Curatore: V. Pesce
Anno edizione: 2011
In commercio dal: 1 gennaio 2011
Pagine: 292 p., Rilegato
  • EAN: 9788874942350
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  Fin dai primordi, attraverso una mossa ardita nel campo della teoresi, la grande poesia ligure del Novecento ha dislocato dalla vasta scena del mare che ha di fronte il pensiero e il desiderio dell'infinito, lo ha avvicinato a sè. In un ulteriore moto di appropriazione, da parte di chi col lavoro sulle fasce deve riappropriarsi della terra stessa, da subito i liguri hanno trascinato a riva, sui loro esigui spazi terrestri, il mistero di quella soglia della percezione e della conoscenza, come si tirano all'asciutto le vecchie reti: e si sono rivolti verso le stesse fasce, i cipressi, i fiori, le rocce sul mare con lo stesso guardo che scruta l'orizzonte. Quando osserva la compatta «tela materiale degli eventi» («parvenza di mondo!») Mario Novaro conserva dall'inizio alla fine questo sguardo profondo e a tratti abissale, naturalmente metafisico. Riconoscendolo immediatamente, dietro varie tracce d'autore («Per anni l'infinito mi assorbi e torturò: – non vi gittai l'occhio a fondo con Zenone d'Elea e gli altri pochi?») Montale parlerà di Novaro «poeta filosofo» innestato nei panni di un onegliese, fondatore e direttore di una mitica rivista («La Riviera Ligure») allegata in principio alle bottiglie d'olio, e «oggi inspiegabilmente dimenticato». «Nipotino» più scettico e più cartesiano del malebranchiano Novaro, Montale non a caso definiva la sua poesia «ansiosa» e «non mai scabra come quella del Boine e dello Sbarbaro», che pure sono suoi attenti lettori. In effetti, a dispetto di qualsiasi «genio» cartesiano, maligno e ingannatore, al di là dell'«intrico infinito di fili» che «tessono la tela dell'esistenza» Novaro pensa e sente, ai confini del pensabile e del sensibile, «qualcosa che dura» e «non muta», che «sostiene» l'essere. Lo scrive nella prefazione alla sua traduzione (dall'inglese) di Acque d'autunno di Chuang Tze, l'altra opera che lo impegna per tutta la vita: «invisibile e immenso», «identità del soggetto e dell'oggetto, del pensiero e dell'essere», il Tao della sapienza cinese, che altrove è stato chiamato «il Logo di Eraclito, l'Uno, Dio, l'Uno di Parmenide, l'Uno o Dio di Bruno, il Dio di Göthe», è il grande «Mistero» celato oltre la «buccia delle cose», imprendibile dal pensiero e dai sensi, ma «luce nascosta» dell'essere e della stessa poesia dei Murmuri. Ripreso e rivisto per tutta la vita, ora fissato in un'edizione molto dettagliata (che giustamente privilegia le stesure più antiche in prosa e poesia per favorire indagini intertestuali ormai urgenti), il libro di Novaro è, ad ogni pagina, ad ogni riga, lo spazio in cui si affermano e si disfano rapporti e connessioni tra l'Io e le cose («sparse vestigia della unità che ci sfugge»), tra vertigini d'analogia («a noi dinanzi stendevasi il mare, che al canto dell'anima, ampio, / profondo, infinito si accompagnava») e leopardiane riprove di dissonanza, come nella splendida Filza («Perché non sono leggero / come questo pappo di soffione che vola?»). Ma soprattutto, distanziandosi da tanti aneliti mistici del Novecento, nel corso degli anni i Murmuri diventano un succedersi di frammenti sempre più lirici in cui, come nella saggezza orientale, la stessa filosofia non avanza d'un passo verso la verità, non intacca alcun mistero, non risana alcuna frattura metafisica. La certezza che la parola «s'aggira al di fuori» dell'essere (Caproni lo noterà) e che «la vera saggezza e filosofia non dimostra» ma semplicemente «mostra» è nello stesso tempo il frutto della lezione cinese (ancora in Acque d'autunno:«Il gran Tao non vuole spiegazione. La gran prova non vuole parole», se non parole «come acqua ch'ogni giorno empie il bicchiere») e la premessa alla scrittura dei Murmuri. Iterativi e interrogativi, ignari dell'idea stessa di sviluppo e di conquista, del tutto antidialettici, senza sosta i Murmuri avanzano domande al «tu» del lettore, si ripetono negli anni, nelle immagini, nelle invocazioni. Ma ogni volta, in rapporto al mistero che li muove, la domanda e la ripetizione è innanzitutto un'affermazione del mistero stesso: come negli aneddoti dei maestri orientali o nelle preghiere sussurrate dei monaci. Daniele Santero