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Llorenç Villalonga

Curatore: G. Grilli
Traduttore: N. De Benedetto
Collana: Il castello
Anno edizione: 1997
Pagine: 144 p.
  • EAN: 9788838913518

recensione di Carrascón, G., L'Indice 1998, n. 7

Distanziati da più di sessant'anni nella stesura, questi romanzi ci offrono due ritratti d'epoca della società maiorchina ugualmente impietosi, quasi a dire che i suoi tratti fondamentali siano rimasti immutati nei due secoli abbondanti che intercorrono tra l'ambientazione dell'uno e dell'altro.
Di Villalonga, patriarca delle lettere catalane scomparso nel 1980, "Mort de dama" costituì il primo romanzo, un esordio sorprendente per la sua ironica maestria e la sua perfezione narrativa. Attorno al letto dove sta per morire Obdùlia Montcada, donna plebea ma arricchita e nobilitata dal suo matrimonio, girano in attesa dell'eredità i suoi parenti acquisiti, i membri della polverosa e provinciale aristocrazia maiorchina, i rovinati abitanti del "venerabile, nobile e silenzioso quartiere" vecchio di Palma. Radiografati dall'occhio penetrante e dal verbo caustico di Dhey - pseudonimo giornalistico e nomignolo familiare di Villalonga con il quale si introduce il narratore del romanzo - compaiono i vari personaggi che riassumono la "buona" società insulare: il marchese di Collera, capo del partito conservatore a Palma, così tradizionalista lui stesso che quando la morte lo sorprende in un bordello non mancherà chi constati la sua fedele aderenza ai percorsi aviti; la poetessa ebrea Aina Cohen, condannata dal proprio successo a ripetersi nelle formule inani di un folklorismo vuoto e insignificante, accettata nei salotti come artista, seppur esclusa dalla società per la sua razza, che finirà con l'offrire un'impazzita esibizione delle sue tendenze lesbiche a lungo represse; la damigella di compagnia di origini oscure che vigila attenta il testamento della moribonda, di cui si spera erede universale; le varie signore borghesi che invidiano la nobiltà, anche se mangiata dalle ipoteche, della baronessa di Bearn, l'unica figura per la quale il narratore lascia trasparire ogni tanto un certo rispetto; medici, preti e infine i primi stranieri dalle abitudini esotiche (quali fare il bagno in mare e bere cocktail), gelosamente ignorati dai veri maiorchini per bene.
Come spiega Giuseppe Grilli nell'introduzione che completa utilmente il volume, l'impostazione narrativa di Villalonga deve molto agli autori realisti del tardo Ottocento spagnolo, particolarmente a Clarín, con il quale il debito si manifesta nella scelta del nome della protagonista, Obdùlia, che riprende quello di un personaggio di "La Presidentessa". E certamente Villalonga si mostrò all'altezza dei suoi maestri in quest'opera prima che annunciava già le eccellenze di un capolavoro come il suo romanzo più noto, "Bearn*.
Se con Villalonga vediamo, quindi, il recupero per il pubblico italiano (e in traduzione assai pregevole) di un classico quasi dimenticato, diverso è il caso di Carme Riera, il cui romanzo, apparso in catalano nel 1994, è stato il primo in quella lingua a ricevere il premio nazionale spagnolo di narrativa. Si tratta di un lavoro ambizioso, in quanto ricostruire la mentalità e le circostanze di vita della fine del Seicento non è facile, e meno ancora dar vita in esse a una trama molto complessa il cui sviluppo va avanti, soprattutto, grazie a un gioco prospettico che ci fa passare continuamente dal punto di vista di un personaggio a quello di un altro. Assistiamo così al tentativo di fuga con il quale i criptogiudei maiorchini - convertiti con la forza, ma solo in apparenza, al cristianesimo, e fedeli al loro credo ancestrale - cercano di abbandonare l'isola per giungere a Livorno, dove sperano di poter vivere in libertà. Per riuscirci devono premunirsi contro le insidie dei membri del Santo Tribunale dell'Inquisizione, che li controllano da vicino tramite lo spionaggio di qualche fratello di razza veramente convertitosi al cattolicesimo. Ma non sono in realtà gl'interessi spirituali a muovere i persecutori degli ebrei: per padre Ferrando ogni eretico da consegnare al rogo costituisce un merito agli occhi dei suoi superiori gesuiti per battere padre Amengual, il suo rivale nella corsa all'ambita carica di Rettore del convento di Montesion. E quelli che debolmente difendono gli ebrei non sono certo più altruisti: il Viceré e gli altri nobili isolani cercano soprattutto di proteggere gli affari che hanno in comune con gli abitanti del vecchio ghetto. Di conseguenza, non sono solo le accidentate vicende dei personaggi ciò che riesce ad affascinare il lettore di questo romanzo, ma anche il dibattito ideologico di fondo tra tolleranza e intolleranza, l'opposizione tra fanatismo e fede che permetterà al capo spirituale della comunità ebraica di arrivare, sull'orlo del rogo, alla comprensione di un Dio fatto di amore e libertà.
Maiorca, nobili decaduti, ebrei sottomessi a una società falsamente cristiana, e persino un bordello sono gli elementi che avvicinano - solo superficialmente - questi due romanzi. Peccato che, assieme alle doti narrative, Carme Riera non abbia ereditato dal suo illustre predecessore, Villalonga, anche un po' d'ironia e senso dello "humour" con i quali mitigare il manicheismo che, a volte, rende prevedibile e semplicistica la sua analisi di argomenti tanto interessanti.