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Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 1990
Pagine: LXX-518 p., ill.
  • EAN: 9788806118631
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recensione di Cases, C., L'Indice 1990, n.10

L'edizione critica del diario ripropone il problema di Pavese, bistrattato dai giovani, difeso dai vecchi senza troppa convinzione. Sembra che difendano più l'uomo e il ricordo di lui che non la tragedia della morte e la validità dell'opera. Che cosa succederebbe se provassimo a mettere tra parentesi sia il "mestiere di vivere" che il "mestiere di poeta" e cominciassimo a chiedere che cosa resterebbe senza questi due tentativi, uno negato da lui stesso, l'altro dai giovani e meno giovani che vennero dopo di lui e che non riescono nemmeno a scaldarsi per "La luna e i falò", come riesce ancora a Fortini ( "il manifesto", 14 settembre 1990)? Credo molto, moltissimo. Resterebbe il grande traduttore dall'inglese (anche recentemente esaltato da un competente come Guido Fink), il consulente editoriale e animatore di una casa editrice importantissima (nonché di altre meno note e durevoli come Frassinelli), il critico e scopritore della letteratura americana (insieme a Vittorini), l'intellettuale di sinistra forse confuso ma autentico e pugnace, vitale e innovatore anche nell'incertezza ideologica, sicché questa ci appare oggi più feconda delle sicurezze dei suoi contraddittori quali De Martino e Muscetta. È sintomatico che la sua figura di "operatore culturale" non sia stata neanche toccata dall'ondata di pettegolezzi che si è riversata su Vittorini o su Montale. "Non fate troppi pettegolezzi", scrisse prima di suicidarsi. Sappiamo che i pettegolezzi occupano interi volumi. Ma su questo punto non ce ne furono. Si sono trovate troppe o troppo poche donne nella sua vita, ma la donna che gli tradusse sotto banco Moll Flanders o Moby Dick s'ha ancora da trovare.
Forse ne avrebbe avuto bisogno per alleviare la mole incredibile di lavoro che svolse nei due decenni di frenetica attività che si concesse. Che tale attività sia raramente oggetto di riflessione deriva da molte circostanze personali (anche dal suo carattere scontroso, specie se confrontato con la socievolezza di Vittorini e dei fiorentini), ma soprattutto dal periodo in cui ebbe luogo. L'intellettuale che lega la propria esistenza all'industria culturale era allora un fenomeno nuovo, che a Milano sembrava abbastanza ovvio nel trend generale dell'industrializzazione, ma altrove, e anche a Torino, dove l'industria era unica e la montagna incombeva da ogni parte, appariva inedito e pericoloso. A Pavese (come a Mila) Milano sembrava una città in cui lo spirito veniva ingoiato dalla mercificazione, mentre a Roma era in agguato il dolce far niente. L'ascesi piemontese garantiva la possibilità di salvaguardare le esigenze dello spirito pur compromettendosi, ma non troppo, con il mondo. "Tradotto quattro libri con un guadagno di 6.200 lire", constata soddisfatto Pavese alla fine del 1937. Anche allora 6.200 lire non saranno state molte, e pare che manchino una o due traduzioni non pagate e quindi non menzionate. Sono celebri le sfuriate del Pavese direttore editoriale quando i traduttori non venivano pagati, ma se si trattava di lui stesso ciò rientrava nella normalità del suo masochismo. È certo che la fondazione della casa editrice Einaudi diede anche a intellettuali meno masochisti la possibilità di identificarsi senza sentirsi perduti e venduti. La funzione dell'intellettuale conservava così qualche elemento di disinteresse e di dedizione alla causa. Ma quest'epoca eroica, che sfiorava anche molti dei milanesi invisi a Pavese, è tramontata per sempre, oggi i manager dell'editoria pongono la loro esperienza al servizio di chi li paga meglio e migrano senza pudore da un editore all'altro poiché possono identificarsi con qualsiasi progetto produttivo.
Di qui la difficoltà per i giovani di capire l'ascesi pavesiana del lavoro nonché la sua funzione sublimatrice. La lettura del "Mestiere di vivere" senza questa consapevolezza diventa deludente o addirittura amena, tanto più in questa accuratissima edizione che come tutte le edizioni critiche tende a circonfondere la parola di un'aura di sacralità, e quando questa pretesa si rivela fallace apre un abisso tra la pretesa stessa e la banalità del discorso reale. La pretesa prima di essere dell'edizione è dell'autore stesso, che notoriamente attribuiva molta importanza al diario, destinato alla pubblicazione e insieme a servire da giustificazione al suicidio per posteri che non dovevano fare pettegolezzi. Senonché esso è di per sé, per la massima parte, un unico grosso pettegolezzo, e in questo senso è unico nel suo genere, e possibile solo nell'area di un cattolicesimo laicizzato.
