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Daniel Roche

Traduttore: S. Luzzatto
Editore: Einaudi
Anno edizione: 1991
Pagine: X-519 p., ill.
  • EAN: 9788806126322
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recensione di Mossetti, C., L'Indice 1992, n. 5

Si tratta della traduzione italiana di "La culture des apparences. Une histoire du vˆtement (XVII-XVIII, siècle"), un titolo che restituiva più direttamente l'approccio metodologico ed il lavoro dello storico che avverte che "Come già gli uomini del Settecento, parliamo di vestiti, piuttosto che di mode. Il termine meglio si addice a una storia sociale e culturale dell'apparire, per un'epoca in cui tendono a confondersi le abitudini oltre che gli statuti sociali".
La moda, per Roche, si trova al crocevia tra abbigliamento (nell'accezione di Roland Barthes di atto individuale mediante il quale l'individuo si appropria di quanto viene proposto dal gruppo) e vestiario (concepito sociologicamente come elemento di un sistema formale, normativo consacrato dalla società). Il riconoscimento del valore simbolico dei moventi primari (protezione, ornamento e pudore) dell'abito da parte dei diversi gruppi sociali determina regole e legami (obblighi o trasgressioni), significati e pratiche sociali.
La complessa ricerca dello storico francese si muove tra storia sociale e storia della cultura materiale nel convincimento, espresso già nel 1981 ne "Le peuple de Paris", che "la storia degli individui si intrecci con quella delle società". Roche intende quindi che si debbano non tanto censire sistematicamente immagini e fatti, quanto studiare le logiche di mediazione dell'abbigliamento, cogliendo le trasformazioni sociali che avvengono soprattutto nell'ambiente urbano ma che hanno graduale riflesso anche nell'apparente immobilità della campagna.
Roche affronta lo studio dei consumi di vestiario dei parigini dal punto di vista delle proprietà, delle gerarchie, delle abitudini; ricostruisce la vicenda sociale e commerciale del vestiario ed analizza gli scambi fra la realtà e l'immaginario delle apparenze. La traduzione del volume riveste dunque particolare interesse come utile confronto storico e metodologico per un allargamento di prospettive di ricerca anche per gli studi sui tessili, il costume e la moda, ormai assestati in Italia quanto a ricerca filologica e documentaria, per un rigoroso riconoscimento dei diversi oggetti, materiali e tecniche. È indicativo il fatto che saggi di Daniel Roche su questi argomenti siano stati poco prima dell'uscita del volume nel 1989, proposti in occasione di due pubblicazioni relative al vestiario e alle mode, in Francia e in Italia ("Apparences révolutionnaires ou révolution des apparences", in "Modes et révolutions. 1780-1804", catalogo della mostra, Paris 1989, pp. 105-127; "Stampa, moda, Lumi nel secolo XVIII" in "Giornale delle Nuove mode di Francia e d'Inghilterra", ristampa anastatica a cura di G. Buttazzi, Torino 1988, vol. 1, pp. IX-LIV, che, con diversa traduzione, si trova inserito ora nel volume Einaudi, come capitolo XIV "Mode della ragione e ragioni della moda: la nascita dei giornali di moda in Francia").
Sulla scorta di un vasto e consolidato patrimonio di conoscenze documentarie della realtà sociale francese settecentesca, Roche conduce quindi una serrata indagine, integrata da documenti contabili e corrispondenza, sugli inventari 'post mortem' parigini che "consentono, attraverso il confronto di diverse fortune economiche, di misurare l'importanza relativa del vestiario nelle situazioni particolari", per valutare scarti e diseguaglianze nella distribuzione degli oggetti, in questo caso gli indumenti, e dei valori, e la diversa possibilità di accesso ai campi della produzione e del consumo.
Da questa analisi preliminare emerge l'articolazione fra abitudini e possessi durante l''ancien régime', quando l'abbigliamento attesta una serie di appartenenze e rimandi ad un sistema di identità sociali, sovrintendendo alla trasmissione di valori (valore aristocratico del lusso che passa alla servitù con il dono), della competenza morale, scientifica e politica, di civiltà, e manifesta uno "stile di vita".
Mettendo sull'avviso della necessità di considerare la complessità delle fonti, e spesso la loro incompletezza, sono quantificate e valutate le scelte di cinque gruppi sociali abbastanza omogenei in cui si articola la Parigi del Settecento: nobili, salariati e 'domestiques' (il "popolo di Parigi"), artigiani e bottegai, funzionari (distinti in 'roturiers' e 'talents').
La valutazione dei guardaroba e dei loro mutamenti, dal regno di Luigi XIV alla rivoluzione, in termini quantitativi, qualitativi e tipologici - a volte non agevole da seguire per l'attenzione non sempre rigorosa della traduzione al differente uso dei termini in francese, nonostante la premessa iniziale, e dalla soppressione delle tabelle collocate nelle note - mette in rilievo un aumento della spesa generale in vestiario ed una partecipazione di buona parte del popolo alla "messa in scena delle apparenze". L'unificazione dei comportamenti, che non significa annullamento dei divari sociali, è attestata dalla forte spesa familiare in vestiario nelle classi intermedie, su modelli dell'aristocrazia di cui sono intermediari, fra città e campagna, i 'domestiques' e dove fondamentale è il ruolo femminile. A questa si affiancano la nascita e progressiva diffusione della biancheria (favorita dall'evoluzione del decoro e delle abitudini di igiene del corpo), e del "mondo dell'obsolescenza", a seguito delle pratiche di cura del vestiario e pulizia degli indumenti. Si determina così un aumento di domanda di vestiario, rileva Roche, cui corrisponde la risposta dei fabbricanti di indumenti e commercianti di biancheria, anello fondamentale di un mondo ormai soggetto agli imperativi del mercato, ricostruito sulla base delle testimonianze letterarie e documentarie. Questi mestieri permettono di far progredire la produzione al passo dell'accrescimento dei bisogni, sono partecipi della rivoluzione dei consumi ed in grado di far convivere due sistemi di produzione, la fabbricazione di massa e la fabbricazione di qualità. I ruoli intermedi sono giocati diversamente, da uomini e donne, dagli addetti alla trasformazione e vendita di abbigliamento ed accessori (dai sarti ai mercanti), assecondati con grande abilità dai produttori e venditori di materie prime lavorate e semilavorate (dai drappieri ai merciai ai battiloro).
