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André Pichot

Traduttore: M. Bianchi
Editore: Dedalo
Anno edizione: 1993
Pagine: 648 p. , ill.
  • EAN: 9788822005342
PICHOT, ANDRé, La nascita della scienza. Mesopotamia, Egitto, Grecia antica

LLOYD, GEOFFREY E.R., Metodi e problemi della scienza greca
recensione di Cambiano, G., L'Indice 1994, n. 8

Tra le nozioni che sembrano ovvie, ma non lo sono, c'è quella di scienza greca. Generalmente si presuppone che la scienza quale noi intendiamo abbia la sua origine in Grecia e che questa origine abbia qualcosa di miracoloso. Tra le ragioni che hanno fatto di Geoffrey Lloyd il più autorevole studioso odierno della scienza greca vi è certo il fatto di aver saputo unire competenza scientifica e perizia storica, filosofica e filologica. Ma egli ha anche saputo resistere alla tentazione, vecchia e sempre nuova, di guardare unilateralmente alla scienza greca alla luce delle acquisizioni della scienza moderna e contemporanea. Egli sa bene che, mettendosi in questa prospettiva, il bilancio sarebbe magro: tranne alcuni settori del sapere matematico, buona parte della cosiddetta scienza greca è una storia di idee superate, sovente errate o, nella migliore delle ipotesi, costituisce un insieme di copie sbiadite del ben più approfondito e sistematico sapere scientifico moderno. Nel corso degli ultimi trent'anni, in una serie di articoli raccolti in questo volume, i quali hanno accompagnato altre opere, tradotte anche in italiano, da "Polarità e analogia" (Loffredo, 1992) a "Magia ragione esperienza" e "Scienza folclore ideologia", comparsi presso Boringhieri nel 1982 e nel 1987, sino a "The Revolution of Wisdom" ( 1987), non ancora tradotto, Lloyd ha maturato la convinzione che il problema centrale è comprendere che cosa una società del passato o alcuni membri di essa intendessero per scienza, quali cose mirassero a conoscere, per quali ragioni, con quali strumenti e obiettivi ed entro quali istituzioni. Solo cosi diventa possibile aprire uno squarcio, che consenta di osservare le scale di valori, condivisi o discussi e criticati entro una determinata società. Ma per cautelarsi da fraintendimenti su ciò che è peculiare di una civiltà, anche di quella greca, occorre stabilire comparazioni, da una parte con civiltà coeve o "primitive", dall'altra con la scienza moderna. Sin dagli inizi - e questi saggi ne sono ampia documentazione - il lavoro di Lloyd si è mostrato sensibile nei confronti delle indagini antropologiche e attento non soltanto alle civiltà del Vicino Oriente antico, ma ultimamente anche alla Cina, sulla scia di un altro grande studioso di Cambridge, Joseph Needham. Sovente, nella nostra cultura occidentale, Oriente e Grecia sono diventati simboli di opposizioni cariche di emotività, come quella tra ragione e misticismo, come se i greci fossero la personificazione della ragione e non avessero anch'essi religioni e pratiche mistiche e gli orientali non eccellessero anche in questioni pratiche. Nel saggio del 1982 Il debito della filosofia e della scienza greche verso il Vicino Oriente Lloyd rifiuta la contrapposizione netta tra le tesi dell'originalità assoluta della scienza greca e quella della sua dipendenza in generale dal sapere orientale, mostrando come il problema debba essere trattato settore per settore (tecnologia, credenze religiose e mitologia, matematica e astronomia, medicina), rilevando di volta in volta convergenze e differenze. Tra le differenze egli sottolinea, per esempio, il costituirsi della nozione di dimostrazione in geometria o l'applicazione di modelli geometrici all'astronomia. Ma è anche d'accordo col grande studioso dell'astronomia babilonese Otto Neugebauer nel riconoscere il peso determinante delle osservazioni e dei calcoli condotti in ambito babilonese sulla costituzione dell'astronomia da Ipparco a Tolomeo. In generale, comunque, le differenze tra questi mondi culturali appaiono spiegabili, secondo Lloyd, non tanto con l'impiego della scrittura, che è comune a entrambi, quanto con l'emergere in Grecia della polis, come istituzione che rende possibile il costituirsi dell'abito della discussione e dell'argomentazione. Su questo punto egli si avvicina alle tesi di Vernant e della sua scuola; ma si tratta di una tesi che aveva già trovato espressione in Inghilterra nella tradizione liberal-democratica dell'Ottocento con la storia della Grecia antica di George Grote.
