Miracolo a colazione

Elizabeth Bishop

Editore: Adelphi
Edizione: 2
Anno edizione: 2006
In commercio dal: 25 gennaio 2006
Pagine: 288 p., Brossura
  • EAN: 9788845920295
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Descrizione
Nata nel 1911 e scomparsa nel 1979, Elizabeth Bishop è considerata una delle grandi figure della poesia del Novecento. Questo volume comprende quasi tutta la sua produzione poetica (sono escluse soltanto alcune prove giovanili). Il suo mondo poetico, composto di parole familiari, domestiche, spoglie, illuminanti, crea un gioco di iridescenze, un prisma di lacrime, di squame, di chiazze di benzina, miracolo che si schiude dalla finestra della pagina, una delle tante "gabbie per l'infinità".

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    Anna

    04/10/2011 13:18:10

    Desolazione, solitudine, sofferenza sublimate in una poesia che spesso difetta di sentimento, pur non essendo priva di significati. Manca però quel quid che ne faccia un'autentica opera d'arte

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In vita la poetessa americana Elizabeth Bishop (1911-1979) ottenne ogni possibile premio letterario e godette della stima di tutti i suoi colleghi ma restò essenzialmente una voce d'élite appartata e un po' eccentrica uno “scrittore per scrittori per scrittori” (come la definì John Ashbery). Poi con la pubblicazione a quattro anni della morte dei Complete Poems 1927-1979 (1983) con una bellissima copertina rosa e la riproduzione di un acquarello della stessa Bishop – lo scorcio di un villaggio messicano diverse sfumature di verde un marrone chiaro un giallo un azzurro (viene in mente l'ultimo verso d'una sua poesia giovanile e quasi programmatica La carta geografica: “Con più delicatezza degli storici scelgono i cartografi i loro colori”) – la sua reputazione è andata crescendo in modo esponenziale sia tra gli addetti ai lavori sia tra i semplici lettori di poesia e non solo.

Ora non c'è università americana che non preveda nei corsi di letteratura una manciata di suoi titoli. Chi ha letto La lettera d'amore (1996) di Cathleen Schine ricorderà come in quel bestseller Bishop rappresenti se non proprio un personaggio ben più che un'allusione colta. E se fino a una quindicina d'anni fa le sue travagliate vicende biografiche – l'alcolismo l'omosessualità la follia della madre il suicidio della compagna Lota de Macedo Soares (e in gioventù quello di un corteggiatore poco ricambiato) – non le conosceva quasi nessuno o ci si glissava sopra adesso esse calcano addirittura le scene appena off Broadway dove Amy Irving (l'ex moglie di Spielberg) sta recitando proprio in queste settimane in un dramma furbetto ispirato al periodo che Bishop trascorse in Brasile A Safe Harbour for Elizabeth Bishop; mentre un'altra pièce One Atlantic: from Bangor to Rio di Monique Fowler – questa sì scritta e interpretata con uno humour e una commozione trattenuta degni di Bishop – racconta la sua storia d'amicizia (e di mancato amore) con Robert Lowell.

Il bello è che a dispetto di questa spettacolarizzazione della sua vita – e della legione di accademici che s'arrovellano ad analizzare un'opera che nella migliore tradizione americana è subito trasparente ma non si lascia veramente spiegare (vale anche per Bishop la boutade di T. S. Eliot su Henry James: che la sua mente era troppo fine per essere violata dalle idee!) – Elizabeth Bishop resta ancora e forse soprattutto uno “scrittore per scrittori”. I quali le dedicano pagine di commento o di omaggio talvolta assai ispirate dove scrivendo di lei scrivono spesso anche di sé stessi (in traduzione italiana si leggono quelle magnifiche di Seamus Heaney nel Governo della lingua e nella Riparazione della poesia Fazi 1998 e 1999) e si lasciano influenzare dai suoi versi – dal loro tono – più volentieri che da quelli di ogni altro precursore. Non c'è giovane o maturo poeta in lingua inglese che sulla fascetta pubblicitaria d'un suo libro disdegnerebbe l'accostamento a Bishop: che significa esattezza descrittiva e empito visionario padronanza delle forme più ardue (il sonetto la sestina la villanella) ma linguaggio colloquiale stoicismo senso dell'umorismo meraviglia (miracolo) in ciò ch'è domestico e familiarità con l'esotico sproporzione eccessi – “Troppe cascate qui; nel pigia pigia / troppa la fretta dei torrenti di correre al mare”' – ricondotti a una misura che li contiene ma non li doma da quella che Octavio Paz (che le fu amico) ha chiamato “l'enorme forza della reticenza”.

