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Tariq Ramadan

Traduttore: M. Marchetti
Editore: Einaudi
Collana: Gli struzzi
Anno edizione: 2007
Pagine: VIII-280 p. , Brossura
  • EAN: 9788806183479
Sarebbe interessante dire due parole sul libro di Tariq Ramadan facendo finta di non conoscerne l'autore. Sarebbe ancor più interessante dire due parole su quest'opera facendo finta che non sia stata pubblicata da una delle più prestigiose case editrici italiane. Infine, sarebbe interessante dire qualcosa su questa ricostruzione della vita del profeta dell'islam facendo finta che non ci siano stati l'undici settembre, la guerra in Afghanistan e la guerra in Iraq. Sembrerà impossibile fare tutto ciò – e forse lo è – ma bisogna tentare: in fondo, ogni libro merita comunque una presentazione imparziale e indipendente.
Tralasciamo dunque il contesto post undici settembre, noto a tutti e sul quale non ha senso soffermarsi qui ora, per indugiare invece sull'autore, che è senza dubbio un personaggio controverso. E questo non si può evitare di ricordarlo. Nipote di Hassan al Banna, fondatore dei Fratelli musulmani nel 1928, Tariq Ramadan si porta appresso un'eredità pesante, cui ha aggiunto l'errore – o l'intuizione, a seconda dei punti di vista – di scrivere un articolo polemico su un tema quanto mai delicato, articolo non a caso rifiutato dai quotidiani francesi "Le monde" e "Libération", ma disponibile in versione elettronica su internet (Oumma.com): Critique des (nouveaux) intellectuels communautaires. Si tratta di una dura critica al sostegno incondizionato dato dal mondo intellettuale ebraico occidentale alla politica dello Stato d'Israele, anche quando essa infranga i diritti umani. Dal suo punto di vista, anche la guerra in Iraq sarebbe stata scatenata, almeno in parte, con lo scopo di difendere gli interessi sionisti. Naturalmente, le risposte a questo proclama non si sono fatte attendere, così come l'accusa di antisemitismo. Per le sue posizioni, nel 2004, si è visto revocare il visto americano. Più in generale, gli si rimprovera di essere un neofondamentalista, e soprattutto di tenere discorsi diversi a seconda che il suo pubblico sia occidentale o arabo. Nonostante tutto ciò, oggi, dopo aver fatto gli studi a Il Cairo e a Ginevra, insegna a Oxford.
Nel 2006, Ramadan pubblica dunque questo volume su Maometto, prontamente tradotto in italiano per poter essere consegnato in mano ai nostri lettori l'anno seguente. In primo luogo, si potrebbe cominciare con il criticare la resa stessa del titolo, che in inglese risulta certo più trasparente quanto al contenuto del volume; infatti, suona pressappoco così: "Sulle tracce del Profeta. Insegnamenti dalla vita di Maometto" (In the Footsteps of the Prophet. Lessons from the Life of Muhammad). Il genere letterario emerge in modo più chiaro: non una vera e propria biografia, ma un'opera programmatica, un'interpretazione edificante, una proposta di lettura.
Orbene, quanto al contenuto vi sono diversi ordini di considerazioni che si possono fare. Togliamoci subito il prurito della totale assenza di rigore scientifico, che del resto non viene assolutamente perseguito: innanzitutto, alla prima ricorrenza del nome di Maometto, il lettore incontra una nota tesa ad assolvere l'autore dalla mancata ripetizione della eulogia tradizionale che dovrebbe sempre accompagnare la menzione del profeta; poche pagine più avanti, viene candidamente affermato, come fosse cosa evidente a tutti, che la Ca'ba è stata eretta da Abramo; infine un rapido controllo alle note serve a constatare la totale assenza di riferimenti agli studi moderni sull'iniziatore dell'islam. Bene, il professore di Oxford ha consegnato alla Oxford University Press un volume che non è un'opera scientifica. Il lettore sappia dunque che la storia raccontata da Ramadan non è, per quanto possiamo saperne oggi, una ricostruzione storica degli eventi. E non è neppure un'operazione nello stile del protestantesimo liberale, volta cioè alla creazione di un modello pseudo-scientifico da affidare poi alla fede dei credenti.
