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Appunti sparsi di un diplomatico. Scritti di getto. Un po' in italiano e un po' in serbo-croato. Sia in caratteri latini che cirillici. Durante la campagna dei bombardamenti della Nato dai cieli della Jugoslavia, l'ambasciatore di Belgrado in Italia Miodrag Lekic annota freneticamente "la guerra dei 78 giorni" della primavera del 1999. Quel diario è oggi un libro, il quale non solo è un documento unico per lo studio del conflitto del Kosovo, ma anche la cronaca di una battaglia personale che lancia un appello alla comunità internazionale: "Nei Balcani il passato non passa mai, e la balcanizzazione è un virus che rischia di contagiare tutto l'Occidente".
Dagli incontri quotidiani all'azione del governo italiano, passando per la scena mediatica e i difficili rapporti con le autorità belgradesi, il libro copre essenzialmente il periodo che va dal 22 marzo al 10 giugno del 1999. Ma per inquadrare l'esplosione della crisi balcanica, l'autore montenegrino che attualmente insegna in due atenei romani fornisce una sintesi degli avvenimenti dell'autunno 1998 e dell'inverno 1999. Ad aprire il volume è una prefazione di Sergio Romano, che sottolinea nell'incipit l'unicità della posizione di Lekic nel conflitto: è il solo ambasciatore jugoslavo a vivere il dramma in un paese della Nato. In realtà Belgrado può contare anche sul suo rappresentante ad Atene, ma se, come scrive Romano "la Grecia è unita alla Serbia da vincoli di cuginanza religiosa", la decisione dell'Italia di non rompere le relazioni diplomatiche è "un'evidente contraddizione".
"Si ha l'impressione che l'Italia sia malcontenta del modo in cui si tenta di risolvere una crisi scoppiata proprio alle sue porte". Con queste parole riprese nella prefazione, Lekic si spiega il comportamento italiano. "Risposta giusta, ma parziale" la definisce Romano, che precisa: "Lekic avrebbe potuto aggiungere che l'Italia e il suo governo erano, sulla questione della guerra, profondamente divisi. Il presidente del Consiglio, da qualche mese, era Massimo D'Alema, un uomo politico intelligente che aveva lungamente militato nelle file del Partito comunista e su cui gravava quindi un sospetto. Si sarebbe comportato da 'buon alleato'? Avrebbe dimostrato agli Stati Uniti che un ex comunista può essere impeccabilmente 'atlantico'?". E Romano aggiunge infine un altro interrogativo sulle ragioni reali del conflitto: "Molti osservatori e commentatori (io fra questi) pensavano che la guerra fosse motivata soprattutto dal desiderio della Nato di 'mostrare i muscoli' e dal decisionismo di Madeleine Albright, segretario di Stato del presidente Clinton. Mi chiedevo se la ragione umanitaria, così frequentemente utilizzata in quei giorni, bastasse a giustificare una guerra che avrebbe umiliato la Serbia e creato un problema di cui nessuno avrebbe previsto la soluzione".
Pagina dopo pagina, Lekic fornisce elementi inconfutabili al lettore per rispondere a tutti questi quesiti. Si fa "storico dell'istante" appuntando le giornate in maniera scientifica e mette così a nudo la schizofrenia della politica amplificata senza alcun filtro dai media: Milosevic non è più il garante della pace nei Balcani l'uomo che ha firmato nel 1995 gli accordi di Dayton mettendo fine alla guerra in Bosnia-Erzegovina ma è definito "il pazzo squilibrato", "il dittatore", "il nuovo Hitler"; le operazioni delle forze governative jugoslave in Kosovo sono definite "genocide"; i paramilitari dell'esercito di liberazione del Kosovo (Uck) non sono più terroristi, ma diventano guerriglieri e in alcuni casi partigiani.
Oltre l'effemeride. Tra le righe, poi, le cronache del conflitto cadenzano il dramma personale di Lekic. Assiste da lontano alla mutilazione quotidiana del suo paese, ma nel "vortice della storia" non ignora mai gli errori del governo di cui è ambasciatore. E a una distanza storica di circa sette anni, i temi al centro del volume restano sfortunatamente più che mai attuali. Nel cuore dei Balcani l'Occidente sembra aver infatti imboccato una strada senza via d'uscita, un vicolo cieco chiamato Kosovo. La dimostrazione arriva dalla situazione di stallo in cui si trovano i negoziati per la definizione dello status della provincia. "Quale sarà dunque il futuro del Kosovo, che ha impegnato per anni la comunità internazionale, prima in una guerra e poi nell'affannosa ricerca di una soluzione? Come influirà sui rapporti tra i grandi protagonisti della politica internazionale? E quali saranno le conseguenze di una qualsiasi decisione sulla stabilità dell'Europa sudorientale? Sarà certo materia per un altro, interessante, libro". Domande e risposta di Miodrag Lekic.
Igor Fiatti
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