È costante in Lloyd il rifiuto di generalizzazioni affrettate o di privilegiare determinati ambiti del sapere (come la matematica o la fisica), anzi particolare attenzione egli dedica alla medicina ippocratica e alle indagini zoologiche di Aristotele. In questo senso egli può mostrare che non esiste il concetto greco di natura, ma esistono varie teorie su essa e su come debba essere studiata. Una tesi ampiamente sostenuta, già a partire da Bacone, quando si confronta la scienza greca con quella moderna, è che l'esperimento fosse ignoto ai greci. Lloyd mostra come questa tesi sia scorretta, se applicata a tutti i settori e problemi. Così in astronomia è in linea di principio impossibile effettuare esperimenti; ma in ottica e in acustica, per esempio, egli mostra che i greci fecero uso di esperimenti. C'è poi il caso della dissezione anatomica, praticata almeno in certi periodi nella medicina antica, la quale può essere considerata una "procedura sperimentale in senso debole", come osservazione provocata e intenzionale non solo per scoprire fatti, ma anche per confermare e talora confutare teorie. Il problema dell'osservazione è del resto rilevante anche per le dottrine fisiologiche di Aristotele, dove però ha la funzione più di corroborare tesi che di metterle alla prova e falsificarle; nel definire i problemi da indagare e nell'interpretare i dati le considerazioni teoretiche hanno in Aristotele un ruolo preponderante. Due interpretazioni hanno tenuto il campo nel confronti di Aristotele: Aristotele empirista o Aristotele sostenitore di una concezione della scienza di tipo deduttivo. Entrambe appaiono a Lloyd eccessive nella loro unilateralità. Certo gli studi aristotelici sugli animali non mostrano la presenza di una tassonomia rigorosa di tipo linneano, ma non sono neppure soltanto l'applicazione di una metodologia dialettica o logica, priva di reale interesse conoscitivo, come invece tenderebbero a sostenere alcuni studi recentissimi.
Connesso alla questione dell'osservazione è il problema dei rapporti tra matematica e fisica nell'antichità, soprattutto in astronomia. A proposito di Tolomeo, considerato da Newton "il grande truffatore", Lloyd mostra come egli fosse consapevole della difficoltà di ottenere dati attendibili a causa delle condizioni in cui si conducono le osservazioni, dei mezzi e dei metodi impiegati, dell'impossibilità di ottenere misurazioni fedeli dei tempi e delle velocità, e come cercasse di ovviare a ciò per esempio effettuando osservazioni ripetute a grande distanza di tempo. Tutto ciò non può essere ricondotto alla svalutazione dell'affidabilità della sensazione, propria di una certa tradizione platonica. È tuttavia insostenibile la tesi diffusa di un Platone avverso allo studio della natura, ma lo è anche il leggere nel Timeo platonico, come aveva fatto per esempio Koyré, l'attribuzione alla matematica di un ruolo guida nell'indagine fisica. In realtà l'aspetto determinante della cosmologia platonica, più che la matematizzazione, è la teleologia. Per altro verso, se è lecito dire che i greci erano giunti a distinguere tra matematica e fisica, non esiste base testuale per sostenere che essi propugnassero un'astronomia matematica del tutto separata dalla fisica. Duhem aveva interpretato la celebre affermazione "salvare i fenomeni", attribuita a Platone e condivisa dagli astronomi antichi, come espressione di una posizione strumentalistica, che considera le teorie costrutti elaborati a solo scopo di calcolo, senza pretesa di una loro corrispondenza con la realtà fisica. In realtà le fonti antiche, non correttamente interpretate da Duhem, come mostra puntualmente Lloyd, risultano preoccupate di fornire una descrizione vera della realtà: si può dire che per i