Nell'ambito protestante, a Pavese ben noto attraverso la letteratura americana, la vicenda della repressione e della sublimazione è infatti una questione individuale, che va taciuta se non si vuole sottrarle l'efficacia. E nel cattolico si dichiara e si ricarica nel confessionale. Il "tu" che Pavese usa così spesso nel diario e che dà noia a Fortini si può interpretare come l'esigenza di uno sdoppiamento per l'autoconfessione. Ma la lettura del diario diventa così un'involontaria e sgradevole intrusione nel confessionale. Il protestante si tiene dentro il marchio del peccato, il cattolico si confessa, però nessuno si confessa coram populo almeno a partire dal IV secolo. Lo scrittore ha la possibilità di riprendere l'uso da Agostino in poi se riesce a trasformarsi in exemplum, altrimenti l'inventario dei peccati è semplicemente noioso come nel "Diario intimo" del Tommaseo, del resto non destinato alla pubblicazione. Nello scrittore la verità più riposta su se medesimo può farsi strada anche attraverso le forme più oggettive. Nel romanzo di Pavese "Tra donne sole", forse il suo migliore, certo il più avanzato sociologicamente, il meno gravato da mitologemi e quello che meglio incarna l'ossessione del suicidio, sono le donne a enunciare questa verità che affliggeva l'autore e che in realtà era una falsa verità, era la voce della repressione. A Momina che dichiara "Sappiamo bene cos'è il cazzo..." la narratrice replica "Non so, ma fa succedere dei grossi guai. Sarebbe meglio se non ci fosse". E Rosetta, l'aspirante suicida, trova che gli uomini "sporcano come bambini", "sporcano noi, sporcano il letto, il lavoro che fanno, le parole che usano...", e che "l'amore, tutto quanto, è una cosa sudicia". Leggendo le varianti di questo tema sviluppate in abbondanza nella prima parte del "Mestiere di vivere" si rimpiange l'eloquente sobrietà delle "donne sole".
La natura repressa e proclamata sudicia nell'amore è accettata nel vitalismo elementare, muto, del sangue e del suolo. Esso accompagna sempre Pavese come passione per il mito, entra in conflitto con la storicità e l'utopia affermate dal comunismo e spiega certe sue tarde simpatie per il fascismo che almeno non indulge alle chiacchiere degli antifascisti (nel taccuino pubblicato sulla "Stampa" da Lorenzo Mondo). "Tacere è la nostra virtù", si dice già in una poesia giovanile di "Ciau Masino". Ma l'attuale imperversare del mito non ha fatto ricorso a Pavese, poiché in lui esso è troppo greve e involuto, come nei "Dialoghi con Leucò", e porta troppo le tracce delle sue origini repressive, mentre oggi si associa piuttosto alla libertà fantastica che irruppe con il suo discepolo Calvino, e anche le favole antiche folleggiano come le moderne. L'epoca ha bisogno di soffrire il meno possibile.
La sofferenza autentica di Pavese divenne produttiva soprattutto nella sua attività di critico, traduttore e consulente, di cui resta poca traccia nei diari appunto perché in questa attività la sublimazione era riuscita, la pena del vivere dimenticata. La nostalgia della repressione è sempre sbagliata. Ma se i giovani non riescono a capire la grandezza di una figura come Pavese più che la lettura del "Mestiere di vivere" gioverà loro la comprensione, andata perduta, della possibilità di riciclare positivamente la repressione.


recensione di Patrizi, G., L'Indice 1990, n.10

Libro carismatico per una generazione, poi divenuto estraneo, sgradevole, quindi semplicemente ignorato, "Il mestiere di vivere" ritorna in nuova edizione einaudiana, con la cura minuziosa di Marziano Guglielminetti e Laura Nay che hanno lavorato sul voluminoso manoscritto per allestirne una stampa integrale e un dettagliato commento Il volume è stato accolto dall'inutile clamore giornalistico a proposito della censura, nell'edizione del 1952, di numerosi luoghi aspri, in cui temi sessuali sono affrontati con crudezza provocatoria, non diversa comunque da quella con cui sono trattati problemi e personaggi del mondo letterario: che ci si sia soffermati oggi a discutere sulla liceità di quei tagli e di queste reintegrazioni è solo sintomo di miopia intellettuale e di scarsa conoscenza del mondo pavesiano. Al "Mestiere di vivere" - come suggerisce l'introduzione di Guglielminetti - occorre accostarsi con la consapevolezza di trovarsi dinanzi ad un testo sostanzialmente unitario, pur agitato dagli umori diversi della composizione quotidiana, ma scandito da "un processo organico di sviluppo e maturazione: il tempo della vita e il tempo della scrittura coincidono".
