Il linguaggio del dono - Jacques T. Godbout - copertina

Il linguaggio del dono

Jacques T. Godbout

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Traduttore: A. Salsano
Collana: Temi
Anno edizione: 1998
In commercio dal: 27 novembre 1998
Pagine: 108 p.
  • EAN: 9788833911267
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Jacques T. Godbout

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Che cosa significa il linguaggio in parte codificato che accompagna il dono? Come s'interpreta in genere il linguaggio del dono? La conclusione dell'autore è che, lungi dall'essere ipocrita, il linguaggio del dono rende possibile l'offerta, permette al dono di circolare significando qualcosa, avendo un valore di legame al di là del valore economico e della stretta utilità.

recensioni di Cangiani, M. L'Indice del 1999, n. 05

Con queste nuove indagini sul dono Godbout prosegue l’impegno dichiarato nel suo volume precedente (Lo spirito del dono, 1992; Bollati Boringhieri, 19982) di esplorare "quei luoghi in cui le cose continuano ad avere un’anima e a vivere al servizio dei legami sociali".

A tal fine, terreno privilegiato di osservazione è il "legame familiare". Nei rapporti tra parenti è più diffusa l’assenza dell’equivalenza mercantile e anche di una rigorosa reciprocità. La differenza tra ciò che si riceve e ciò che si dona può essere avvertita, ma non considerata un debito; oppure può permanere uno "stato di debito", nel quale si verificano anche situazioni "impossibili" in termini contabili: entrambi i partner possono ritenere di essere in credito ("debito negativo"), oppure in debito ("debito positivo"). Quest’ultimo caso sembra il più adatto a mettere in rilievo la natura e le potenzialità del "movente del dono", entro un rapporto che si alimenta di fiducia, di gratitudine e di soddisfazione reciproca.

Anche fuori dalla famiglia, la restituzione tende a non essere, o almeno a non apparire, obbligatoria e definita; essa diviene così un dono a sua volta. In certi casi "la restituzione è nel dono", cioè il donare è di per sé appagante.

Il carattere principale e generale del dono è che esso presuppone e ricrea un rapporto, un legame. Il dono "moderno", poi, rispetto a quello tradizionale, appare più libero e personale. Il dono, al pari di ogni altro elemento della vita sociale, non è più un "fatto sociale totale" (secondo l’espressione di Marcel Mauss); cioè non è più integrato in un dato sistema culturale, al quale appartengano i molteplici significati condensati in esso. Esso rientra, modernamente, nella dinamica soggettiva, formalmente libera, dei rapporti tra persone. Godbout mostra come l’indagine sul dono apra un’interessante via d’accesso per la comprensione di tali rapporti. Il passaggio da uno stato di debito "positivo" a uno "negativo", ma anche il semplice cominciare a tener conto del dare e dell’avere, può segnalare, ad esempio, una crisi nel rapporto.

Le analisi di Godbout sulla natura, le modalità e le potenzialità del dono, e la sua dimostrazione che l’approccio "utilitarista" è al riguardo inadeguato e fuorviante, sono perspicaci. Ed è affascinante il suo tentativo di trovare nel dono il fondamento, il "cuore" della società, e un altro spazio, un’altra dimensione, in cui si situano un agire, un sentire e un creare, che non corrispondono né agli obblighi tradizionali né alle "buone ragioni" delle teorie della scelta razionale. Il mercato ha sì liberato l’individuo, ha reso possibile lo stesso divenire individuo del soggetto sociale; ma è nel dono, in una dinamica dei "legami sociali" tra individui ben più complessa dell’equivalenza mercantile, che si realizza davvero, secondo Godbout, la libertà moderna.

È lecito tuttavia chiedersi in quale senso e misura questa prospettiva del dono configuri "un modello alternativo a quello del mercato"; se essa sia sufficiente come "base di una società solidale", e per "pensare la libertà". Godbout intende "ribaltare la prospettiva" dominante nel sistema "meccanicistico" del mercato, mostrando come il movente del dono, non quello del guadagno, sia originario e principale. Egli ha dunque in mente la questione del significato e della portata di tale ribaltamento rispetto al funzionamento complessivo del sistema sociale. Ma non può esserci risposta, finché si resta, come nel suo libro, al livello delle micro-analisi di atteggiamenti e relazioni individuali; se si tace sulle istituzioni sociali e si intende il "contesto sociale" semplicemente come "rete" di relazioni personali. L’epoca moderna è anche quella in cui si pone inevitabilmente il problema dell’organizzazione della società, e del modo in cui le istituzioni si articolano e cambiano. Si pone quindi il problema della politica, possibilmente agita da individui liberi e responsabili. Non dobbiamo rifiutare questo dono, ritenendolo magari troppo "obbligante". Ma allora non possiamo attenerci esclusivamente all’analisi del comportamento degli individui. La società complessiva, storicamente formata, costituisce un diverso oggetto di analisi, o un’analisi dei rapporti, dei "legami" sociali a un diverso livello. Intraprendere tale analisi non vuol dire ridurre olisticamente l’azione a "semplice effetto del condizionamento delle strutture sociali", come sembra sostenere Alain Caillé nell’appendice. Al contrario: la libertà – secondo un principio caro a Gregory Bateson, il cui anti-meccanicismo Godbout apprezza – dipende infatti dalla consapevolezza dei vincoli; in questo caso, di quelli inerenti all’organizzazione del sistema sociale.

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