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Medea. Variazioni sul mito

Curatore: M. G. Ciani
Editore: Marsilio
Edizione: 2
Anno edizione: 2003
Formato: Tascabile
Pagine: 253 p.
  • EAN: 9788831772501
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scheda di Andrisano, A. M. L'Indice del 2000, n. 02


La versione del mito di Medea che Euripide portò in scena nel 431 a.C. dovette probabilmente costituire con la novità dell'infanticidio un evento di straordinario impatto sul pubblico. Se i tragediografi del secolo successivo, più propensi ad attirarsi le simpatie degli spettatori con finali meno sconvolgenti, tentarono un recupero di versioni più edulcorate, non riuscirono tuttavia a riproporre a lungo una vicenda dai contorni ormai sbiaditi. La Medea di Euripide diventò, come osserva Maria Grazia Ciani nell'introduzione alla presente antologia, "un punto di non ritorno", costituendo il modello e il punto di riferimento dialettico per tutte le Medee della nostra tradizione occidentale: una molteplicità di figure che popolano i generi più diversi in contesti spazio-temporali svariatissimi (dalla Germania alla Spagna, dal Portogallo, alla Svezia, agli Stati Uniti). Basti pensare che solo dal 1775 al 1780 in Francia si ha notizia di un ballet pantomime (Noverre), di un ballet tragique (Vestris), di un ballet terrible (Despreaux). Maria Grazia Ciani ha accostato alla propria traduzione della Medea euripidea (Marsilio, 1997) la Medea del drammaturgo austriaco Franz Grillparzer, tradotta da Claudio Magris (Marsilio, 1994), una tragedia dello "straniero" che anticipa le contraddizioni delle società multietniche, e infine la Lunga notte di Medea di Corrado Alvaro, rappresentata nel 1949 all'indomani delle persecuzioni razziali. Tre significative variazioni per il personaggio di una diversa, la cui integrazione impossibile conduce all'atto estremo, alla proclamazione della propria estraneità alla cultura di Giasone. Eroina romantica, la Medea di Grillparzer, vinta dal destino, invita il consorte alla sopportazione e all'espiazione: "Ci siamo incontrati per essere infelici, ci separiamo nell'infelicità". La Medea di Alvaro uccide i figli per sottrarli a una maledizione sociale e di razza, per sottrarli a una persecuzione. Le sue ultime parole rivolte al popolo di Corinto istituiscono un ponte tra la cultura del presente e la civiltà classica, ripropongono il senso profondo della tragedia, denunciano un impossibile desiderio di normalità: "Ci hanno lasciati soli. Sono andati a raccontare i nostri fatti, e a consolarsi di non essere né potenti, né ricchi, né forti".

(A.M.A.)