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recensione di Lugli, A., L'Indice 1987, n. 1
Da alcuni anni senza clamore, ma con la discrezione conscia di chi sa di lavorare in profondità e sui tempi lunghi, Filiberto Menna aggrega il lavoro di alcuni artisti contemporanei intorno a una riflessione critica di grande interesse, un procedimento che va "per via di levare piuttosto che di porre", una specie di azzeramento della pittura e di sua rifondazione (o costruzione) su basi di annullamento, aniconicità dell'immagine, piuttosto che di accumulo, di aggiunta, di citazione o di racconto. I prodromi di questo lavoro sono scanditi dalle mostre "Costruttività" (Aosta, 1982), "La soglia, l'opera d'arte tra riduzione e costruzione" (Pordenone, 1985) e da "Aniconica" in "L'Italie aujourd'hui", esposizione al Centre National d'Art Contemporain della Villa Arson (Nizza, 1985, catalogo La casa Usher). È una curiosa costante che questa linea analitica dell'arte contemporanea affermi la sua presenza sempre nei momenti in cui è predominante una pittura "forte" in senso formale, all'insegna di una sorta di ingordigia per tutto quello che negli anni '70 l'esperienza concettuale aveva bandito: il colore, la narrazione, lo sfrenato campionario di tutti gli stili che viene dalle transavanguardie. Lo stesso era avvenuto più o meno dieci anni prima per reazione ad un altro momento trionfale della pittura a piene mani, quello dell'informale. Allora Lo Savio, Capogrossi, Manzoni, Castellani, ma anche gli stessi Burri e Fontana avevano preparato, in vario modo, una negazione dello spazio come profondità e un recupero dell'opera come luogo di sedimentazione di elementi linguistici autonomi. Tutto questo ha oggi uno sviluppo coerente nella linea alla quale felicemente Menna applica l'aforisma di Mies van der Rohe "Il meno è il più". La ricerca che vi si riconosce pratica una pittura che sta al di qua del segno e di ogni tentazione costruttivista, ma anche della terza dimensione per la scultura e del colore per la pittura.
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