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Luigi Malerba

Editore: Mondadori
Anno edizione: 1996
Pagine: 320 p.
  • EAN: 9788804420361

recensione di Bo, R., L'Indice 1995, n. 7
recensione pubblicata per l'edizione del 1995

Nel 1521 muore Leone X, papa mediceo non alieno dall'apprezzare le piacevolezze della vita secolare; un lungo conclave, dopo molte fumate nere, designa quale suo successore il fiammingo Adriano di Utrecht, destinato a salire sul soglio pontificio come Adriano VI. L'elezione di quest'uomo, austero e ritroso, non è gradita al popolo romano, n‚ ai cortigiani, timorosi della concorrenza straniera in fatto di cariche, n‚ ai cardinali stessi che troppo tardi sembrano realizzare i rischi che correranno le loro lussuose e poco ortodosse abitudini. Questo il prologo dell'ultimo romanzo di Luigi Malerba, ambientato nella torbida atmosfera di una Roma prebarocca.
In un'epoca in cui desta scalpore la notizia di un papa che crede fervidamente in Dio, i cardinali Cosimo Rolando della Torre e Valerio Ottoboni dedicano tutte le loro energie a collezionare importanti cariche ecclesiastiche, senza risparmiare il denaro necessario ad acquistarle n‚ l'intelligenza indispensabile a ordire sotterranee macchinazioni e a intessere rapporti clientelari. I due contendenti, in lizza, al momento dei fatti narrati, per la prestigiosa carica di Abbreviatore e la poltrone di Camerlengo, non si risparmiano colpi e inganni e vivono nel terrore di un attentato ordinato ai loro danni dal rivale. I due sono avidi e ambiziosi, ma differenti nel carattere.
Ottoboni è giovane, spavaldo, certo della propria capacità e potenza, riesce   ingraziarsi la Curia romana attraverso splendidi banchetti in cui offre prelibatezze afrodisiache. Non esita a esporsi in prima persona per portare a termine i propri disegni, è privo di scrupoli, determinato. Cosimo Rolando è invece un uomo tormentato, dedito alle ambizioni mondane perché incapace di diventare santo; è un sentimentale, innamorato di Palmira, prostituta incontrata sui colli romani; è un fine teologo, un logico sottile, ma anche un uomo che soffre atrocemente di solitudine e che cerca una risposta alla relatività e all'indeterminatezza della vita. Cosimo Rolando ha presso di sé, come Servitore di Camera, il diacono Baldassarre, un francescano che svolge le mansioni di segretario particolare e che vigila sulla sua incolumità personale. Fra i due si instaura un rapporto umano non esteriore, fondato sulla simpatia e sul reciproco rispetto, almeno fino a quando al giovanissimo diacono, colto da inspiegabili crisi di tosse e starnuti qualora si trovi a transitare anche solo nelle vicinanze di una chiesa, viene consigliato di sottoporsi a un esorcismo. Spaventato dall'eventualità e persuaso della propria innocenza, Baldassarre si confida con il cardinale: ed ecco "il fischietto di Satana" sibilare nelle orecchie dell'alto prelato, suggerendogli di sfruttare la situazione per eliminare definitivamente dalla scena il suo eterno rivale. Occorre far assassinare l'Ottoboni da quel giovane, indemoniato o no, assicurando costui della propria innocenza, in quanto mero esecutore di delitti voluti da Satana.
Il nostro cardinale, abile e malvagio quanto il Bonifacio dantesco che ingannò Guido da Montefeltro, irretisce il diacono persuadendolo dapprima a commettere un peccato veniale di natura erotica, necessario a distrarre il Diavolo dai suoi progetti più efferati; il passo successivo sarà convincerlo della liceità di un assassinio. Baldassarre però non è uno sprovveduto: cerca di sfuggire alle richieste del cardinale, cedendo l'incarico omicida alla strega Zanaide esperta in fatture, poi, fallito il tentativo, consultando il Codronchi, "archiatra protofisico e medico degli indemoniati, famoso per avere studiato i diavoli e i cardinali dal punto di vista scientifico", con la speranza di essere dichiarato immune dalla possessione satanica. Il risultato sarà opposto, per via di certe trappole terminologiche; così, disperato, per dimostrare di non essere abitato dal Maligno, egli finge di essere appestato e quindi di guarire per intervento della Madonna.