matematici greci la matematica era "vera rispetto alla realtà". Per gli antichi non fu determinante l'idea, propria della nostra civiltà, che la ricerca scientifica detenga "la chiave del progresso materiale" e che il fine dello studio della natura consista nel dominarla o sfruttarla. In realtà per gli "scienziati" antichi - in questo molto più vicini ai filosofi - questo studio doveva condurre a diventare saggi e a realizzare la migliore forma di vita. Ciò poneva in secondo piano il problema, tipicamente moderno, della responsabilità sociale degli scienziati e quindi degli eventuali limiti da porre alla ricerca scientifica, ma conduceva ad accentuare il peso dei valori sui fatti e quindi a costruire fantasiose teorie antropocentriche, che Copernico avrebbe distrutto. Su questo punto il rischio secondo Lloyd è che, mettendo a disposizione mezzi di controllo della natura superiori all'immaginazione degli antichi, la scienza moderna possa far rinascere l'antica illusione antropocentrica.
Queste brevi notazioni non possono che rendere conto in modo molto limitato della ricchezza di argomenti dei saggi di Lloyd e della quantità di problemi che essi sollevano. In confronto, il libro di Pichot appare debole nella parte teorica generale, incline come è a cercare nel passato "ciò che, in un modo o nell'altro, può prefigurare quel che oggi noi definiamo scienza". Opportunamente la Grecia, studiata sino al V secolo a.C., non è isolata dall'Oriente, ma quest'ultimo è visto come l'ambito in cui si formano le discipline prescientifiche, in cui cioè determinati oggetti (astri, numeri, ecc.) cominciano a essere studiati, mentre la Grecia appare la terra dove nasce lo spirito scientifico, come esigenza di intelligibilità e razionalità, come se questa fosse assente in Oriente. Il fatto è che Pichot, privilegiando la matematica nella sua forma greca, considera la dimostrazione come connotato decisivo della scienza tout court e stabilisce una relazione stretta tra scientificità e grado di matematizzazione. Nella parte dedicata alla Grecia il lavoro ripropone un vecchio modello storiografico, che interpreta la vicenda dei cosiddetti presocratici come un'evoluzione progressiva, ma in maniera non sempre fedele alla cronologia reale. La posizione dominante è occupata da Parmenide, che rappresenta il progresso decisivo rispetto alla fisica dei Milesi e dei Pitagorici. Ciò perché, tra l'altro, Parmenide si renderebbe conto che la via della verità è riservata agli dèi, mentre l'uomo deve contentarsi di quella dell'opinione. E un peccato che di questa convinzione non compaia traccia esplicita nei versi di Parmenide e che Pichot taccia del tutto sul proemio del poema, che potrebbe suscitare qualche dubbio su questa interpretazione. Purtroppo questa ricostruzione non mostra sempre consapevolezza dei delicati problemi storiografici posti dal fatto che le dottrine cosiddette presocratiche sono giunte a noi attraverso la mediazione di autori posteriori, n‚ risulta sempre aggiornata rispetto al livello raggiunto dagli studi più recenti, come quelli dello stesso Lloyd o di Burkert sul pitagorismo o di numerosi altri sulla medicina ippocratica o sull'atomismo. A compensare queste debolezze sul piano teorico il volume presenta invece, a mio avviso, aspetto positivo soprattutto nelle parti dove sono esposte le tipologie di scrittura, i sistemi di numerazione e misurazione, il modo in cui venivano effettuati i calcoli o risolti i problemi geometrici, la teoria delle proporzioni e la fisica musicale dei Pitagorici e così via. Su questi punti, riguardanti la presentazione di dati di fatto e la descrizione di procedure effettive, il lavoro è corredato di numerose tavole, estremamente chiare e assai utili anche a scopi didattici.