Allora, ci si chiederà, che cosa è? Il sottotitolo – questo sì – parla chiaro: Dall'Islam di ieri all'Islam di oggi. Siamo di fronte a una lunga omelia che prende l'avvio dalle diverse tappe della vita del profeta per delineare un islam moderno ed europeo. Il Corano e tutta la letteratura agiografica dei secoli seguenti vengono passati al setaccio allo scopo di trattenere ciò che più si accorda con una certa visione della religione e del suo modello fondante. Si delinea così un Maometto che è figlio di una tradizione accumulatasi su di lui nei secoli e ora opportunamente filtrata, un Maometto dapprima destoricizzato per poter essere poi ricontestualizzato al nostro secolo. Il risultato richiama in qualche modo la teoria dell'interpretazione del testo letterario di Hans Geog Gadamer: il fondatore dell'islam è la somma di tutte le interpretazioni che ne sono state date nel tempo e che hanno finito con il farne parte indispensabile e base di ogni nuova interpretazione. Solo che, in questo caso, le interpretazioni in questione sono passate attraverso un accurato processo di selezione, sì da legittimare quest'ultima lettura.
Le varie parti del volume ripercorrono diversi eventi della vita del profeta, traendo da questi spunto per ampie riflessioni sul mondo attuale. Dunque, ogni capitolo è anche la trattazione di un argomento diverso: si potrebbe dire che temi ed eventi si trovano incasellati in uno schema preciso che intesse sapientemente narrazione e riflessione. Abbiamo insomma una storia paradigmatica, anche se le risposte che questa ci offre riguardano più le questioni socio-politiche attuali che non quelle propriamente religiose (nell'accezione occidentale del termine): il rapporto tra le religioni, il rapporto tra provvidenza e iniziativa umana, tra fede e scienza, tra giustizia e misericordia, lettera e allegoria, religione e superstizione, e così via, danzano al ritmo piano scandito dalla regolare successione dei paragrafi. Anche temi scottanti come l'etica della guerra, la questione della donna, l'ecologia vengono di volta in volta affrontati, traendo spunto da fatti, talora apparentemente insignificanti, della vita esemplare del fondatore dell'islam. Il nemico di oggi non è più il politeismo ma il consumismo; e con il corpo si predica un rapporto di equilibrio tra piacere e distacco. In un mondo funestato dalla proliferazione dei conflitti post guerra fredda, il messaggio non può più essere quello di un pacifismo incondizionato, del resto difficilmente coniugabile alla nozione tipicamente islamica di jihad. Addirittura, l'autore sa trovare l'occasione per condannare il tanto frequente nesso tra ipocrisia religiosa e brama di potere, tema questo scottante per il mondo arabo. In ogni caso, su tutto domina il motto: "Moderazione! Moderazione! Perché solo con la moderazione arriverete in porto!".
Il messaggio si vuole universale, ovvero è una proposta per chiunque, anche non musulmano. Naturalmente, tutto ciò rappresenta una visione opinabile, che certo si vuole accomodata alla nostra sensibilità moderna post secolarizzata, ma senza con ciò camuffarne la tensione religiosa. Eppure si ha come l'impressione che ci venga proposto un nuovo umanesimo, sempre però sotto lo stendardo rassicurante del profeta. A vederlo così, parrebbe un islam attuale e ragionevole – e da questo punto di vista facilmente condivisibile –, ma il punto in fondo è un altro: ciò che appare sano, in un mondo come il nostro, è il chiaro ed esplicito riconoscimento dell'alterità, ingrediente che non può mancare oggi a qualsiasi ricetta ideologica o religiosa che voglia inserirsi in un quadro di convivenza pacifica con gli altri. Insomma, una proposta, per rimanere tale in un mondo variegato come il nostro, deve concepire e accettare l'eventuale rifiuto di se stessa.
Già, ma rimane una questione di fondo: il profeta di Ramadan riconosce il giusto e l'onesto anche quando non è musulmano né vuole diventarlo, rispetta i patti presi con gli infedeli e loda gli uomini di buona volontà, il tutto sulla base di valori che potremmo considerare universali. A questo punto il problema è oltre: chi stabilisce quali sono questi valori? dove si trovano inscritti? quale cultura può vantare il merito di averli fatti emergere? o sono forse inscritti nell'anima di ogni individuo? Allora la domanda che in fondo resta inattesa è questa: Maometto è onesto con l'altro diverso da sé in riferimento a un'etica umana universale o perché così gli è stato ordinato dall'alto?
  Fabrizio Vecoli