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Philip K. Dick

Editore: Fanucci
Anno edizione: 2007
Pagine: 256 p.
  • EAN: 9788834712535


Una generazione di giovani insolitamente maturi, in qualche modo più adulti di quanto lui trovasse ragionevole. Schietti, senza pietà, non riuscivano a rispettare niente e nessuno... in cerca di qualcosa di abbastanza reale in cui credere: in cerca di qualcosa degno del loro rispetto.

Questo romanzo giovanile di Dick, scritto negli anni Cinquanta, ha vissuto parecchie traversie prima di essere pubblicato. Eppure rappresenta, alla luce di tutta la produzione successiva, un importante anello della evoluzione stilistica e tematica di questo scrittore. Pur essendo considerato un autore di culto nell'ambito della fantascienza (per lo meno di una particolare tipologia di fantascienza molto problematica e prevalentemente pessimista), Dick si è sperimentato anche in alcuni romanzi fuori dal genere e tra i primi appare appunto Mary e il gigante.

Già dal titolo è evidente il carattere fiabesco e paradigmatico dei personaggi: Mary è la fanciulla, Biancaneve, l'eroina che viene messa alla prova; il gigante è il tentatore, l'uomo (anche quello piccolo e magro), il seduttore, l'antagonista. Così nell'economia del racconto la "ragazza dai capelli neri", che rimarrà nelle fantasie di Dick come simbolo della femminilità, appare il filo conduttore di una narrazione che centra l'interesse sull'America degli anni Cinquanta, perbenista e malsana, gretta e corrotta, che non dà spazio alla speranza (il lieto fine, corretto dall'autore rispetto alla prima stesura, è quasi giustapposto e denso di una ironia amara che sfocia nel grottesco) e che, purtroppo, sotto molti aspetti rispecchia il momento attuale, di riflusso, più che gli ultimi decenni del secolo Ventesimo. Mary è una ragazza che vaga da una situazione all'altra, senza radici e, pur nella sua ingenua seduttività, prigioniera di un desiderio di affetto e di protezione che si dimostrerà costantemente frustrato: tutti, dal padre agli amici, agli incontri casuali, cercheranno di farle violenza e lei o con la fuga o con una strana forma di complicità delusa, giocherà costantemente con la sua e l'altrui sessualità. E se l'ordine, in una realtà disordinata e caotica, è l'aspirazione profonda di tanti personaggi della produzione successiva di Dick, quello qui presentato è un ordine solo apparente, formale, a cui è sufficiente togliere una superficiale patina per scoprire il caos morale e comportamentale.

È in una California autentica e non edulcorata, presentata con forte realismo e gusto del particolare, che vagano i personaggi di questo romanzo, è là che nasce anche una particolare sensibilità musicale e sorgono luoghi in cui, senza nessuno scopo commerciale, è la musica, il suono (anche le parole e i loro suoni hanno molta importanza nella scrittura di Dick) ad avere il predominio. Ma a certe tensioni culturali innovative fa da contraltare uno strisciante razzismo che pone i personaggi di colore come tendenzialmente rifiutati o, per lo meno, osservati con sospetto dalla collettività bianca californiana. Gli elementi narrativi che si intrecciano vengono talvolta risolti in grottesche deformazioni dell'apparente, così che lo spaesamento può essere correlato al realismo, la verginità e la purezza alla sessualità più corrotta (non c'è traccia però di immagini fortemente erotiche), il bisogno di razionalità ad atteggiamenti psicotici: insomma un autore che nell'ambiguità dei temi e dei personaggi ha l'elemento di maggiore fascino e modernità.

