato piano e colloquiale), o per l'urgenza di estrarre dal "fondo oscuro" della propria presenza "una materia esperienziale incandescente", quanto per l'intento corrosivo di demistificare la supposta aderenza tra le parole e le cose, tra il referente e la lingua, in una scherma contro il cicaleccio del mondo; nella ricerca di un percorso veritativo che ostacoli il nostro "desiderio di comprensione immediata, di comunicazione lineare, di senso dato subito e una volta per tutte" , come ha scritto Cortellessa. Tra indecidibilità e disseminazione del significato, la sintassi straniante di Raos, la cui poetica si annovera tra le forme di una poesia post-lirica intesa come "possibilità di aperture multiple dell'io, di frantumazione e dialoghi frantumanti" (Post scritto), si contamina di scritture eterogenee, di lacerti narrativi, per farsi congegno di auscultazione del caos del mondo. Soggetto che non oppone resistenza ("ora il mio corpo è dolore, ora è a pezzi, ora la sabbia assorbe avida il mio sangue come fosse viva lei ed io soltanto un piovasco improvviso, da accogliere con gratitudine distratta e poi dimenticare") all'invadere degli elementi e che riporta sulla pagina la dispersione sparagmatica del proprio io, il non-senso e l'insignificanza del reale, l'impossibilità di plasmarne un modello. Vi sono paesaggi, visioni di metropoli, autostrade, "brevi ricordi" su cui s'innestano "voci plurali", "forme rapidissime, invisibili, vagamente umane", descrizioni e recensioni di film che debordano per tessere un'analisi dei dispositivi del potere. "In quelle microscopiche gocce di sangue,/ poche, disseminate/ su una vasta breccia di tessuto sottocutaneo messo a vivo/ che la coscienza allucinata rende innumeri,/ che l'incoscienza volontaria/ restituisce intatte qui è il mio grido dicono".   Alfredo Nicotra         .    

 

 

 

 

 

 

 

 

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