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"L'enciclopedia dice che Hermès era un dio greco che portava sandali alati, aveva i capelli ricci, inventò la musica, l'alfabeto, l'astronomia, le misurazioni, la ginnastica... Io non compaio nell'enciclopedia, sono un vulgarus humanus, porto scarpe da basket con i lacci scompagnati. Hon ho inventato nulla, e ho pure un difetto di pronuncia. Eppure, ecco, mi chiamo anch'io Hermès. La mamma vive già senza papà quando, incinta, decise che (povero me) Hermès sarebbe stato il nome che mi avrebbe accompagnato per tutta la vita, in omaggio a Hermès Pan, che (povero lui) era l'ombra e il doppio di Fred Astaire. Probabilmente devo al mio olimpico modello il fatto di essere inventivo senza inventare nulla. Coltivo a mio beneficio personale la scienza dell'appena sufficiente in ambito scolastico: l'arte minuziosa della sufficienza che mi evita ogni tipo di sforzo, d'accordo, ma anche ogni tipo di seccatura. Hermès è, si dice, il dio dei viaggiatori. E anche in questo caso depongo le armi. Le mie colonne d'Ercole, nel mondo, si limitano a Cahouges-lès-Alleux nel Cotentin, dove vivono papà e sua moglie Antonella, e a Saint Expyr (situato, per farvela più semplice, da qualche parte in mezzo alla Francia) dove si trova l'orto del Nonno e della Nonna. Lo stesso orto dove mi trovo io nel momento in cui vi sto parlando, insieme ai miei tre cugini, Annette e Violette di nove anni e Colin-Seianni, presto sette, davanti a quest'uomo disteso a pochi passi dal campo delle zucche, morto". Ah, Livide zucche non è esattamente una storia di fantasmi halloweeniana, vi avviso. È più un drama-giallo, in cui una famiglia veramente poco augurabile a chicchessia si appresta a festeggiare un compleanno e in cui dei ragazzi trovano un cadavere. Assassinato? Forse. Da uno dei 'favolosi' parenti? Altro forse. Altra storia bel riuscita proveniente dalla penna di Malika Ferdjoukh, che consiglio sempre e comunque di recuperare, in toto.
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