Le mie prime convinzioni

John Maynard Keynes

Curatore: D. Garnett
Editore: Adelphi
Anno edizione: 2012
In commercio dal: 24 ottobre 2012
Pagine: 144 p., ill. , Brossura
  • EAN: 9788845927317

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Descrizione
I due testi qui raccolti erano riservati alla lettura ad alta voce di fronte a un pubblico di amici intimi, con cui l'economista era solito ritrovarsi periodicamente per rievocare momenti del comune passato. Possiamo quindi cogliere direttamente il libero fluire dei ricordi di Keynes: "Melchior: un nemico sconfitto" ci offre il ritratto di uno dei negoziatori tedeschi al tavolo della Conferenza di Pace di Versailles, "un uomo molto piccolo, vestito in modo inappuntabile, gli occhi che guardavano dritti verso di noi, pieni di uno straordinario dolore, simili a quelli di un mite animale in gabbia"; "Le mie prime convinzioni" ci fa invece rivivere l'atmosfera di Cambridge e Bloomsbury di inizio Novecento, allorché Keynes concepì le idee che lo avrebbero guidato per tutta la vita, condividendo altresì l'illusione spazzata via dalla Grande Guerra - della sostanziale ragionevolezza della natura umana: "Non eravamo consapevoli che la civiltà è una crosta sottile e fragile costruita dalla personalità e dalla volontà di pochissimi, e mantenuta soltanto grazie a regole e convenzioni disegnate con intelligenza e preservate con abilità". E alla fine non potremo non sentirci davvero "privilegiati" leggendo questi scritti, che per la rara capacità di introspezione e di penetrazione psicologica, unita alla limpida prosa, si collocano senza dubbio, come afferma Garnett nell'introduzione, "tra le cose migliori mai uscite dalla penna di Keynes". Prefazione di Giorgio La Malfa.

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    Carlo

    08/07/2018 17:06:56

    In tempi di mercati onnipotenti, fanatici neo-liberisti e spregiudicati turbo-capitalisti, il confronto con l’equilibrio e la saggezza di Keynes costituisce un’autentica boccata d’ossigeno. La prima parte di quest’opera, “Melchior: un nemico sconfitto” ci riporta alle complesse trattative di pace post Grande Guerra (cui Keynes partecipò in qualità di rappresentante del Tesoro britannico) e rivela l’estrema lungimiranza dell’economista, tra i pochi ad intuire immediatamente i rischi che l’Europa avrebbe corso imponendo inique condizioni di pace alla Germania (“questa non è una pace ma un armistizio di 20 anni”, preconizzò un altro sagace protagonista di quei colloqui, il Maresciallo Foch). Di indubbio interesse anche il secondo scritto, che completa e dà il titolo al volume, come il precedente “Melchior” concepito per una lettura privata ed in seguito pubblicato dagli esecutori testamentari per espresso volere di Keynes; ne “Le mie prime convinzioni”, partendo da una polemica con lo scrittore D.H. Lawrence, il celebre studioso parla del Bloomsbury group, del milieu culturale della Cambridge degli inizi del ‘900 e delle idee che circolavano tra i più anticonformisti intellettuali dell’Inghilterra edoardiana, tutti fattori di capitale importanza nella definizione del sistema di pensiero keynesiano che tanto influenzerà la storia del XX secolo.

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    claudio

    16/05/2013 09:57:18

    E' una raccolta di due conferenze tenute negli anni precedenti la seconda guerra mondiale da Keynes ad alcuni amici, facenti parte di un circolo famoso di Cambridge, attivo fin dall'inizio del secolo e di cui facevano parte scrittori, insegnanti, scienziati e gente del genere. Tutte e due sono state pubblicate -per volontà dell'autore- solo dopo la sua morte, a causa di pesanti giudizi su persone allora ancora in vita. La prima riguarda l'esperienza di Keynes durante la Conferenza di Pace dopo la fine della prima guerra mondiale e la sua conoscenza di un banchiere tedesco, ebreo, che attirò l'attenzione e l'ammirazione del Nostro. La seconda riguarda invece la filosofia di fondo della partecipazione a quel Circolo di cui dicevo prima.

