Il mondo bizantino. Vol. 1: L'impero romano d'Oriente (330-641).

Editore: Einaudi
Collana: Grandi opere
Anno edizione: 2007
Pagine: LXXXVI-511 p., ill. , Rilegato
  • EAN: 9788806186104
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Primo di tre volumi interamente consacrati al mondo bizantino da alcuni tra i migliori specialisti del Centre d'histoire et civilisation de Byzance (Cnrs - Collège de France), questo tomo, curato e coordinato da Cécile Morrisson, è dedicato ai secoli iniziali dell'impero romano d'Oriente (330-641), secolo cruciali in quanto contraddistinti dall'affermarsi sulle rive del Bosforo di una nuova capitale e al contempo dalla conversione al cristianesimo del potere autocratico. (Il secondo volume, curato da Jean-Claude Cheynet, si occupa del lungo periodo compreso tra la della morte di Eraclio nel 641 e l'espugnazione latina di Costantinopoli nel 1204).
Pur avvenuta nel segno della continuità, la fondazione di Costantinopoli nel 330 comporta il graduale spostarsi del centro dell'impero verso il Mediterraneo orientale; a sua volta, l'affermarsi della nuova fede, mentre disciplina progressivamente l'intera società, contribuisce a definire i quadri concettuali dell'ortodossia e, per converso, anche quei movimenti eterodossi che da subito frammentano la cristianità orientale. L'impero, senza cessare di essere romano, diviene progressivamente greco e cristiano, dando forma a "istituzioni durevoli che fungeranno da punto di riferimento per tutto il periodo bizantino" (Bernard Flusin) e che nulla hanno di decadente.
Preceduti da una lunga introduzione metodologica e bibliografica ove è dato ampio spazio alle fonti documentarie, i primi due volumi, ai quali hanno collaborato superando le tradizionali divisioni accademiche occidentalisti e bizantinisti, si contraddistinguono per una struttura parallela e coerente: a una prima parte di carattere cronologico e politico seguono tre sezioni di carattere tematico in cui la storia evenemenziale lascia il posto all'esame delle istituzioni dell'impero, alla riflessione sui fondamenti della civiltà bizantina, e all'indagine di un sistema provinciale che, sia pure nell'ambito di un amministrazione voluta uniforme dal potere centrale, si caratterizza tuttavia per contesti geografici differenti e per non meno rilevanti peculiarità socioculturali. Ne risulta un quadro chiaro e organicamente articolato, che si arricchisce dei contributi, spesso trascurati, offerti dal progredire delle ricerche prosopografiche ed epigrafiche. Al centro dell'impero, né potrebbe essere diversamente, vi è l'autocrate, ma al suo fianco permangono i grandi corpi dello stato, l'ordine senatorio in primo luogo e i funzionari locali, detentori e al contempo corrieri di trasmissione dell'autorità centrale. La duplice vocazione, militare e civile, del potere imperiale, la cui tradizionale base giuridica romana non è annullata dalla sua progressiva ellenizzazione e cristianizzazione, si traduce "a livello centrale come a livello provinciale, in un raddoppiamento dell'amministrazione" sulla base di una dicotomia che è anche il riflesso delle istituzioni ecclesiastiche, sebbene di fatto istituzioni civili, militari ed ecclesiastiche "convergano tutte verso un'autorità unica, quella dell'imperatore" (Denis Feissel).
Peraltro, nel corso dei secoli, sempre più i vertici dello stato s'identificano con la struttura della corte, sicché (come mostra Jean Claude Cheynet nel II volume) si delega al cerimoniale palatino la funzione di trasmettere l'ideologia dell'impero e di rendere manifeste le gerarchie sociali alla cui costituzione contribuiscono in modo rilevante le trame delle alleanze intessute tra le grandi famiglie aristocratiche. All'interno di un sistema amministrativo complesso e costoso un ruolo fondamentale è dato dall'apparato tributario: esso possiede un elevato grado di sofisticazione sconosciuto ai coevi stati medievali e il suo primo scopo consiste nell'assicurare il finanziamento dell'esercito. Ciò avviene tramite un prelievo fiscale, proporzionale alle capacità dei singoli contribuenti, operato principalmente sui contadini. Attraverso il prelievo fiscale lo stato svolge anche un ruolo importante nella strutturazione della società, regolamentando mercati e moneta, senza imporre però un proprio rigido controllo sugli scambi. Il secondo pilastro dell'amministrazione bizantina, specie di quella provinciale, è costituito dall'esercito, la cui organizzazione si costruisce a partire dal secolo III sulla base di "un sistema assai aperto che ricompensa il merito" capace di garantire, dalla presa di potere di Costantino nel 324 sino alla rivolta di Foca nel 602, un "periodo di stabilità senza pari", durante il quale nessun imperatore d'Oriente viene abbattuto dalle forze armate (Constantin Zuckerman).
