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Sin dal primo breve ma intenso capitolo, il romanzo di Clara Nubile rivela una scrittura vibrante, precisa e soprattutto connotata da un registro di notevole pregnanza immaginifico-metaforica. Si apre infatti senza tanti preamboli con una scena da cui il lettore può già ricavare agevolmente l'ambientazione (un Salento greve di afrori, afoso e dal sapore arcaico, dove "tutto è lentezza"), ottenendo un ritratto vivace della protagonista (ossia la ragazza Nunzia, dal cuore selvaggio e dagli "occhi di un lupo") e del suo tradizionale ambito familiare (che vede nel fratello, malato di epilessia, il perno domestico intorno al quale ruotano le figure dolenti/impotenti di madre, "cumma' Filumena", zie varie, nonché di altre corali "voci sullo sfondo"), incapace di gestire il congiunto in preda a crisi che paiono quasi di possessione demoniaca. Solo Nunzia, nipote di una nonna "sciamana", vi riesce; ma già dall'incipit siamo avvertiti d'una prossimità ulteriore tra fratello e sorella, avendo la giovane sofferto da piccola di strani attacchi che la facevano ringhiare e azzannare. E appena un paio di pagine dopo facciamo la conoscenza della deuteragonista: un'altra giovane, di nome Palmira, amica d'infanzia di Nunzia e come lei tornata dopo una lunga assenza in un Sud segnato dall'immobilismo, "dove lo spazio e il tempo si sono fossilizzati".
Al paese natio le due donne trascorrono insieme lunghe serate presso una terrazza affacciata su un borgo ormai "svuotato di speranza e gioventù", raccontandosi l'un l'altra amori trascorsi o abortiti ancor prima di nascere, memorie d'infanzia e cunti: narrazioni orali che parlano di passioni sanguigne, atroci e laceranti, come la storia di 'Nzinu e della sua "bambolina": suicidi entrambi perché costretti a separarsi dal padre-padrone di lei, o come quella trasgressiva quante altre mai per la gente di un paese così tradizionalista di nonna Gilda, "innamorata alla follia di sua cognata Lucente". Ma un giorno accade l'imprevisto. Palmira s'invaghisce di Istanbul: un extracomunitario rude e manesco, il quale a letto la riempie di lividi e minacce, ma che lei non riesce a lasciare; Nunzia la implora invano di interrompere quell'insana relazione, però è piuttosto il rapporto fra le due amiche a incrinarsi.
Così il romanzo, alla pari dei racconti d'un tempo su amori e gelosie che straziavano gli amanti fino a far perdere loro il lume della ragione, si avvia a una conclusione drammatica e sofferta, cui Nubile, tuttavia, accenna appena, lasciando all'immaginazione del lettore di completare un finale che le premesse non ci consentono di figurarci altro che all'insegna di un fatale ennesimo spargimento di sangue. Ma non ha importanza per l'autrice il resoconto particolareggiato della fine di un amore/disamore dall'esito comunque prevedibile e in linea peraltro con le altre vicende rusticane di cuore e di sesso, legate a una carnalità viscerale e luttuosa. Giacché, dice bene Palmira, riferendosi alla propria trama esistenziale fatalmente intrecciata con quella di Nunzia: "In fondo di cunti siamo fatti, di mille storie appiccicate addosso, tutte insieme".
E queste storie la Nubile è riuscita a narrarcele attraverso una prosa poetica, accesa di un estro visionario inedito e forte di una espressività sapida, dal ritmo ossessivo e battente, simile a quello dei tamburelli a sonagli che il nonno di Palmira, nato nella "terra dei colori", realizzava con il trasporto e la perizia di una manualità appassionata "che non esiste più".
Francesco Roat
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