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  I due saggi dei quali Keynes autorizzò unicamente la pubblicazione postuma, le Two Memoirs lette al gruppo dei Bloomsburys e a questi ultimi destinate, sono ora finalmente disponibili anche in italiano, e non solo per gli economisti affascinati dall'intelligenza multiforme di John Maynard Keynes. La scelta del titolo dell'edizione Adelphi, che è poi quello della seconda delle due memorie, My Early Beliefs, conduce il lettore verso una sorta di autobiografia nascosta, che soltanto la morte dell'autore concede in lettura ai non iniziati. Ma a distanza di ben sessantasette anni, non possiamo ancora trattare Keynes come una reliquia del passato, per usare una sua nota espressione. Tutt'altro: e non solo per le indubbie abilità letterarie dell'economista, capace di portare il lettore, senza quasi che questi si accorga del viaggio, al primo dopoguerra (Melchior: A Defeated Enemy, scritto nel 1921), alla conferenza di pace e al problema dell'approvvigionamento dei tedeschi, e poi alla vigilia della catastrofe dei Quaranta (My Early Beliefs risale al 1938), e soprattutto all'interno del fantastico gruppo di artisti e intellettuali del Memoir Club, con il "vecchio" e "nuovo" Bloomsbury. Tutt'altro, perché è difficile non percorrere il cammino inverso, leggendo Melchior e le parole di Keynes, che ammette di osservare con occhi da "turista" la "dignità degli sconfitti"; è difficile non tornare alla nuova tragedia, recitata con ruoli invertiti, che investe oggi l'Europa, stremata non da una guerra, ma neanche da un disastro dai soli effetti economici; difficile non provare a immaginare quel che il Keynes delle Conseguenze economiche della pace, il Keynes che fu tra i pochi a sostenere la causa della dignità tedesca (e insieme del destino economico del continente), penserebbe dell'impasse di debito del continente. L'attenzione dello specialista è quasi tutta per My Early Beliefs. Ma, anche qui: è la crisi finanziaria e poi reale a indurre la riflessione. Perché My Early Beliefs è tradizionalmente letto come excusatio non petita, a distanza, dei Bloomsburys: scusateci, troppo "razionalisti e cinici" in gioventù, non sapevamo ancora che la civiltà non è che una "crosta fragile e sottile". Keynes fa finalmente i conti con il maestro spirituale Moore? Certo, ma li fa bene. Perché Keynes fece sua la "religione" di Moore, il fine ultimo di una vita buona e giusta, e da qui deriva il suo sempre acceso anti-utilitarismo, l'amore per il denaro e il tesoreggiamento come nemici, l'eutanasia dei rentiers. Ma fu critico del capitolo dei Principia Ethica sull'Ideale, condannò la scelta di Moore di ritenere significativi unicamente gli states of mind e non gli states of affairs, e si oppose a una concezione unitaria del bene (sottolineandone varietà e molteplicità), in ciò avvicinandosi ad Aristotele e all'eudaimonia. Quanto al capitolo dei Principia sulla condotta, Keynes mentì, inserendo se stesso tra i Bloomsburys che non vi avevano prestato attenzione. Il Keynes degli scritti giovanili e quello del Trattato sulla probabilità provano disagio per alcuni aspetti della filosofia mooreiana; per la concezione frequentista-empirista della probabilità, per la pretesa necessità della calcolabilità e della misurabilità della probabilità e del bene, per la morale convenzionale che, non potendo l'essere umano soddisfare tali esigenze, ne derivava. Keynes resta, orgogliosamente, un "immorale", e un difensore della possibilità di giudizio individuale, anche in assenza di certezze sulle conseguenze dell'azione in un futuro distante o remoto. Ci si può accontentare di un ragionamento probabile, che fornisca some reasons per credere. Ma allora, l'autocritica sul razionalismo? Keynes sposa, tardivamente ma finalmente, lo scetticismo di Hume? Ancora oggi, My Early Beliefs solleva più dubbi che certezze. Certo, Keynes riconosce che le forze dell'ignoranza e dell'incertezza sono più potenti di quanto credesse. Ed è disposto, nella General Theory, a discutere di animal spirits e convenzioni. Non ci si può "liberare senza difficoltà" dai "vincoli" delle convenzioni. Ma è davvero difficile rappresentare la General Theory come armistizio. Senza teoria, e senza ragioni sia pur parziali, resteremmo ostaggio delle passioni, e delle convenzioni: quelle che alcuni, "pochissimi", hanno "abilmente imposto e astutamente preservato". Questa è la civiltà, spiega Keynes, ma senza firmare l'armistizio. L'impulso a protestare è ancora lì, anzi sembra essere l'essenza stessa della Teoria generale: è un saggio sulla ragione, contro le convenzioni dei mercati, le passioni, il populismo e persino la guerra. Una fondamentale dichiarazione di guerra alle convenzioni e all'incertezza, pronunciata da un economista che non rinuncerà mai alla possibilità del cambiamento.   Anna Carabelli e Mario Cedrini