Se stato e chiesa sono i fondamenti che conferiscono al mondo bizantino tutta la sua coerenza, la sua durata millenaria è anche assicurata dalla forza e dalla capacità di adattamento delle sue strutture socioeconomiche e culturali, alla cui indagine è dedicata la terza sezione dei primi due volumi.
Al fine di comprendere l'evoluzione della società bizantina risulta altrettanto significativa l'indagine demografica condotta da Jacques Lefort. Benché l'impero protobizantino, grazie anche alla specificità dell'economia orientale in rapporto all'Occidente e al mantenimento di una certa prosperità fino alla metà del secolo VI, possa ancora contare su un significativo numero di città, tuttavia gli abitanti dei centri urbani, seppure importanti, appaiono minoritari e la popolazione, inegualmente ripartita nelle varie regioni dell'impero, resta a maggioranza rurale e contraddistinta, con la sola eccezione dell'Egitto, dal prevalere della media e piccola proprietà. Tale ruralizzazione si accresce a seguito della rovina che colpisce i centri urbani nei secoli VI e VII, senza però comportare né la loro scomparsa né il venir meno dell'economia monetaria. Da tale crisi l'impero esce, all'inizio del secolo VIII, rimodellato nelle sue strutture istituzionali e (come dimostra Jacques Lefort) - in grado di produrre, tra il secolo IX e il XIV, una lunga fase di espansione economica, laddove la storiografica tradizionale aveva invece individuato un lungo periodo di stagnazione e di declino. Una congiuntura positiva che, lungi dal limitarsi all'ambito rurale, coinvolge anche l'economia cittadina, come suggeriscono i dati monetari basati su un sistema trimettalico. In seguito alla grande riforma di Alessio Comneno, indagata con sofisticati strumenti critici da Cécile Morrisson, e alla creazione dell'iperpero, la moneta bizantina ritornata, stabile dopo la svalutazione del nomisma alla fine del secolo XI, e con un alto potere d'acquisto, ridiventa una delle principali monete usate nel mondo mediterraneo, in grado di rivaleggiare con il dinar musulmano.
Strutture economiche, ma anche strutture religiose e culturali. La vitalità religiosa dell'impero è messa in luce da Bernard Flusin che, indagando la vita quotidiana dei fedeli, insiste su un elemento fondamentale della società cristiana orientale, il culto dei santi e delle immagini, oltre che, beninteso, su quel monachesimo a cui invano, in età protobizantina, concili e imperatori hanno cercato di imporre il proprio rigido controllo. La sua istituzionalizzazione avviene infatti soltanto nei secoli posteriori, allorché il cristianesimo giunge a permeare di sé l'intera vita civile, non solo con i ritmi delle sue cerimonie religiose più importanti (battesimi, matrimoni, funerali), ma anche tramite le funzioni quotidiane e settimanali. A ragione Béatrice Caseau e Marie-Hélène Congourdeau restituiscono alla liturgia e ai rituali cristiani tutta la loro importanza. Il fatto è che a partire dal secolo IX, risoltasi la questione iconoclasta, nella società bizantina si assiste all'elaborazione di un'identità religiosa fondata su un'ortodossia parimenti definita dalla chiesa e dal potere imperiale.
La vitalità religiosa si accompagna a un innegabile vigore culturale. In quanto erede della parte orientale dell'impero, a maggioranza di lingua greca, Bisanzio nella sua fase iniziale non può che riprendere i canoni dell'ellenismo e della cultura classica, sia pure attraverso una rifunzionalizzazione in senso cristiano della paideia greca, sicché la cultura profana appare controbilanciata da una letteratura cristiana assai diversificata e in primo luogo dall'affermarsi del genere agiografico. L'impero tuttavia non è soltanto greco e "i testi rivelano altre componenti importanti" così come "lingue letterarie diverse dal greco" (Bernard Flusin), quali la copta o la siriaca, spesso colpevolmente trascurate e qui invece restituite a tutta la loro dignità. Proprio l'ampia e innovativa sezione dedicata alle specificità regionali costituisce una delle parti più innovative di quest'opera, tale da permettere di rimediare alla visione strettamente costantinopolitana offerta dalle fonti letterarie.
Se è vero, come scrive Silvia Ronchey nella presentazione dell'edizione italiana, che "il fantasma di Bisanzio" aleggia sulle odierne aree di maggior conflitto, dai Balcani al Caucaso, dall'Anatolia alla Mesopotamia, allora occorre riconoscere, senza ombra di dubbio, che il contributo alla conoscenza di questo fantasma offerto dall'opera in questione è davvero di primissimo ordine, sia per la ragionata coerenza che ne anima la costruzione sia per la ricchezza della riflessione sia, infine e soprattutto, perché vi trovano ampia e competente trattazione alcuni aspetti della storia bizantina (quali, per limitarci agli esempi più significativi, le letterature non greche, la liturgia, le diversità regionali) generalmente trascurati in opere di questo genere. Mario Gallina