A cura di Wuz.it


Le prime frasi del romanzo:

Alla destra dell'auto in corsa, oltre il ciglio dell'autostrada, sostava un gruppo di vacche. Poco più in là ce n'erano altre, sagome marroni mezze nascoste dall'ombra di un granaio. A lato del granaio si scorgeva vagamente una vecchia insegna della Coca-Cola.
Joseph Schilling, seduto sul retro, infilò la mano nel taschino e tirò fuori il suo orologio d'oro. Con un movimento esperto dell'unghia lo aprì e guardò l'ora. Erano le due e quaranta del pomeriggio, di un caldo pomeriggio californiano di piena estate.
"Quanto manca ancora?" domandò con un moto d'insofferenza. Non ne poteva più di stare in macchina e di quello scorrere di terreni coltivati fuori dei finestrini.
Piegato sul volante, Max grugnì senza girare la testa. "Dieci minuti, forse quindici."
"Sai di che sto parlando?"
"Di quella città che hai segnato sulla mappa. È a dieci o quindici minuti da qui. Ho visto un cartello più indietro. All'ultimo ponte."
Comparvero altre vacche, e con loro altri aridi campi. Nel corso delle ultime ore la lontana foschia delle montagne era gradualmente scesa a valle. Dovunque volgesse lo sguardo, Joseph Schilling vedeva la foschia distendersi monotona, oscurando le colline arse dal sole, i pascoli, i frutteti di varie specie, le costruzioni dipinte di bianco delle fattorie. E, a breve distanza, le avvisaglie di un centro abitato: due tabelloni pubblicitari e una bancarella di uova fresche. Il profilarsi della città lo mise di buon umore.
"Non ci siamo mai passati da queste parti, vero?"
"Il posto più vicino in cui siamo arrivati è Los Gatos. È stato nel '49, ti eri preso una vacanza."
"Non si può fare niente più di una volta" disse Schilling. "Le cose si rinnovano sempre. Come diceva Eraclito, non è mai lo stesso fiume."
"A me sembra tutto uguale. Solo campi e fattorie" Max indicò un gregge ammassato sotto una quercia. "Ancora pecore... è tutto il giorno che vediamo pecore."
Dalla tasca interna della giacca Schilling tirò fuori un quaderno rivestito in pelle, una penna stilografica e una mappa ripiegata della California. Era un uomo grosso che aveva passato da un bel po' la cinquantina. Le mani che stringevano la mappa erano gialle e massicce, la pelle ruvida, le dita nodose, le unghie spesse al limite dell'opacità. Portava una giacca di tweed con gilet e cravatta scura di lana; le scarpe in pelle nera erano di fattura inglese e il viaggio le aveva sporcate di polvere.
"Sì, ci fermeremo" decise, mettendo via quaderno e penna. "Voglio passare un'ora a dare un'occhiata in giro. C'è sempre la possibilità che sia il posto adatto. Che te ne pare?"
"Perfetto."
"Com'è che si chiama la città?"
"Paso Buco."
Schilling sorrise. "Non fare il buffone."
"Hai la mappa, guarda." Con un tono acido, Max ammise: "Pacific Park. Nel cuore della ricca California. Solo due giorni di pioggia all'anno. Vi cresce una specie particolare di calendula."
La città vera e propria andò delineandosi su entrambi i lati dell'autostrada. Bancarelle di frutta, una pompa di benzina della Standard, un'isolata drogheria con delle auto parcheggiate nello sporco spiazzo di terra adiacente al negozio. Dall'autostrada partivano strade strette e dissestate. Mentre la Dodge rallentava accostandosi sulla prima corsia, si intravidero anche delle case.
"E questa la chiamano città" disse Max. Fece scendere di giri il motore e sterzò a destra. "Qui? Laggiù? Deciditi."
"Verso la zona commerciale."
La zona commerciale era divisa in due. Una parte, orientata verso l'autostrada e il traffico di passaggio, sembrava costituita essenzialmente da drive-in, stazioni di servizio e locali per automobilisti. La seconda parte era il cuore della città; fu lì che si diresse la Dodge. Il braccio poggiato sul finestrino aperto, lo sguardo attento e assorto, Joseph Schilling osservava il paesaggio. Si sentiva appagato dalla presenza di gente e negozi e dall'aver temporaneamente lasciato l'aperta campagna.