Nella città di Parigi, "oggetto storico impareggiabile per l'analisi della commercializzazione dei bisogni e dei gusti", ad una strutturazione tradizionale delle corporazioni dei mestieri maschili legati al vestiario (sarti e merciai), si affiancano, in modo determinante, i mestieri esercitati dalle donne ('couturières', 'lingères', 'modistes' fino alle lavandaie), registe della rivoluzione della biancheria, animatrici, con il loro talento, delle manipolazioni della moda e delle apparenze e della trasformazione dei costumi. La loro attività riflette e promuove la diffusione di nuove tecniche, nuove esigenze, nuove mode. Alle loro spalle sono i circuiti di distribuzione anche marginale, ma socialmente maggioritari, il furto e la rivendita di indumenti usati: i rigattieri, risultano decisivi agenti di trasmissione nel quadro delle riappropriazioni sociali. Determinante inoltre il ruolo della stampa, in particolare dei giornali di moda, dove testo ed immagine si completano e la presenza femminile è fondamentale, specchio della società, ma nello stesso tempo "moltiplicatore di un'evoluzione in corso" (esemplificata con la riproduzione di stampe, illustrazioni e piccola pubblicità nell'edizione francese).
In modi diversi attestano il ruolo rilevante del vestiario, fra norme di comportamento e comportamenti effettivi, i romanzi ed i testi utopistici, le voci dell'"Encyclopédie" afferenti all'argomento, i testi medici, cui si affianca la "disciplina delle apparenze" dettata dalle uniformi.
Alla vigilia della rivoluzione, le apparenze non sono più fisse e rivelano sempre meno la condizione sociale: è possibile una metamorfosi dei costumi. Permane, ma si complica, il processo di appropriazione e diffusione delle abitudini nobiliari secondo il "processo di civilizzazione" di Elias, che Roche reputa però insufficiente per spiegare la competizione all'interno della società di corte. Subentra poco per volta una nuova situazione, culturale e materiale. La gerarchia delle rappresentazioni, coincidente con la gerarchia sociale di una società fondata sulla diseguaglianza, e la concezione cristiana, che pretende la conformità tra le apparenze e lo statuto sociale di ciascuno (l'abito fa il monaco), non sono più valide. Gli individui possono ora scegliere tra comportamento pubblico e privato, e la competizione individuale e sociale si fa aperta, in un affermarsi della civiltà delle buone maniere che lo scoppio della rivoluzione con la critica del lusso e del culto della novità degli anni sessanta e ottanta da parte della gente comune, i 'sans culottes', interromperà per una breve stagione.
La storia del vestiario rappresenta dunque per Roche un fatto sociale globale, una testimonianza profonda sulla civiltà. Esso offre una gamma completa di problemi, dalle materie prime alle procedure e strutture di trasformazione, segnalando ciò che persiste e ciò che varia nel tempo e nello spazio. Lo storico non intende però valutare qui il versante della produzione industriale tessile e dei suoi rapporti con il mondo della confezione, n‚ verificare complessivamente le manifestazioni del mutamento di gusti ed abitudini della società settecentesca.
Roche si è proposto invece di "cartografare", interrogando fonti diverse, uno spostamento di frontiere, in alcuni punti difficile da seguire, il passaggio tra due mondi, un "punto di frontiera dove i bisogni e le modificazioni del gusto intervengono nella commercializzazione e influenzano la produzione stessa", mentre i processi economici di un settore urbano dell'economia possono contribuire a trasformare gli uomini, a determinare nuovi aspetti della personalità sociale urbana. L'affermarsi della moda del vestiario è il risultato di una rivoluzione delle abitudini quotidiane e quindi dei comportamenti di consumo in cui giocano, alla vigilia della rivoluzione, il dinamismo dei liberi mestieri e la tradizione corporativa. Nuovi abiti con nuove stoffe, colori ed accessori segnano un nuovo modo di apparire. Il trionfo delle mode si ha allora quando, in grado di trasmettere a gran parte degli individui, ormai partecipi di una società dei consumi, i "gusti e i capricci della società di corte" da Parigi a San Pietroburgo, i produttori, i fabbricanti e i commercianti, ma soprattutto le 'modistes', ed i giornali di moda, sono a loro volta e nello stesso tempo stimolatori di novità, attenti ai nuovi bisogni e al nuovo gusto, che "sta alla base degli sforzi industriali e di uno slancio commerciale che attraverso l'esportazione hanno modo di espandersi anche all'estero. Il tessile francese e le mode francesi giocano qui una partita comune".