Secondo l'astuto Cosimo Rolando, però, tutte queste fini strategie non fanno che confermare, al di là di ogni ragionevole dubbio, che Satana possiede l'anima del Servitore di Camera: il giovane non ha scampo, accetta l'incarico omicida; accampa come scusa estrema la sua incapacità di uccidere, ma il cardinale gli ricorda che "ci sono gesti che fanno parte della natura umana come dare calci o grattarsi il naso. Fra questi c'è anche quello di colpire con una lama acuminata i nostri nemici". L'assassinio è deciso per la domenica successiva prima dell'alba, quando tutti i cardinali si recheranno a San Paolo fuori le Mura per ottemperare il rituale del bacio del piede al nuovo pontefice. Nel frattempo, Valerio Ottoboni non è rimasto inattivo: anch'egli ha incaricato un sicario dell'assassinio del suo rivale: identica la scelta del giorno e della circostanza. La fatidica domenica mattina il diacono Baldassarre (che scopre in quel frangente di non essere più allergico alle chiese) e Severo il gaglioffo si avviano a compiere l'analoga, scellerata missione; i due sicari si incrociano lungo il cammino, provano un inspiegabile turbamento alla vista l'uno dell'altro, ma non s'arrestano: apprenderemo l'esito delle loro rispettive missioni dall'ultimo quadro, quando cercheremo, fra coloro che sono intenti ad ascoltare le parole ispirate di Adriano VI, i due cardinali rivali.
Fin qui i fatti; ma quello che incanta nel pur avvincente romanzo di Malerba non è solo l'intrigo, n‚ la resa magistrale dell'atmosfera di una Roma notturna e decadente, quanto il raffinato uso della lingua e l'abilità con cui l'autore la manipola. Con questo non intendiamo parlare del vezzo sperimentalista che fa affiorare a tratti un italiano maccheronico, un misto di latino e italiano arcaico che ci riporta alle pagine de "Il pataffio", vogliamo invece riferirci alla capacità di realizzare un romanzo incentrato su una realtà drammaticamente reticente (secondo la definizione che il cardinale della Torre fornisce a Baldassarre: "Reticenza è un atteggiamento di cautela, o di malizia per cui si tace una parte essenziale del discorso in modo da falsarne il senso"), con una scrittura che reticente non è.
L'opacità che circonda i personaggi del romanzo (e anche noi lettori), semanticamente rafforzata dal titolo ("Le maschere") e da alcuni oggetti-emblemi carichi di risonanze barocche e spesso ricorrenti nel testo (gli specchi), è la stessa che c'impedisce di conoscere la risposta di un enigma che ci perseguita: quale sarà la parola mancante nella frase "Demonstratio absoluti stat cum evidentia in existentia...", redatta da un anonimo scriba e ritrovata dal diacono in una pergamena rosicchiata dai topi? In che cosa si cela la dimostrazione dell'assoluto? Forse nell'estasi sessuale, o nell'esistenza del Demonio, oppure nella morte che è 'coincidentia oppositorum' e "abisso totale, fine dei numeri, della teologia, della scienza".
O forse rispondere a un simile quesito è follia, perché a questo mondo nulla è assoluto, neppure "la condotta di Dio che concede la sua protezione secondo criteri, o casualità, imperscrutabili". Siamo dunque condannati a una relatività inestricabile, a un'assenza di certezze così abissale che nemmeno la fede, nemmeno uno sguardo retrospettivo alla Storia sono in grado di guarire. Rendersi conto di una tale verità, verificarne la presenza nel linguaggio stesso che ci anima, e saperla (con tanta sofferente umiltà) accettare e tradurre sulla pagina ci sembra, oggi che attraversiamo nuovamente tempi non alieni da "cose nefande", un esercizio di grande coraggio e coerenza.

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    stefano

    28/08/2009 16.41.32

    storia un po’ povera e stiracchiata. Il contesto storico non si avverte abbastanza. Una vicenda torbida dipinta con pennellate di spensieratezza.

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