Solo se ci si muove in quest'ottica si comprende appieno il senso drammatico di questa testimonianza di una scrittura come "difesa contro le offese della vita", e insieme di un apprendistato intellettuale come sofferta ricerca, nella tradizione e nella contemporaneità, di una chiave per organizzare e razionalizzare la propria mitologia, la sua inconciliabilità con l'epoca. Il "secretum professionale" (così, ricordando Petrarca e già fornendo una prospettiva di lettura, Pavese titola la prima parte del suo manoscritto) si apre sui mesi del confino a Brancaleone, in Calabria, dopo l'arresto per l'attività antifascista della "Cultura" di cui Pavese era divenuto direttore. Ma l'esperienza diaristica aveva già avuto un'anticipazione nella "bozza" di journal intime stesa tra il '27 e il '28 e qui presentata col titolo "Frammenti della mia vita trascorsa": è una citazione dell'incipit già programmatico di quello zibaldone di pensieri, appunti, confessioni che poi passeranno, come indica Guglielminetti, ad altre pagine, ribadendo una volontà di scrittura che non lascia troppi spazi alla tesi di un'occasionalità e "innocenza" della pagina. Ne risulta un quadro diverso, confermato dalla struttura del "Mestiere", nonché della sua cronologia letteraria, nascendo dopo la conclusione di "Lavorare stanca", la prima e determinante raccolta di poesie. La radicale novità nello scenario novecentesco sembrava dover richiedere un lavoro di riflessione, di scavo, di ricerca che permettesse di individuare la strada ulteriore da seguire. È proprio il lavoro che ritroviamo nel "Mestiere", esibito nel tumulto delle letture appassionate, dei modelli discussi, nel maturare di una coscienza intellettuale sempre confusa e angosciata ma via via più fortemente convinta di una propria diversità. I quatìro blocchi che organizzano il tempo del journal scandiscono anche i mutamenti di prospettiva. Il journal de l'oeuvre dei mesi del confino raccoglie pensieri sul mito, sul rapporto col paesaggio insolito (sono gli unici accenni al regime forzato a cui Pavese è costretto) e con Torino, città-madre, sulla dialettica fantasia-razionalità, soprattutto attorno a un'idea di poesia come esperienza assoluta, universale verso cui tende anche la ricerca paveslana; e già il suicidio si affaccia come una condizione esistenziale ("la mia vita attuale da suicida") che sottende ogni altra esperienza come registro di eccezionalità, nella costruzione e nella distruzione.
Il secondo e il terzo blocco di annotazioni sono stesi nel periodo che giunge sino alla fine degli anni trenta. Ora la riflessione sul lavoro letterario s'intreccia sempre più fittamente con la memoria privata: i tormentati rapporti con le donne, l'autodenigrazione come compiacimento di diversità, estraneità dal mondo quotidiano. Ancora pensieri su Leopardi, Baudelaire, Balzac e l'epopea metropolitana, Dante, sull'immagine-racconto (formula già lungamente discussa nel "Mestiere di poeta", a commento di "Lavorare stanca") come cifra peculiare della sua poesia; ma insieme le invettive misogine, le massime di saggezza 'maudite', l'arte di vivere come capacità di disprezzo, la coscienza come protesta dell'amor proprio, la percezione degli altri come costante minaccia alla propria integrità. Il 1939, in uno dei consueti bilanci che Pavese stende ad ogni inizio d'anno, è registrato come una svolta, decisiva per il lavoro creativo, ma forse anche per una maggiore consapevolezza esistenziale. Se rimangono costanti certi temi riferiti al lavoro letterario alcune categorie, derivate dalle letture più recenti, vengono amplificate fino a divenire la chiave d'interpretazione della sua stessa quotidianità: così per Freud, così per lo spiritualista Lavelle da cui Pavese mutua alcune riflessioni su Dio che faranno parte, d'ora in poi, pur senza mai precisarsi, della sua riflessione esistenziale.
Negli anni quaranta "Il mestiere" ribadisce sempre più la sua natura di diario delle idee: la convinzione acquisita del proprio valore letterario si trasforma, sul versante privato, in una sempre più esacerbata belligeranza contro tutto ciò che provoca il male di vivere: le donne, qui fantasmi inseguiti per autodistruzione, gli integrati nel meccanismo violento dell'esistere. Perfino il sodale Vittorini diventa un nemico: '`la fama americana di Vitt. ti ha fatto invidioso? No. Io non ho fretta. Lo batterò sulla durata". Sembra aver ragione Moravia che a proposito di questo Pavese parlò di "vanità infantile", "mancanza stizzosa di generosità","estetismo inguaribile", e poi un diario pavesiano che non reca tracce dell'attività politica, della guerra vissuta! Ma le osservazioni di Guglielminetti sull'omogeneità dell'opera e su certe spie stilistiche di grande efficacia espressiva - come ad esempio lo sdoppiamento dell'io scrivente in un dialogo io-tu - debbono suggerire il giusto approccio al "Mestiere", che è un'opera intesa a costruire, con passione e tenacia, l'identità non solo intellettuale, ma anche quotidiana, psicologica ed emotiva, del proprio autore, tutto proiettato non a parlare di sé, ma ad elaborare l'immagine "forte", nella sua angoscia e autodistruttività come nella sua originalità e vitalità culturale. In questo senso allora le oscenità, i giudizi cinici e impietosi, in primis contro se stesso, non sono altro che i modi del registro alto, violentemente espressivo che la retorica scelta impone al personaggio; retorica di cui il suicidio, in un tragico omaggio che la vita rende alla letteratura, non è altro che la clausola estrema.