Una reticenza che si manifesta anche nella compattezza della sua opera poetica (altro discorso varrebbe per la prolifica scrittrice di migliaia di lettere fluviali e vivacissime): solo quattro raccolte piuttosto smilze pubblicate a una decina d'anni di distanza l'una dall'altra con titoli che fanno di tutto per non suonare memorabili: Nord e Sud (1946) Una fredda primavera (1955) Interrogativi di viaggio (1967) Geografia III (1976). Capolavori assoluti come Galli L'uomo-falena o Il pesce s'incontrano già nel primo libro composto sotto l'ala – o meglio nella luce – di Marianne Moore e dove sono più evidenti certe influenze metafisiche (soprattutto George Herbert cui s'ispira quella straordinaria poesia onirica La malerba) e dei surrealisti francesi.

Il sodalizio trentennale con Robert Lowell (che Elizabeth Bishop conobbe nel gennaio del '47 quando Nord e Sud era fresco di stampa) contribuì senz'altro a spostare la sua poesia in direzione più aperta narrativa e autobiografica. Anche se Bishop non scriverà mai versi “confessionali” alla Sylvia Plath o Anne Sexton preferendo parlare di sé attraverso una maschera (come nel doppio sonetto Il figliol prodigo o nella grandiosa Crusoe in England) o comunque sempre letteralmente tra parentesi: ad esempio nella celebre villanella One Art – “Anche perdere te (la voce il gesto / amato) non mi smentirà” – o nella chiusa di un'altra poesia di ricapitolazione Al quinto piano: “‘Ieri ha portato a oggi senza sforzo! / (Uno ieri per me quasi impossibile rimuovere)”.

Fin dagli esordi Bishop scrisse (lo riconobbe niente meno che Meyer Shapiro) “con occhio da pittore”. Che negli anni trenta sarà magari quello di Max Ernst (come nella poesia-frottage Il monumento) poi semmai di un maestro olandese (Elizabeth fu raggiante quando Randall Jarrell in una recensione la paragonò a Vermeer) o d'un artista dilettante della Nuova Scozia o di un primitivo brasiliano o d'un grande realista americano Hopper Wyeth o Winslow Homer: come nell'austero attacco della Fine di marzo: “Faceva freddo e c'era vento il giorno meno / adatto a passeggiare su quella lunga spiaggia. / Tutto si ritraeva in lontananza chiuso / in sé: la marea al largo l'oceano rattrappito / gli uccelli marini da soli o in compagnia. / Il vento fracassone e gelido dal mare / intirizziva un lato della faccia scompigliava / la formazione di uno stormo solitario di oche del Canada / soffiava via le onde basse impercettibili / in una bruma acciaio verticale”.

Miracolo a colazione è una splendida antologia ben più ricca delle due sillogi apparse precedentemente (e che – per citare un ennesimo titolo – sarebbe stato “buona creanza” almeno menzionare anche perché si tratta in entrambi i casi di “lavori d'autore”): L'arte di perdere a cura di Margherita Guidacci (Rusconi 1982) e Dai libri di geografia curata da Bianca Tarozzi per l'editore Sciascia di Caltanissetta (1993). La traduzione a sei mani è il più delle volte non solo impeccabile ma poesia essa stessa con tanto di rime e assonanze sfilze d'endecasillabi spontanei e un lessico al contempo ricercato esatto e colloquiale (raccomanderei solo di riconsiderare il finale di Ai magazzini del pesce dove un certo virtuosismo traduttorio ha la meglio sull'intelligibilità dei versi forse più cruciali di tutta l'opera di Bishop).

Come quasi sempre nei libri Adelphi la postfazione (di Ottavio Fatica) è breve e assai densa e le note ai testi sono lodevolmente ridotte al minimo. Anzi a meno del minimo: mi sembra che al lettore italiano non specialista sarebbe stato indispensabile spiegare che il titolo Il signore di Shalott rimanda a The Lady of Shalott di Tennyson; che nel Piovanello s'allude a un verso proverbiale di William Blake To see a world in a grain of sand (Vedere il mondo in un granello di sabbia); e che in Visite all'ospedale St. Elizabeth l'uomo rinchiuso nella “casa dei matti” è Ezra Pound (a proposito di quest'ultima poesia: la data – 1950 – che qui è finita in calce andrebbe riportata subito sotto il titolo perché si riferisce all'anno delle “visite” non a quello di composizione o di pubblicazione). Ma s'intende che questi rilievi non vogliono toglier nulla a un'edizione davvero mirabile; semmai s'avanzano con spirito di servizio che se ne possa tener conto nella prossima ristampa.


Francesco Rognoni