Categorie

M. L. Stedman

Traduttore: A. Mantovani
Editore: Garzanti Libri
Anno edizione: 2017
Formato: Tascabile
Pagine: 366 p. , Rilegato
  • EAN: 9788811673545
Le prime pagine del romanzo

27 aprile 1926

Il giorno del miracolo, Isabel era inginocchiata al limitare della scogliera e si affaccendava intorno alla piccola croce costruita di recente con pezzi di legno trasportati dalla corrente. Un’unica nuvola paffuta navigava piano nel cielo di fine aprile che sovrastava l’isola specchiandosi nell’oceano. Isabel annaffiò ancora la terra intorno al cespuglio di rosmarino che aveva appena piantato e la premette con le mani.
«...E non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male», sussurrò.
Per un istante la mente le giocò uno scherzo e lei credette di sentire il pianto di un bambino. Scacciò l’illusione e seguì con lo sguardo un branco di balene che si allontanava lungo la costa per andare a partorire in acque più calde. Di tanto in tanto le pinne caudali emergevano bucando l’acqua come aghi in un ricamo. Udì di nuovo il vagito, questa volta più forte, trasportato dalla brezza delle prime ore del mattino. Impossibile.
Da quella parte dell’isola non si vedeva altro che l’immensa distesa d’acqua che arrivava fino all’Africa. Qui l’oceano Indiano si univa a quello Australe e insieme si stendevano sotto la scogliera come un tappeto senza confini. In giornate come quella sembrava una distesa così compatta e uniforme che Isabel poteva immaginare di percorrerla fino al Madagascar in un viaggio tra il blu del cielo e del mare. Sull’altro lato l’isola guardava inquieta la terraferma australiana distante un centinaio di miglia, di cui non faceva più parte, senza essersene però liberata del tutto. Era la più alta di una catena di montagne sottomarine che sorgevano dal fondo dell’oceano come denti lungo una mandibola frastagliata, in attesa di divorare le navi innocenti nel momento dello scatto finale verso un porto.
Quasi a voler fare ammenda, Janus Rock – così si chiamava l’isola – offriva un faro, il cui fascio di luce ammantava le acque rendendole sicure fino a trenta miglia di distanza. Ogni notte l’aria risuonava dell’incessante brusio della lanterna che girava, instancabile, sempre imparziale, senza biasimare le rocce né temere le onde, pronta a offrire la salvezza a chi ne aveva bisogno.
Il pianto continuava. Si sentì in lontananza il rumore metallico della porta del faro e sul ballatoio della torre apparve l’alta figura di Tom che scrutava l’isola con il binocolo. «Una barca, Izzy!» gridò indicando la piccola baia. «Una barca sulla spiaggia!»
Tom scomparve per riapparire subito a pianterreno. «Sembra che ci sia qualcuno!» urlò di nuovo. Isabel era ancora debole ma si affrettò a raggiungerlo, e lui la sostenne mentre percorrevano il ripido, consumato sentiero che portava alla spiaggetta.
«È proprio una barca», ribadì Tom, «e... oh, cribbio! C’è un uomo, ma...» La sagoma era immobile, accasciata sul sedile, mentre il pianto continuava a risuonare forte. Tom si precipitò verso la barchetta e cercò di far rinvenire l’uomo prima di guardare nello spazio a prua da cui arrivava il vagito. Sollevò un fagottino di lana: un morbido maglione da donna color lavanda avvolto intorno a un neonato che strillava.
«Dannazione!» esclamò. «Dannazione, Izzy, è un...»
«Un bambino! Oh, Signore del cielo! Oh, Tom! Dallo a me, Tom, qui!»
Lui le passò il fagottino e cercò di nuovo di rianimare lo sconosciuto, ma il cuore aveva smesso di battere. «È morto, Izz. E il bambino?» chiese alla moglie, che stava esaminando la piccola creatura.
«Sembra che stia bene. Non ha ferite né lividi. È così piccolo!» rispose lei. Poi si rivolse al bimbo che stringeva fra le braccia: «Su, su, piccolino, sei al sicuro adesso, sei sano e salvo, bel tesoro».
Tom era rimasto immobile a fissare il corpo dell’uomo, chiudendo e riaprendo gli occhi per essere certo che non fosse un sogno. Il neonato aveva smesso di piangere e respirava a singulti fra le braccia di Isabel.
«Non vedo segni sul piccolo e non sembra malato. Non può essere rimasto alla deriva per molto tempo... non si direbbe.» Tom fece una pausa. «Porta il bambino in casa, Izz, io vado a prendere qualcosa per coprire il corpo.»
«Ma Tom...»
«Sarà una faticaccia portarlo su per il sentiero. Meglio lasciarlo qui finché arrivano gli aiuti. Ma non voglio che diventi preda di uccelli o insetti: nel capanno c’è un telo che dovrebbe andare bene.» Parlò con voce abbastanza calma, ma sentì il gelo sul viso e nelle mani mentre le ombre del passato spegnevano lo splendore del sole autunnale.