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Pedro Almodóvar

Traduttore: P. Tomasinelli
Editore: Einaudi
Anno edizione: 2004
Pagine: XII-132 p. , Brossura
  • EAN: 9788806172480

"Non c'è nulla di peggio di un copione con pretese da romanzo": è lo stesso Almodóvar ad affermarlo concludendo il suo prologo alla Mala educación, la terza sceneggiatura del regista spagnolo che Einaudi ha pubblicato, dopo Tutto su mia madre e Parla con lei. Con questo libro Almodovar sfugge certamente alla tentazione di "trarre un romanzo" dal proprio film, plagiando se stesso al traino di una facile operazione commerciale. Il testo è tuttavia molto più di un insieme di fredde indicazioni operative necessarie alla realizzazione del film, interessanti per una ristretta cerchia di addetti ai lavori. A fare la differenza sono le numerosissime annotazioni che costellano il copione a ogni scansione di sequenza e che si sforzano di precisare l'atmosfera di ciascuna inquadratura, il tono delle battute e persino il significato degli sguardi dei protagonisti. Con questi interventi Almodóvar ci "fa vedere il film" e ne ricostruisce tutta la carica emotiva con passi che sono spesso di grande efficacia letteraria. Come quando descrive il famelico Padre Manolo che, alla ricerca dei due piccoli protagonisti della storia, "appare nel dormitorio. Va verso il letto di Ignacio e lo scopre vuoto. Nota che anche il letto di Enrique è vuoto. Quando si dirige furibondo ai bagni, il dormitorio sembra più che mai un cimitero e Padre Manolo un vampiro di cui vediamo solo il luccichio degli occhi collerici. La sottana si confonde con l'oscurità della notte".

La mala educación intrattiene del resto un rapporto complesso con la dimensione letteraria. Non solo all'origine della storia vi è – come lo stesso Almodóvar ci informa – un racconto concepito dal regista in anni giovanili, in seguito più volte rimaneggiato. È l'imprinting alla radice di quella prima prova letteraria a essere interessante, concepita – è ancora l'autore a dircelo – come una "vendetta" nei confronti dell'educazione religiosa ricevuta in collegio. Se nei successivi affinamenti e nella finale trasposizione cinematografica questa impostazione iniziale ha progressivamente lasciato cadere i suoi caratteri granguignoleschi, non è tuttavia andata perduta – e si è anzi rafforzata – la spinta iniziale a una narrazione che scava come un coltello alla ricerca della verità in una materia incandescente com'è il tentativo di descrivere il sorgere stesso dell'individualità dell'artista.

In questo "ritratto dell'artista da giovane" non c'è traccia di autoironia joyciana. Con il mood sentimentale all'origine del racconto giovanile – la vendetta – l'opera condivide piuttosto un'altra qualità fondamentale: la freddezza. Una freddezza tanto più evidente se messa a confronto con l'atmosfera di calda empatia che pervade le precedenti due creazioni di Pedro nelle quali il regista raggiunge le vette della semplicità del sublime longiniano, in un confronto diretto con le grandi madri dell'ispirazione artistica. Con La mala educación siamo riportati in terra, anzi negli abissi impregnati di passione impastata di violenza, di ricatto e pulsioni incontrollate. La tecnica narrativa scelta da Almodóvar per trattare questa materia acherontea è quella di mise en abîme di questo stesso abisso attraverso una scomposizione cubista per immagini e sdoppiamenti speculari del proprio sé. Un prodigio di freddezza dunque, quella stessa freddezza che troviamo nel regista al centro del racconto, Enrique, e nel suo doppio nella rappresentazione filmica di cui il racconto parla.

Questo tono generale della narrazione ci conduce agli strati profondi dell'arte di Almodóvar. Il regista appartiene a quella schiera di artisti per i quali il cinema (e la scrittura) sono letteralmente mezzi per "salvarsi la vita", per imporre un ordine, per quanto provvisorio e improbabile, a un caos fatto di pulsioni potenzialmente autodistruttive. Fra arte e vita vi è nelle loro opere spesso cortocircuito, ma allo stesso tempo necessità di distanza, come accade a Pasolini quando assegna alla propria madre la parte della madre di Cristo nella Passione secondo San Matteo o a Cassavetes quando disegna attorno alla moglie Gena Rowlands il ruolo delle protagoniste nella Sera della prima o in Una moglie.

"Non scherzo mai quando parlo di lavoro" è l'affermazione del regista al vecchio amico Ignacio che gli viene a proporre la sceneggiatura tratta dal racconto della comune esperienza al collegio. Proprio perché collegata a quella ferrea necessità esistenziale, l'arte di Almodóvar è quindi all'esatto opposto dell'estetica di chi concepisce l'arte come mezzo di scomposizione ludica del reale, come era ad esempio per un altro grande iberico, Luis Buñuel. In Almodóvar a prevalere è invece sempre una visione dal basso. La realtà può essere rappresentata solo partendo dalla materia, che è in primo luogo la materia destabilizzata e destabilizzante del corpo, una "carne tremula", ma che è tutto ciò che abbiamo per stare in questo mondo. E se per Buñuel il corpo, specie quello femminile, è un fantasma, un oscuro e inafferrabile oggetto del desiderio, per Almodóvar è invece sempre un concretissimo nodo di eros e sangue che nasconde, nelle sue spesso torbide peripezie, un mistero, quello dell'incarnazione. La mala educación è la storia della personale scoperta di questo corpo desiderante e, allo stesso tempo, del suo misterioso anelito a essere abitato da un'anima.