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Pirro Ligorio, nato a Napoli, si era trasferito a Roma nel 1534, lavorando prima come pittore e poi come architetto. Nel 1549 entrò al servizio del cardinale Ippolito d’Este come “antiquario” e direttore di scavi: a partire dal 1550 progettò appunto la Villa d’Este, capolavoro del giardino italiano, imitata in tutti i giardini europei successivi per la sua sistemazione a terrazzamenti e l’impressionante concentrazione di fontane, ninfei, grotte, giochi d’acqua e musiche idrauliche. Uomo di immensa cultura entrò in simbiosi con il cardinale d’Este, dotando ogni angolo della villa di un profondo simbolismo e significato allegorico, che solo un uomo del rinascimento poteva portare con sé. Proprio tra i manoscritti conservati presso l’Archivio di Stato di Torino, il codice dedicato alle antichità tiburtine si distingue per la consistenza del corredo grafico e per la connotazione quasi autobiografica derivante dal tema trattato, costituendo infatti il risultato di molti anni di attività svolta a Tivoli dall’autore non solo come architetto, ma anche come “antiquario” nelle ricerche avviate già nel 1538 e condotte a tappeto nell’agro tiburtino durante il ventennio trascorso alle dipendenze del governatore di Tivoli, il cardinale d’Este. Questo aspetto del lavoro, finalizzato secondo le aspettative del committente al recupero di sculture e frammenti architettonici e condotto pertanto attraverso lo scavo, portò all’individuazione, dopo secoli di oblìo e abbandono, delle più significative testimonianze archeologiche attestate nella zona: proprio l’esame diretto dei resti, affrontato in molti casi per la prima volta dal Ligorio, ebbe un ruolo determinante sulla sua formazione, influenzando in maniera significativa buona parte dei suoi prodotti artistici a partire dalla stessa Villa d’Este, incastonata fra i nuclei edilizi antichi.
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