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Fabio Bettanin

Editore: Editori Riuniti
Anno edizione: 1999
Pagine: 304 p.
  • EAN: 9788835946557

recensioni di Benvenuti, F. L'Indice del 2000, n. 03

Il libro sottolinea il dato apparentemente più sconcertante della vicenda di cui tratta. Quelle cruente operazioni repressive e quegli eccidi furono il prodotto di una politica deliberata, centralizzata in decisioni personali di Stalin, che non trovò opposizione sostanziale nel partito bolscevico, ma anzi uno stuolo di zelanti esecutori e di interpreti; e che godette di un sufficiente (anche se mutevole e sfuggente) appoggio nell'amorfa società sovietica. Una seconda, sconcertante conclusione è che la politica staliniana della violenza fu "politica sociale" tout court, intesa a costruire direttamente un nuovo assetto socio-economico grazie alla rimozione in massa e alla sostituzione di intere categorie di persone. Lo stesso Gulag cercò di configurarsi non solo come luogo di concentrazione, segregazione e punizione delle parti della vecchia società rimosse, ma anche come organismo dalle funzioni economiche precise (la colonizzazione del selvaggio Nord del paese; l'estrazione di minerali preziosi o industrialmente utili; il sistematico sfruttamento di talenti scientifici) e retto da leggi particolari (il lavoro virtualmente senza dirit-
ti, schiavo; un sistema tecnocratico, libero da preoccupazioni di ordine socia-
le o semplicemente umanitario).
L'autore ricostruisce scrupolosamente le principali decisioni politiche e le tappe di questa vicenda e imposta lucidamente i termini delle questioni morali che essa implica. Il libro arricchisce in modo spesso sostanziale le notizie già presentate nel saggio di Nicolas Werth (incluso nel recente Libro nero del comunismo). La riflessione è condotta essenzialmente sulla base di due termini di comparazione: la politica genocida del nazionalsocialismo, da un lato; e dall'altro, il "terrore rosso" attuato dagli stessi bolscevichi al tempo della guerra civile. In entrambi i casi Bettanin rileva notevoli differenze nei fini e nelle forme di applicazione della violenza da parte dello stalinismo. In particolare, egli esprime l'opinione che Stalin non perseguì nei confronti dei kulaki il fine dell'annientamento fisico totale; e che il Gulag, pur nella sua evidente inumanità, non fosse un sistema di sterminio sistematico. Inoltre, egli non ritrova nello stalinismo quel movimento di "radicalizzazione cumulativa", intimamente irrazionale e autodistruttivo, che Ian Kershaw (Che cos'è il nazismo?, Bollati Boringhieri, 1995) ha indicato come il destino finale del nazionalsocialismo. Ma se il "terrore rosso" appare all'autore essenzialmente come una forma di violenza ancora propriamente inscrivibile nel quadro della categoria storica della "guerra civile", alla violenza stalinista è riservato lo stesso giudizio di condanna morale senza appello che l'autore dà di quella nazionalsocialista.