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recensioni di Marangi, M. L'Indice del 2000, n. 12
Non solo i Balcani e non solo il cinema sono al centro di questo libro, edito in occasione della retrospettiva veneziana organizzata dalla Biennale di Venezia. Definirlo un catalogo sarebbe assolutamente riduttivo, poiché si tratta di fatto del primo studio complessivo pubblicato in Italia sul cinema balcanico e delle aree limitrofe, capace di fornire testimonianze di prima mano su cinematografie, autori, generi spesso sconosciuti o marginalizzati dal mercato culturale. In questo senso il volume curato da Grmek Germani è estremamente prezioso per la sua capacità di intrecciare percorsi e di sfondare i rigidi confini classificatori e definitori delle cinematografie nazionali o delle periodizzazioni storiche e catalogazioni di stili e generi: "il nome Balcani - scrive Grmek Germani - si vuole ricondurre non alla sua deriva di pattumiera o polveriera che dir si voglia dell'Europa o del mondo, quanto al gesto di balcanologi, politici, letterati, cineasti che seppero usarlo per raggiungere da esso anche i luoghi più distanti". In questo senso è emblematica una cartina rielaborata graficamente per cui puntando un immaginario compasso al centro dell'attuale Serbia si raggiungono con lo stesso raggio luoghi come Roma, Venezia, Vienna, Praga, Cracovia, Odessa, Istanbul e Atene, includendo ovviamente capitali come Belgrado, Zagabria, Lubiana, Budapest, Bucarest, Tirana.
Oltre la rigidità dei confini geografici, ma anche oltre le canoniche specializzazioni, i numerosi saggi offrono un mosaico molto ricco e variegato in cui le analisi delle varie cinematografie nazionali e dei singoli autori si ritrovano continuamente intrecciati nel rapporto con la storia, la letteratura e le arti figurative. Alcuni temi appaiono particolarmente significativi: la diaspora, gli esotismi, le tipologie delle figure romantiche, eroi ricorrenti (e spesso perdenti) di un cinema sempre appassionato. Colpisce poi scoprire l'opera e l'importanza di registi che tendenzialmente sono misconosciuti o addirittura non nominati nelle storie del cinema ufficiali: Franti≤ek áp, Ante Babaja, ◊ivojin Pavloviπ, Voja Nanoviπ, ecc.
A partire da questo panorama complesso, ben testimoniato dalle schede dei centodieci film della rassegna e dalle bio-filmografie degli autori ospitate nella seconda parte dell'opera, La meticcia di fuoco propone nuovi percorsi di lettura che permettono di ricostituire in modo alquanto unitario una cinematografia sovranazionale che presenta molti tratti in comune, che spesso non si colgono se ci si ferma alla rigidità delle periodizzazioni storiche o delle singole localizzazioni geografiche. In questo senso, il filo non si ferma solo ai Balcani, ma investe il cinema occidentale in genere, sia in riferimento a temi e poetiche balcaniche che hanno trovato larga eco anche a Hollywood, come è accaduto per il mito del vampiro, sia in relazione ad autori particolarmente affascinati da questo universo, come ad esempio Ulmer, Tourneur, Siodmak, Kazan.
La presenza dei Balcani oltre il cinema balcanico si traduce anche nelle molte co-produzioni in cui registi "occidentali" hanno girato in set "orientali", o vi hanno ambientato le loro storie: emblematico il caso di Corman, da cui il libro prende il titolo, ispirato alla traduzione italiana di un suo western, perfetta sintesi dell'unione di differenti elementi che caratterizza il cinema balcanico, delle sue passioni che non conoscono compromessi, ma anche del fascino esercitato da certi temi ben oltre l'Europa centro-orientale.
Contrasti, passioni, incertezza definitoria: come sottolinea Slavoj ◊i√ek, "i Balcani iniziano sempre da qualche altra parte, sempre a sud est di qualche luogo", in una cartografia immaginaria che proietta nel paesaggio reale e culturale le ombre degli antagonismi ideologici e dei contrasti storici, ma anche i riflessi di una molteplicità di sguardi e di stimoli che vanno ben oltre una singola zona geografica. E, si sa, il cinema da sempre vive dell'alternanza tra luci e ombre.
Pubblicato in occasione della retrospettiva organizzata qualche anno fa dalla Biennale di Venezia - Mostra Internazionale del Cinema, questo volume è il primo studio complessivo sulle cinematografie dei paesi balcanici. I Balcani non sono visti come luogo di maledizioni della storia europea, né le loro cinematografie come marginali rispetto alla storia del cinema. Il volume sottolinea anzi gli intrecci con l’opera di autori del «resto del mondo», come per esempio l’americano Roger Corman, che in questi luoghi ha realizzato diversi film: il titolo italiano di un suo western («La meticcia di fuoco») è sembrato la miglior sintesi dell’affascinante mondo di contrasti che contiene l’area balcanica. I testi (che comprendono anche un ricco e utile dizionario) sono a cura dei maggiori studiosi internazionali dell’argomento.
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